Mediterránea 2/07

Graziano Mascherin: Montalbán e la transizione spagnola

Ilenia Martin: I romanzi polizieschi di Alicia Giménez-Bartlett

Ilenia Martin: Los pájaros de Bangkok di Manuel Vázquez Montalbán

Gianni Ferracuti: Le due memorie, Montalbán e Cercas

Elisabetta Balzan: I paradisi artificiali: L'hashish e l'oppio visti da Baudelaire

"Più ancora, se la memoria è - come tutti ripetono - essenziale nella costruzione della propria identità (o meglio della propria autoimmagine), si potrebbe discutere sull'esistenza o meno di una "identità spagnola". In fondo, un'identità nazionale dovrebbe essere tale da costituire una sorta di sostrato culturale comune alle diverse componenti di una società nazionale, come un tessuto unificante al cui interno si collocano le differenze politiche e culturali. Grazie a questo sostrato comune tali differenze appaiono come conflitti gestibili, che finiscono con l'alimentare la convivenza anziché distruggerla. Intesa in tal senso l'identità nazionale, mi spingerei a dire che la Spagna non la conosce più dalla lontana epoca della guerra civile tra Isabel di Castiglia e suo fratello Enrique IV, nella metà del XV secolo: il carattere pacifico e democratico della transizione, l'integrazione della Spagna nella comunità europea, il suo sviluppo culturale ed economico avvenuto in un quadro di libertà civili sostanzialmente identiche a quelle degli altri paesi dell'Europa occidentale (se non più ampio e democratico ancora) rappresentano una felice eccezione nella storia del Paese e giustificano molte e imbarazzanti domande sulla propria identità.

La memoria, il ricordo, sono interpretazioni de passato che propongono un futuro; ma al tempo stesso queste interpretazioni debbono sottrarsi a una precomprensione che, più o meno involontariamente, racchiude i fatti in uno schema interpretativo, in una deformazione, previo e non sottoposto ad analisi.

(Gianni Ferracuti: Le due memorie: Montalbán e Cercas)

Il periodo iniziale del rapporto di lavoro tra l’uomo con le palle venuto da Salamanca e l’intellettuale isterica sono quanto di più infantile si possa immaginare: appena la volpe (cioè Petra) si accorge di non poter arrivare all’uva (cioè il rispetto di Garzón) allora si convince che tanto era acida. Garzón diventa un grasso e anziano ignorante, che non ha fatto che ripetere quel suo motto d’obbedienza ai superiori per tutta la vita, ha aspettato che sua moglie morisse senza avere il coraggio di mandarla al diavolo e ora non vede l’ora di andare in pensione a giocare a biliardo coi suoi coetanei

Il tentativo di Garzón di stabilire un rapporto con Petra si risolve in una serie di sconclusionati tentativi di scollarsi di dosso l’etichetta di maschilista che lei gli ha virtualmente appiccicato sulla fronte. Prima tenta di spiegarle che le donne hanno bisogno di spogliatoi appositi e di aiuto nei lavori manuali pesanti, quindi è dimostrato che sono un problema. Poi le loda sperticatamente, invitandola a seguire le parole di un bolero. Né l’una né l’altra teoria soddisfano Petra, che dovrà quindi dimostrare coi fatti di meritare lo stesso trattamento di un collega maschile, né più né meno.

(Ilenia Martin: I romanzi polizieschi di Alicia Giménez-Bartlett)

***

Baudelaire fu il primo a pronunciare contro la droga una condanna complessiva perfettamente analoga a quella odierna. Nel giudizio morale contro le droghe, egli fu un vero e proprio pioniere. All'epoca in cui l'oppio era un farmaco popolare di cui si cominciavano appena a sospettare alcuni effetti collaterali e l'hashish una curiosità esotica per pochi conoscitori, Baudelaire inventò i Paradisi Artificiali, una tentazione satanica grandiosa e meschina allo stesso tempo. Le sue argomentazioni contro le droghe si presentano in un misto di familiarità e estraneità. Anticipano, spesso quasi alla lettera, le molte requisitorie contro la droga oggi in circolazione, ma ad uno sguardo più attento si radicano in quel sistema ossessivo di significati costituito dall'intero corpus baudelairiano. Per esempio, l'hashish è definito "un perfetto strumento satanico", poiché esso, spiega Baudelaire, dà al consumatore particolarmente raffinato l'impressione di essere un dio. Attenua i suoi rimorsi, trasforma ogni esame di coscienza in una glorificazione del sé, e gli dà l'impressione che il mondo intero sia per lui un'inesauribile fonte di piacere: "per me l'umanità ha lavorato, è stata martirizzata, immolata, per servire da alimento al mio implacabile appetito di emozioni, di conoscenza, di bellezza!" esclama il suo mangiatore di hashish. L'Io perde insomma il senso della propria imperfezione o della propria inadeguatezza in nome di un estetismo radicale.

(Elisabetta Balzan: I paradisi artificiali. L'hashish e l'oppio visti da Baudelaire)

***

Mediterránea 02/’07

Rassegna di Studi interculturali a cura di Gianni Ferracuti
Dipartimento di Letterature straniere
Università di Trieste

(iniziativa editoriale no profit)