Gianni Ferracuti

Ortega y Gasset raffigurava la ricerca filosofica con l’immagine biblica dell’assedio di Gerico: guardare l’oggetto di studio da tutti i lati e da tutte le distanze. Si può aggiungere a questa immagine una complicazione: giunti vicino all’oggetto avremo forse scoperto qualcosa che obbliga a rettificare o reinterpretare le osservazioni fatte da lontano.

Il “Bolero” di Ravel è la scoperta continua di sonorità nuove e nuovi strumenti in una frase musicale che, a ogni lettura, fornisce dati diversi, come se fosse inesauribile; perciò il brano non conclude: viene interrotto, sospeso, lasciando l’ascoltatore insoddisfatto e ansioso di ascoltarlo di nuovo.

“Il Bolero di Ravel” è la danza sul filo del rasoio, sul bordo estremo della radura illuminata dai fuochi dell’accampamento, cui i danzatori si avvicinano per rubare qualche centimetro al bosco e al mistero.

Se tutti gli strumenti, le culture, concordassero una tonalità in cui suonare, il risultato sarebbe armonico.