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L’identità andalusa e i misteri del flamenco

Il mondo misterioso e affascinante del flamenco ha una storia nota e una storia più segreta, legata alle vicende della Spagna musulmana e dell’Andalusia più profonda.

La storia nota comincia verso la fine del Settecento, quando si trovano le prime testimonianze scritte di canti e balli flamenchi: siamo nell’epoca in cui ai gitani, dopo gravi persecuzioni, vengono riconosciuti alcuni basilari diritti di cittadinanza, come “castigliani nuovi”, e viene proibita la loro discriminazione nei posti di lavoro. Quando i gitani diventano cittadini (sia pure con pesanti limitazioni) diventa visibile anche la loro arte – canto, musica, danza – che però era molto più antica: una musica che, all’orecchio dei primi ascoltatori non gitani, ricordava inevitabilmente sonorità arabe e moresche. Dove mai avevano potuto cogliere queste sonorità gli zingari di Spagna? Nessun’altra popolazione zingara d’Europa ha una musica simile al flamenco.

Certo, gli zingari, o gitani, arrivano in Spagna e si stabiliscono soprattutto in Andalusia, quando ancora nella Penisola Iberica è presente un regno musulmano, il Regno di Granada, ma siamo ormai negli ultimi decenni della gloriosa storia della Spagna musulmana: il regno di Granada cade nel 1492, quando, secondo la leggenda, il re Boabdil abbandona nascostamente la città vestito da donna e viene aspramente rimproverato da sua madre: “Lasci vestito da donna la città che non hai saputo difendere da uomo!”. La leggenda non ha fondamento storico, ma alla caduta del regno la maggioranza musulmana della popolazione andalusa si ritroverà suddita dei re cattolici e in breve subirà misure di una vera e propria pulizia etnica: proibizione di parlare arabo, proibizione di possedere testi in alfabeto arabo, di ricorrere a levatrici musulmane e persino di vestire secondo la loro moda. Questo suscita ribellioni, a cui il potere risponde con battesimi forzati di massa (ecco i “moriscos“, cristiani nuovi provenienti dai mori) e una conflittualità che porterà, nel 1609, a decretare la loro espulsione, cristiani o musulmani che fossero, dal Paese.

Però molti moriscos si sottraggono alla fuga e si nascondono presso gli zingari: si verifica ciò che è stato chiamato il “travaso” della cultura moresca, erede diretta della cultura del regno di Granada, nel mondo gitano, un amalgama gitano-moresco in cui, negli accampamenti ai margini delle città, si rielabora ciò che poi diventerà noto come il flamenco.

Tutta questa vicenda è il tema del libro di Gianni Ferracuti: Il flamenco e l’identità culturale andalusa, in cui il rigore e la ricchezza di documentazione non vanno a scapito di una lettura chiara e a tratti anche ironica. Il testo parte dall’identità andalusa, ovvero dalle questioni sollevate dall’autonomismo andaluso a partire dal XIX secolo. Meno noto dell’autonomismo catalano, l’andalusismo non è per questo una cultura meno ricca; è anzi il laboratorio in cui il popolo andaluso trova nel flamenco il suo più importante elemento identitario. Seguendo le interpretazioni dei teorici autonomisti, e in particolare di Blas Infante, maggiore esponente del movimento, fucilato dai franchisti all’inizio della guerra civile spagnola, si ripercorre la vicenda dei moriscos e del loro travaso nel mondo gitano. Segue poi un capitolo sulla ricezione del flamenco nella stampa del XIX secolo, dove le invettive contro il cante e il baile vengono descritte con piacevolissima ironia, per poi trattare il primo grande festival svoltosi a Granada nel 1922, organizzato da Manuel de Falla e Federico García Lorca, dove, nonostante infinite polemiche, si ha per la prima volta la consacrazione ufficiale del flamenco e il riconoscimento del suo enorme valore artistico. L’ultimo capitolo è un’interpretazione molto originale della conferenza dedicata da Lorca al tema del duende flamenco, che l’autore mette in relazione con l’estetica classica, romantica e decadente e con l’antropologia di Ortega y Gasset.

Il volume è corredato da un’antologia di testi: descrizioni d’epoca di feste flamenche, testi di Blas Infante sull’origine del genere e sull’autonomismo andaluso, i testi scritti in occasione del festival del 1922 da Lorca, Falla, Ramón Gómez de la Serna e una nuova traduzione molto annotata di Gioco e teoria del duende di Federico García Lorca.

Il volume è disponibile in formato digitale (pdf) su ilbolerodiravel.org o a stampa (print on demand) su lulu.com

Indice

Il flamenco e l’identità andalusa

Deblica barea: la tradizione segreta del flamenco

«Un po’ serpente e un po’ gatta in amore»: flamenco e antiflamenchismo nella stampa di fine Ottocento

 Il Concurso de cante jondo di Granada (1922): cronaca e documenti 

Una teoria sul gioco del duende 

TESTI

 Serafín Estébanez Calderón: Un ballo a Triana 

José Ortega Munilla: Madrid. Félix Méndez: Una «juerga» di flamenco

Blas Infante: Ideale andaluso. Manifesto della nazionalità. Origini del flamenco 

Manuel de Falla: La proposta del cante jondo. Il cante jondo (canto primitivo andaluso). Il maestro Falla ci dice…  

Federico García Lorca: Il cante jondo, primitivo canto andaluso 

Ramón Gómez de la Serna: Concorso di cante jondo

Federico García Lorca: Gioco e teoria del duende 

 Bibliografia

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