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Gianni Ferracuti: Don Chisciotte e l’islam, seguito da al-Ándalus, Hispania, Sefarad, la Spagna delle tre culture

 

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Gianni Ferracuti: Don Chisciotte e l’islam, seguito da al-Ándalus, Hispania, Sefarad, la Spagna delle tre culture, Mediterránea – Centro di Studi Interculturali, Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Trieste 2016.

«In quel tempo il Toboso doveva avere un aspetto diverso dall’attuale. Terra ad alta densità moresca, sarà stato decorato da qualche minareto ancora in piedi e dalle tombe di gente sepolta alla maniera dei musulmani: basse colonne che spuntano da terra non nei cimiteri, ma nei giardini delle moschee, o dove capita, senza un ordine particolare.

Per vedere qualcosa di simile bisogna andare oggi a Sarajevo, arrivarci magari all’imbrunire di una giornata uggiosa, camminare per strade che non sembrano diverse da quelle abituali dei nostri paesi, a parte qualche rudere lasciato dalla guerra e rimasto in piedi per caso, e sorprendersi ascoltando improvvisamente la lenta litania di una preghiera araba che giunge da una moschea nascosta dietro l’angolo. Alcune donne col chador escono per la preghiera della sera e, andando verso il centro, si fiancheggia un giardino pubblico in cui, a gruppi di quattro o cinque, si vedono spuntare da terra queste strane, basse colonne di marmo bianco.

Si trovano dovunque, intorno a ogni moschea e, salendo verso la parte collinare della città, decorano ogni metro quadrato di verde, a volte con una densità impressionante, che gela il sangue: sotto ogni colonna c’è una vita, generalmente giovane, spezzata da un cecchino durante l’assedio della città – si sparava ai musulmani perché erano musulmani. A centinaia di chilometri di distanza, si sparava su ogni casa di Dubrovnik, perché era bella, antica, e significante: due assedi, due atti di una stessa follia, e non si dà l’uno senza l’altro. Se si vuole ammazzare un tizio perché ha una fede, una credenza, una cultura, bisogna eliminare lui, la sua casa, la sua storia, la sua famiglia, il suo giardino, la sua memoria, i suoi animali, i suoi simboli, le sue biblioteche, la sua musica e persino le sue nevrosi…

Le piccole tombe islamiche del Toboso non erano recenti, anche se costituivano un’immagine abituale. Dopo la caduta del regno di Granada (1492) – quasi ridotto a un museo, a un fossile politico, impossibilitato a essere a una forza preoccupante, eppur capace di resistere una decina d’anni all’esercito castigliano – gli spagnoli cristiani si rimangiano presto la promessa di consentire la libera pratica della religione islamica a quei cittadini islamici di Spagna, che erano loro concittadini; tentano una maldestra opera di evangelizzazione, servendosi peraltro di un clero non all’altezza e non credibile, e infine iniziano a prendere misure di pulizia etnica, sradicando per legge ogni usanza legata ai costumi islamici.

Erano terre da ripulire – alimpiar, potremmo dire usando un verbo già sentito dalla bocca della regina Isabel e rivolto alla necessità di ripulire il territorio dalla presenza dei suoi concittadini spagnoli di religione ebraica: a quell’epoca era divenuta fondamentale la limpieza de sangre, la pulizia del sangue… e siccome il sangue, nella società in cui si è nobili per diritto ereditario, è ciò che trasmette i valori e le virtù della famiglia e della stirpe, o ethnos, non è sbagliato tradurre limpieza de sangre con pulizia etnica».

Gianni Ferracuti: Don Chisciotte e l’islam, seguito da al-Ándalus, Hispania, Sefarad, la Spagna delle tre culture, Mediterránea – Centro di Studi Interculturali, Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Trieste 2016.

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