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Gianni Ferracuti, L’origine e le differenze: l’idea di realtà in Xavier Zubiri e la prospettiva interculturale

 

[…] Se un oggetto è sacro, cioè è stato sacralizzato, lo si deve al fatto che si è colta una sua attinenza con il divino; analogamente, l’oggetto perde la sua valenza di sacro quando tale attinenza non viene colta più. Ora, in questo passaggio dal sacro al profano, e viceversa, il cambiamento riguarda la valutazione umana, non la natura dell’oggetto, men che meno la realtà divina. Di fatto si è visto che qualunque oggetto mondano è suscettibile di essere relazionato con Dio – il che è ovvio, essendo Dio la sorgente, l’Arkhé dell’universo e non potendo esistere nulla senza la sua attività creatrice o la sua volontà che il creato esista.

Naturalmente, la sacralità del reale dipende dalla sua origine: non si può certo dire che, se tocco un albero, sto toccando immediatamente il corpo di Dio: in una prospettiva del genere, forse, per l’uomo la vita risulterebbe impossibile; se è mai esistito quel terrore primordiale di cui parla María Zambrano, e da cui poi nascerebbe la concezione degli dèi, potrebbe averlo giustificato solo l’idea di far coincidere l’esperienza del reale con un contatto diretto col numinoso. Ogni cosa ha attinenza a Dio per la sua origine, in quanto l’atto divino la fa essere – però appunto la fa essere in forma di alterità rispetto a Dio stesso. La consacrazione, nel quadro di una religione istituzionale, di un luogo o di un fiume, implica appunto il riconoscimento di questa relazione d’origine. (Di María Zambrano cfr., per esempio, El hombre y lo divino, Fondo de Cultura Económica, México 1973; id., Persona y democracia, La historia sacrificial, Anthopos, Barcelona 1988).

In base a ciò, la ierofania è il riconoscimento che di fatto qualcosa appartiene all’ambito del divino, inteso nel senso più vasto possibile; a dire il vero, questa attinenza col divino la possiede di per sé la realtà intera: le appartiene di suo in quanto creata, pertanto l’istituzione religiosa, definendo e delineando (cioè delimitando) la sfera del sacro, a tutti gli effetti produce il profano a partire da una sacralità originaria del Tutto. Mentre riconosce la sacralità del punto A, la nega al punto B che, pur appartenendo alla manifestazione o creazione divina, viene profanato, cioè escluso dalla sfera religiosa. Attraverso quest’operazione, sia pure compiuta in modo largamente inconsapevole, la religione istituzionale produce una restrizione, un restringimento della sfera del sacro, così, se da un lato è possibile che una religione fornisca una concezione del divino più organica o più articolata delle precedenti, dall’altro è anche vero che tale risultato è ottenuto attraverso una visione prospettica inevitabilmente delimitata. Ogni religione consiste nel togliere porzioni di sacro dalla realtà: se, come dice Zubiri più avanti nel testo, non esiste alcuna religione storica che possa essere considerata un errore assoluto, è anche vero che nessuna religione storica può essere considerata una verità completa, se non affermando tale carattere per fede. È appena il caso di dire che queste considerazioni non implicano alcuna apertura di credito nei confronti di ogni possibile forma di sincretismo religioso. Il sincretismo religioso consiste nel prendere a posteriori da varie religioni, anche prive di legami storici tra loro, elementi presuntivamente comuni, ciascuno dei quali viene astratto dal suo contesto storico-culturale, costruendo con essi una struttura di concetti proposta come fondo comune o sorgente da cui emanano (a priori) le varie religioni storiche. Un’operazione di questo tipo è un’ingenua sciocchezza.

La restrizione del sacro, realizzata attraverso l’istituzionalizzazione del pensiero religioso, compare nella storia con un aspetto pericoloso: dato che ogni religione restringe lo spazio della sacralità in modo diverso dalle altre, in ciascuna si può manifestare la patologia di ritenere che «il mio dio è più bello del tuo», argomento eccellente per giustificare lo sterminio degli infedeli o degli eretici, o per garantire che le proprie guerre siano combattute perché dio lo vuole, o perché dio è con noi, o perché si debba difendere il proprio dio da quello altrui. La delimitazione del sacro può manifestarsi come una patologica appropriazione del divino, di cui si rivendica l’uso o la rappresentanza in esclusiva: è ciò che comunemente si chiama fanatismo.

Vero è che, senza la restrizione del sacro, tenendo fermo il concetto secondo cui «l’universo è pieno di dèi», non è possibile formarsi alcuna idea affidabile circa il divino (ammesso che ciò sia realizzabile): il panteismo e il politeismo possono dar luogo a una mitologia, ma non a una teologia, nel senso corrente del termine. Queste considerazioni introducono un tema nuovo, e cioè che il pensiero religioso (non la pratica religiosa, le devozioni, il culto: il pensiero religioso come specifica attività del pensare) è intrinsecamente interculturale: ha bisogno di capire le diverse vedute prospettiche del sacro per configurare una visione.

Gianni Ferracuti: L’origine e le differenze, Quaderni di Studi Interculturali, 1

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