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	<title>Socialismo &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Gianni Ferracuti: Evola, Jünger, e il realismo sociale (2015)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 12:06:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Evola, Jünger, e il realismo sociale Gianni Ferracuti &#160;  [«Evola, Jünger, e il realismo sociale» è un saggio pubblicato come «Jünger, il realismo sociale e la “terza navigazione” di Evola», in Luigi Iannone (ed.), Ernst Jünger, Solfanelli, Chieti 2015, pp. 108-26, poi in G. Ferracuti, L&#8217;invenzione del tradizionalismo», disponibile online] Nella prima fase della sua attività, verso la metà degli Anni Dieci e nel decennio successivo, Evola si trova in una posizione singolare e, in un certo senso, contraddittoria: da un lato è perfettamente integrato nell’avanguardia culturale europea (soprattutto mitteleuropea), come pittore, poeta e teorico dell’arte contemporanea; dall’altro lato, vive nel contesto culturale italiano, provinciale e arretrato, dominato dall’idealismo e da forme residuali della cultura cattolica ottocentesca. Negli Anni Venti, la filosofia idealista è ormai una scuola in disarmo, che nel resto dell’Europa viene rapidamente smantellata: le Idee di Husserl sono pubblicate nel 1913, le Meditazioni sul Chisciotte di Ortega y Gasset risalgono all’anno successivo, in Francia si sviluppa un pensiero personalista che, nella sua componente cattolica, è ben più corposo delle datate prospettive ancora in auge in Italia, spesso stantie ripetizioni del tomismo, o delle svolte reazionarie alla Gemelli.[1] Mentre Evola lavora alla Teoria e fenomenologia dell’individuo assoluto, Heidegger lavora a Essere e tempo (1927), e Ortega ha da alcuni anni pubblicato Il tema del nostro tempo (1923); la rivista Ur e la Revista de Occidente (1924), sono contemporanee per quanto attiene alle date di pubblicazione, ma appartengono a due epoche diverse, per quanto attiene al contenuto. L’elemento che induce Evola ad impantanarsi per qualche anno nel labirinto idealista è, a mio parere, un tema che apparteneva proprio all’avanguardia artistica, in parte della sua generazione, ma in maggior misura della generazione precedente la sua. Il variegato mondo dell’arte nuo-va, nato a partire dalla rivoluzione estetica avviata in Francia con Baudelaire, Gautier, Flaubert&#8230;, era fortemente ostile alla modernità borghese, al suo razionalismo, al positivismo, cui opponeva un marcato interesse per lo spiritualismo, per le tradizioni extraeuropee, per forme di conoscenza e realizzazione interiore alternative, in parte già recuperate dal romanticismo, con la mediazione degli interpreti idealisti.[2] Si tratta, con una certa frequenza, di un calderone in cui trovano spazio elementi di vario valore, a volte contraddittori: spiritismo, teosofia, scritti della Blavatskij, ma anche le prime traduzioni dei testi tradizionali delle religioni orientali, alcuni dei quali poi ritradotti da Evola in italiano. Vero è che questo vago spiritualismo era profondamente contaminato dalla filosofia idealista (Schelling, ad esempio); tuttavia, nella reinterpretazione dell’arte nuo-va subisce una rapida purificazione grazie a studi rigorosi che eliminano l’influenza della filosofia europea nello studio delle culture altre, e aprono la prospettiva dell’approccio interculturale.[3] Disgraziatamente, in Italia questa evoluzione in senso post-idealista e post-romantico non si diffonde e, a parte pochi intellettuali, abbastanza emarginati dal regime che si instaura nel 1922, la cultura italiana resta saldamente legata a una parodia del pensiero ottocentesco. In tale contesto, ciò che consente a Evola di sganciarsi dall’idealismo e iniziare una «seconda navigazione» è l’incontro con l’opera di René Guénon e con la sua nozione di tradizione.[4] Fino ad allora, per Evola, tradizione significava esclusivamente tradizione iniziatica, cioè la trasmissione diretta, all’interno di una scuola, di saperi e tecniche operative, fatta da maestro a discepolo &#8211; qualcosa che egli riteneva possibile estrapolare dal suo contesto originario e rendere compatibile con il contesto idealista. Con la definizione di un mondo della tradizione, attraverso Guénon, Evola riesce a mettere a fuoco tutto il suo sistema di pensiero e a prendere le distanze dall’idealismo; la tradizione diventa una chiave di lettura e permette di discriminare tutto ciò che, non essendo con essa compatibile, risulta moderno. Vero è che prendere le distanze dall’idealismo non significa automaticamente liberarsene: in fondo, tutta la seconda parte di Rivolta contro il mondo moderno non è che una fenomenologia nel senso idealista del termine. Inoltre rimane indeterminato (e resterà sempre vago) il rapporto tra il mondo dei valori metafisici, a cui la tradizione riconnette il mondo storico, e questa stessa realtà storica nella quale l’uomo è chiamato ad agire, restando relativamente libero rispetto a tali valori (che in effetti abbandona con l’avvento della modernità). Nella sua interpretazione molto libera di Guénon, Evola introduce, a mio parere, un elemento di grossa novità, che viene spesso lasciato in secondo piano o accantonato, come se fosse scontato e ovvio, ed è nientemeno che l’idea di modernità. Ho detto or ora che quasi tutti gli artisti decadenti o avanguardisti provavano avversione per la modernità borghese: questo aggettivo borghese è essenziale e ineliminabile. In Baudelaire e Gautier, padri nobili della rivoluzione artistica che si manifesta poi come decadentismo, moderni-smo, simbolismo, avanguardie&#8230;, la modernità non è una categoria metastorica, ma è semplicemente sinonimo di novità: il nuovo, che la società produce in maniera spontanea e inevitabile, è eterogeneo, disuguale, e solo attraverso una selezione può configurare una forma di vita. Ora, nel corso della prima parte dell’Ottocento, le novità si susseguono in maniera tumultuosa: le fabbriche, l’illuminazione delle vie cittadine, i mezzi di trasporto veloci, le invenzioni&#8230; sconvolgono ritmi e abitudini di vita vecchi di millenni: in questa fase emerge il borghese come nuovo tipo umano destinato a governare l’epoca che si annuncia, e l’ascesa della borghesia verrà identificata con l’avvento della modernità per antonomasia. Ma questo collegamento tra un ceto sociale e un’epoca storica era considerato da molti una semplice pretesa. Baudelaire, uno degli spiriti più lucidi del suo tempo, da un lato chiede ai borghesi di non restare chiusi alla formazione culturale; dall’altro invita gli artisti a una rappresentazione della vita moderna, per coglierne la peculiare bellezza e, attraverso un accurato lavoro interpretativo, coordinarla con la tradizione: vede con chiarezza che la forma di vita della modernità borghese è una fase all’interno del ciclo vitale di una cultura, e la sua opposizione alla tradizione è relativa, non assoluta. Ciò apre la prospettiva di un superamento della forma borghese di modernità, che è cosa ben diversa da un’opposizione preconcetta alla modernità, cioè al nuovo in quanto tale: il nuovo in quanto tale non può essere predeterminato, e non si può pre-giudicarlo. Le pretese della borghesia si fondano sull’accettazione di concezioni evoluzioniste, come l’idealismo o il progressismo, con il suo approdo positivista: è proprio la critica di queste grandi costruzioni ideologiche a rendere relativa la cultura borghese e ad aprire la possibilità di un’epoca post-borghese. Ed è ovvio che questa epoca, essendo nuova, avrà anch’essa un carattere di modernità, e dovrà prendere posizione rispetto al passato tradizionale.[5] Evola segue, invece, una via diversa e trasforma modernità e tradizione in due categorie metastoriche, il che rappresenta un problema. Non c’è alcuna difficoltà a pensare che la tradizione, intesa come trasmissione di saperi e pratiche, riconnetta l’umano a una sfera metafisica, a un divino rivelato, come si afferma in ogni religione; ma se l’origine è non umana, la trasmissione è un atto storico compiuto dall’uomo e, nel tempo, la società può decadere o degenerare. Questa decadenza produce &#8211; chiamiamolo così &#8211; il non-tradizionale, cioè una condizione di distacco dalla tradizione o di occultamento dell’orizzonte metafisico. Se questa condizione, puramente negativa, viene caratterizzata in positivo, cioè come una categoria metastorica, come qualcosa che avviene obbedendo a una legge (la dottrina degli yuga, dall’età dell’oro all’età ultima), il non-tradizionale non è più pensabile come un’assenza, una mancanza di tradizione, ma è in positivo una condizione che si realizza nella storia in virtù di un principio che non appartiene alla storia stessa. E questo è un problema teorico grave: l’essenza metastorica della modernità implica una sua dimensione metafisica. In ambito cristiano, la figura del diavolo rappresenta un principio operatore del male, dell’anti-tradizione, che, pur essendo esterno, per così dire, alla storia, è subordinato al divino e può operare solo nei limiti concessi dal divino stesso, in un quadro che garantisce sia la libertà umana sia un ordine provvidenziale del cammino storico. Ma fuori dall’ambito cristiano, il principio negativo, antitradizionale, cos’è? Tanto l’azione provvidenziale quanto quella diabolica hanno carattere personale (il diavolo è persona); invece Evola suppone che l’influenza metastorica nel cammino umano sia costituita da processi oggettivi: è chiaro che l’anti-tradizione (la modernità) ha comunque, per lui, un’indegnità morale ed è illegittima: il problema sta nello spiegare perché è illegittima. L’opposizione alla modernità borghese secondo la linea indicata da Baudelaire, non avendo dato alcun valore categoriale alla modernità, teorizza abbastanza agevolmente l’uscita da una fase storica della cultura europea attraverso un superamento: è ciò che negli Anni Settanta del Novecento, sulla scorta di Lyotard,[6] si indicherà con l’infelice termine di post-moderno, post-modernità, anche se l’operazione di critica della modernità borghese viene già realizzata compiutamente nei primi decenni del Novecento. Poco dopo la svolta del secolo, novecentismo, è il termine usato per indicare l’inizio di una fase nuova (Ortega y Gasset si definisce «per nulla moderno e molto XX secolo»), caratterizzata dal superamento delle contrapposizioni tipiche dell’Ottocento: tramonto del positivismo e del razionalismo, rivoluzione scientifica, abbandono dei grandi sistemi ideologici che pretendono di racchiudere l’universo in uno schema razionale, superamento della fase moderna della filosofia, consolidamento delle discipline e delle metodologie di studio delle culture extraeuropee, sviluppo di nuove tecniche economiche e nuove prospettive sociologiche, esigenza di superamento della frattura classista del corpo sociale, causata dalla borghesia, attraverso il riferimento a ideali di giustizia sociale, redistribuzione delle ricchezze, riorganizzazione delle unità produttive e della proprietà&#8230; Tutto questo non è compatibile con la singolare concezione de la modernità, una modernità unica, che attraverserebbe l’intera storia umana, e che comprenderebbe Socrate, il rinascimento, il barocco, l’illuminismo, Hegel, Marx e la psicanalisi, tutti unificati da un luciferino furore anti-tradizionalista! E basta chiedersi dove Evola abbia trovato la possibilità di costruire questo mostro, per avere immediatamente la risposta: l’ha presa dal pensiero cattolico. L’idea di una contrapposizione tra la modernità e la tradizione si sviluppa nel tradizionalismo cattolico dell’Ottocento e arriva al Novecento con figure come quella di Agostino Gemelli. Si può discutere se quest’idea funzioni all’interno di una visione cattolica; è invece certo che non funziona all’interno del sistema che Evola sta elaborando negli Anni Trenta. In questo decennio, però, il problema rimane ai margini, quasi inavvertito. Il tradizionalismo elaborato da Evola ha una forte componente politica (su questo punto in netto dissenso con Guénon), ed Evola è convinto che il regime fascista, pur con tutti i suoi difetti, possieda elementi che, previa rettifica e reindirizzamento lungo una direzione più seria, possano ricondurre la società a un ordinamento organico, in linea con i valori gerarchici, comunitari, antiborghesi del pensiero tradizionale (e in questa valutazione si trova in buona compagnia, visto che molti intellettuali europei, e non dei minori, la condividono). Pertanto, negli Anni Trenta, può legittimamente pensare che la partita con la modernità non sia affatto conclusa, ed anzi sia tutta da giocare. Ma nel dopoguerra, quando il regime è crollato e non vi è alcuna possibilità che rinasca dalle sue ceneri, quando è chiaro che nei processi storici agiscono altre forze, quando si profila un’organizzazione del mondo irriducibile a tutti i modelli precedenti, ecco che diventa esplosivo il problema di cosa fare della, con la e nella modernità. È questo il momento in cui Evola si ricorda di alcune tematiche anticipate molti anni prima da Ernst Jünger. E, accantonando di fatto la sua questione metafisica irrisolta, comincia a ragionare sul presente, inteso, sulla scorta di Nietzsche, come età del nichilismo compiuto. Il nichilismo compiuto è un dato di fatto; il problema è come attraversarlo, superarlo, o quantomeno costruire la propria vita dentro di esso: ogni altra questione diventa astratta rispetto alla problematica esistenziale.[7] In questo senso, si può dire che il problema di definire lo statuto metafisico de la modernità in Evola non si è risolto, ma si è dissolto: si è aperta la possibilità di una «terza navigazione». La riflessione che Evola compie nel secondo dopoguerra sembra, dunque, avere come primo movimento un ritorno all’indietro, come se si dovesse retrocedere a un bivio nel quale si era scelto un cammino, e per ciò stesso se ne erano esclusi altri. Questa impressione mi viene suggerita dal significativo ritorno in Cavalcare la tigre di un testo che...]]></description>
		
		
		
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		<title>Sulla pericolosità del &#8220;cretino accademico&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 11:50:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Socialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Negli ultimi anni la diffusione del cretino accademico ha assunto dimensioni allarmati, configurando un vero e proprio pericolo sociale. Il cretino accademico è la degenerazione dell’intellettuale organico del PCI. Un tempo il PCI si circondava di artisti e letterati, cui dava protezione e prebende, in cambio di pubblica adesione o attestato di simpatia politica. Ma il PCI era un partito serio, quindi sceglieva personaggi illustri come testimonial e, ottenuto il pubblico sostegno, lasciava che essi facessero ciò che era nelle loro capacità: così un Vittorini scriveva, un Antonioni faceva film e via dicendo. A volte, è vero, il rapporto tra PCI e intellettuali non era propriamente idilliaco, ma in questi casi generalmente non si trattava di un problema politico: così un Pasolini, ad esempio, faceva storcere il naso al Partito non per le sue idee (pur lontanissime da quelle del PCI), ma per i suoi gusti sessuali, che lo rendevano inviso a quella specie di monolite del laicismo moralista, che si vergognava persino di dire in pubblico che Togliatti conviveva more uxorio &#8211; hai visto mai che i preti non gli caricassero addosso un’altra scomunica. Comunque sia, in genere il rapporto era chiaro: l’intellettuale organico votava PCI o PSI e, per il resto, si faceva i cazzi suoi, perché le idee le metteva il PCI di suo. Poi la situazione mutò nel senso che la sinistra idee da mettere non ne ebbe più, a parte qualche cianfrusaglia americana, e all’intellettuale organico fu chiesto un impegno più ampio: egli doveva essere in grado di convincere l’inclita e il colto, nonché il paesano, a inocularsi un veleno col sorriso da dentifricio sbiancante affermando che la “o” non fosse affatto una foglia di fico o una mascherina; egli doveva attingere al suo ingegno per sostenere che la guerra in Ucraina fosse colpa di Putin che non si era fatto invadere dalla Nato, o che non v’è genocidio in Palestina in quanto la cifra dei morti non raggiunge ancora il numero sufficiente garantito per avere un genocidio di qualità. Insomma, non bastava più che un matematico, metti Odifreddi, si occupasse di numeri, ma doveva occuparsi anche di omicidi politici, sanità mondiale, geopolitica, scienza dei flussi migratori, LGBTxyzQWERTY, estetica islamica e storia della canzonetta con pane e nutella. Ora, come noi sappiamo da Ortega, l’Accademico è il peggior tipo di uomo massa della storia, perché, conoscendo bene un piccolo frammento del sapere coincidente con la sua specializzazione, ignora alla grande tutto il resto ma pretende di parlarne con la stessa autorevolezza che si presume abbia nel suo campo. Così, nello sforzo di essere influencer per un partito senza idee, deve cercare lui di trarre delle idee da quella zone del suo cervello in cui è un idiota come tutti gli altri &#8211; ed ecco che si trasforma in cretino accademico, costantemente impegnato in cretinate sempre più grosse, allo scopo di competere col cretino normale, al quale per esperienza riescono meglio. Il cretino accademico è l’invasione barbarica sui piani alti della gerarchia sociale.]]></description>
		
		
		
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		<title>Circolo Ezra Pound &#8211; Perugia 1974-2024</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 20:04:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Pier Francesco Zarcone]]></category>
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					<description><![CDATA[Circolo Ezra Pound &#8211; Perugia 1974-2024 Poche settimane fa un gruppo di amici ha commemorato i cinquant&#8217;anni dalla fine del Circolo Ezra Pound di Perugia (niente a che vedere con l&#8217;attuale Casa Pound).  Il Circolo fu un&#8217;associazione studentesca che rappresentò un&#8217;esperienza molto formativa per i suoi componenti; ma, a parte questa nota biografica, fu anche una delle prime esperienze di rottura e superamento della visione manichea imposta dalla guerra fredda. Diversi tra noi hanno presentato una memoria nell&#8217;occasione della celebrazione, e io pongo qui la mia, non tanto perché abbia un qualche interesse la mia vicenda personale, quanto piuttosto per il valore dell&#8217;esperienza collettiva di sistema nata da una prospettiva culturale che ancora oggi presenta tratti di originalità. Ho pensato a lungo se mettere note o un&#8217;introduzione, ma alla fine credo che il testo si spieghi da sé e rappresenti bene il senso e il clima di quell&#8217;esperienza e, per me, il significato di un percorso di crescita intellettuale. GF ___________________ Circolo Ezra Pound Perugia 1974-2024 &#8211; un cinquantenario Il “ritorno” del Circolo Ezra Pound a cinquant’anni di distanza mi ha suscitato emozioni profonde e contraddittorie su cui è stato difficile mettere ordine: era inevitabile farlo ricomponendo i fili di un percorso che inizia prima e finisce dopo l’esperienza del Circolo, o forse non è finito ancora; ciò che siamo stati nel passato è sempre una reinterpretazione fatta dal presente. Prima del Circolo (e del precedente anno trascorso al FUAN, da cui fummo cacciati) io venivo da esperienze che mi avevano reso molto facile l’inserimento nel nuovo ambiente: a 15 anni distribuivo volantini della Cisnal nelle fabbriche con Pino Marucci, che il MSI considerava troppo di sinistra (poi sarebbe diventato consigliere regionale nelle Marche); si faceva politica con quel bel personaggio che fu Nicola Carlesi, quando tornava a San Benedetto del Tronto da Bologna, si seguivano le lezioni del “mitico prof.” Salvatore Tringali, che aveva fondato la rivista Europae Imperium insieme a Vincenzo Centorame e allo stesso Carlesi: fu il primo da cui sentii parlare di Evola &#8211; ancora sono presenti su Youtube alcune sue lezioni sul pensatore romano (&#60;www.youtube.com/watch?v=-82spavn0kE&#62;). Un aneddoto che mi torna in mente ogni tanto: in quel periodo di fine Anni Sessanta, non ricordo in quale occasione, un politico cinese ironizzò sul fatto, per lui buffo, dell’esistenza in Italia di ben tre partiti socialisti; ebbene con Peppe Traini, tutt’ora militante sovranista, commentammo che in realtà erano quattro, tale essendo anche il Movimento Sociale in quanto, appunto, “sociale”. Con queste premesse il mio inserimento nel C.E.P. fu naturale e rappresentò per, me sul piano culturale, un importante arricchimento con la scoperta del pensiero di Giacinto Auriti e di tutte le questioni connesse alla finanza e alla creazione monetaria. Di Ezra Pound eravamo bene informati: nella sede della Giovane Italia spiccava una foto del poeta col braccio teso nel saluto romano. Accanto all’aspetto culturale, naturalmente esistevano &#8211; e credo fosse la cosa più importante &#8211; l’aspetto umano, le reti di amicizia, la convivenza serena di giovani esuberanti, a dispetto delle idee più diverse tra loro, perché il C.E.P. aveva ereditato il caos ideologico proprio già del fascismo storico. Questo duplice aspetto &#8211; esperienza umana ed esperienza culturale &#8211; è stato la realtà vivente ed effettiva del C.E.P. Vi è un altro punto, di cui allora avevamo una percezione confusa, ma che a un’analisi retrospettiva risulta dominante: noi eravamo dentro la prima generazione nata dopo il fascismo, dentro la prima ondata di un mondo nuovo &#8211; di una nuova varietà umana, come direbbe Ortega, e con questa generazione condividevamo la sensibilità di fondo e le principali caratteristiche, gusti e comportamenti. Detto in altre parole: noi eravamo un “sessantotto” che partiva da destra, insieme al “sessantotto” che partiva da sinistra: due varianti della stessa ribellione generazionale e, nello stesso tempo, due prospettive pericolose di contestazione che il sistema doveva neutralizzare. La diversa sensibilità generazionale è scolpita nello slogan che sintetizzava la nostra immagine: “né destra, né centro, né sinistra, lotta al sistema capital-marxista”. Prescindo dalla seconda parte dello slogan, che trovo un po’ grossolana, e noto un elemento della prima: noi intendevamo opporci alla vecchia destra, alla vecchia sinistra, al vecchio centro, cioè a un intero mondo da cui ci consideravamo ormai fuori. Il problema è che, chiarito quali erano gli avversari, meno chiaro fu cosa sostituire al loro ordine. Credo che abbiamo avuto l’ingenua idea di realizzare un dialogo e persino una convergenza con la nuova sinistra a partire dal pensiero economico di Auriti: una sorta di congiungimento dei due radicalismi in una nuova prospettiva unitaria. Una completa mancanza di realismo politico. L’idea di una sommatoria tra destra e sinistra torna anche dopo la nostra esperienza, verso la fine degli Anni Settanta con la Nuova Destra di Marco Tarchi e il suo slogan: “né destra, né sinistra” &#8211; successivamente modificato come: “e destra, e sinistra”. Gli intellettuali gravitanti intorno al progetto della Nuova Destra furono effettivamente capaci di creare un dibattito culturale ampio e spesso molto originale, trovando interlocutori qualificati a sinistra e riproponendo personaggi “di confine”, come Jünger o Schmitt. Contemporaneamente, altri gruppi reinterpretavano con nuove categorie, frutto della stessa sensibilità generazionale, le tematiche religiose o identitarie &#8211; come la cooperativa Il Cerchio di Rimini, animata da Adolfo Morganti (oggi Fondazione Comunità, presieduta da Franco Cardini) e la rivista I Quaderni di Avallon, oppure i temi letterari e artistici, come la rivista Parsifal di Pescara, diretta da quel bravo intellettuale prematuramente scomparso che è stato Vincenzo Centorame. La rottura dei vecchi schemi era in atto anche a sinistra, ad esempio con la bella ma breve stagione del Manifesto diretto da Valentino Parlato o con il lavoro di intellettuali e studiosi di varia estrazione, come Lidia Menapace o Pier Francesco Zarcone. Ma tutto questo riguarda già gli ambienti che ho frequentato dopo la chiusura del C.E.P. È interessante citare un ulteriore e fallimentare esempio di sommatoria tra destra e sinistra: la proposta neo-marxiana di Diego Fusaro, sia con i suoi testi (per esempio il fondamentale Storia e coscienza del precariato, Bompiani 2018), sia con la diffusione in Italia del pensiero di Aleksandr Gel&#8217;evič Dugin, al quale la famigerata Wikipedia italiana dedica una pagina contenente una tale quantità di idiozie difficilmente rintracciabile altrove. Gran bravo teorico, Fusaro si era scelto tempo fa uno slogan infelice: “valori di destra, idee di sinistra”. Ora, a parte la mostruosità semantica del “valori di destra”, questo slogan dà l’idea che si tratti di assemblare un pezzo preso da qua e uno preso da là in una sorta di Frankenstein ideologico (difetto presente anche negli altri slogan citati poco fa). In maggiore o minore misura ho partecipato a tutte queste esperienze, ma sempre con una prospettiva diversa da quella dell’assemblaggio ideologico, prospettiva dovuta ai miei studi su un autore che dalla fine degli Anni Settanta in poi diventa il mio principale riferimento culturale: José Ortega y Gasset. Ma prima di concludere su questo argomento debbo dire ancora poche parole su noi del C.E.P. Generazione di svolta o di passaggio, noi dall’ombelico in giù eravamo immersi in un vecchio e puzzolente pantano, mentre il resto del corpo era fuori e respirava aria nuova. Con evidenti limiti dovuti alla giovane età e all’inesperienza, a un certo punto il pantano ci ha riassorbito e questo ha significato la fine del C.E.P. Ancora oggi mi vergogno molto di certe scelte, come aver fatto campagna elettorale per l’abrogazione della legge sul divorzio o di non essere stato sufficientemente aggressivo contro chi esaltava i colonnelli greci o Pinochet. L’elemento che ha attivato il riassorbimento del Circolo nel pantano, secondo me, è stato l’impatto con Alleanza Cattolica e con Giovanni Cantoni: un monolite reazionario, organizzato in maniera professionale (e qui mi taccio), che ha offerto a molti l’illusione di avere una strategia politica concreta, efficace, certamente più seria del movimentismo sessantottino. L’impostazione di A.C. frantuma, a mio avviso, l’esperienza umana del Circolo senza aggiungere nulla di rilevante alla sua esperienza culturale. Su di me personalmente, l’incontro con A.C. ha due effetti: produce il più totale disinteresse per una politica di cattolici, che agiscono come cattolici, per creare una società cattolica in cui cittadinanza e chiesa, parrocchia e partito, si identificano. mi rafforza nell’idea di socialismo, di cui dicevo all’inizio, grazie al fatto che tanto Cantoni quanto il suo rappresentante in loco, Attilio Tamburrini, consideravano Auriti un socialista. Non cesserò mai di ringraziare le menti reazionarie che con l’intento di convertirmi mi hanno messo in mano un libro fantastico: Il socialismo come fenomeno storico mondiale, di Igor Safarevic, nel quale il socialismo viene delineato, ovviamente in chiave di condanna assoluta ed irrimediabile, come una categoria politica che attraversa tutta la storia, includendo Platone e la lunga sequela di quasi tutti i miei autori preferiti e ammirati. A distanza di anni, debbo riconoscere che debbo a Safarevic, oltre che al socialista Ortega, la costruzione della mia personale prospettiva a cui alludevo poco fa. Il fatto puro e semplice è che quando si costruisce una teoria interpretativa della storia restando aderenti ai fatti storici, e non deducendola da principi astratti (questo è il “materialismo storico”, che Marx proclama ma non rispetta), risulta evidente che in ogni tradizione nazionale europea la questione sociale ha un’assoluta centralità; al tempo stesso, affrontare la questione sociale come tema politico, significa pensare che le disparità dipendano dall’organizzazione del sistema e non dalla malvagità del singolo o dalla sfortuna (i “meno fortunati” di cui parlava il Cavalier Berlusconi). Fare della questione sociale un tema politico è il socialismo: l’idea di nazione non può esistere senza l’idea di socialismo, e viceversa. Credo che questo binomio di socialismo e di nazione sia sempre esistito, anche se denominato in altri modi. L’idea di un socialismo astratto, indipendente dal tempo e dallo spazio, da applicarsi con formule automatiche e persino scientifiche, è un errore di Marx, che cade nella colpa dell’intera cultura europea del suo tempo: il razionalismo, l’astrazione, la pretesa sostituzione della realtà vivente col discorso razionale e i giochi verbali della logica. È una colpa che Marx condivide con gli hegeliani di destra e di sinistra, ma anche con i theologi philosophantes dell’Ottocento. Più ancora, essendo la giustizia sociale un valore che, con ogni evidenza, non è al momento presente, essa si pone come obiettivo, non come punto di partenza; al contrario, il punto di partenza non lo si può scegliere ed è quello che ci offre il presente momento storico. Da qui l’esistenza in ogni epoca di tanti socialismi, che hanno in comune l’obiettivo e possono differire in tutto il resto. Marinetti, D’Annunzio, Alceste de Ambris, e persino il giovane Mussolini sapevano bene che la rivoluzione russa era un momento di esaltante liberazione per la nazione russa, ma sarebbe stata catastrofica nella diversa realtà sociale europea, dove avrebbe comportato un peggioramento generale delle condizioni di vita proprio per quel proletariato che si voleva favorire. Così, in conclusione, pur da tutt’altro punto di vista, oggi mi sento di convenire sul fatto che, radicato in ciò che il buon Tringali chiamava “la dottrina sociale del fascismo”, anche Giacinto Auriti rientra a buon diritto nel socialismo. Credo di essere stato tra i primissimi in Italia a formulare questa articolazione fattuale di socialismo e tradizione. Nel 1987, quasi quaranta anni fa, su Parsifal pubblicai una recensione del libro di Zeev Sternhell Né destra, né sinistra, pubblicato tre anni prima da Acropolis, casa editrice che faceva riferimento alla Nuova Destra di Tarchi, che concludeva con questa specie di manifesto per una nuova prospettiva politica: «La natura stessa del fascismo, come l&#8217;ha egregiamente delineata Sternhell, esclude che possa esistere un neo-fascismo, esclude cioè che abbia senso, che sia veramente fascismo, ogni ripetizione in fotocopia dei suoi slogan, delle sue divise, delle sue soluzioni, della sua genialità e della sua follia. Se esso è sintesi creativa, originale, alimentata dal sentire reale della nazione e da ogni dissidenza che voglia ampliarsi nella dimensione di una rivolta globale, allora non lo si può chiudere in un quadro ideologico definito una volta per tutte: è condannato ad essere una visione del mondo...]]></description>
		
		
		
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		<title>E&#8217; nato il comitato per la sovranità popolare &#8220;Giacinto Auriti&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 19:47:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#8217; nato il comitato per la sovranità popolare &#8220;Giacinto Auriti&#8221; La società moderna purtroppo ormai è caratterizzata dalla cancellazione dei principi etici e dall’affermazione dell’individualismo e del relativismo come base della vita sociale. La nostra è una società in cui l’uomo viene privato della sua componente spirituale per essere schiacciato nella sua materialità, che lo rende ricattabile e dominabile, lo rende avulso dal concetto di Popolo e bene comune, lo rende falsamente libero perché condotto a guinzaglio da una Elite finanziaria apolide, il cui unico scopo è il dominio totale sull’umanità per impadronirsi di tutte le ricchezze ed utilizzarle a suo uso e consumo, garantendo la sola sopravvivenza all’uomo, considerato come un animale a cui viene concesso solo il sostentamento, un pollo in batteria a cui viene distribuito il solo mangime. Una società in cui è stata di fatto cancellata la Sovranità del Popolo, per cui essere Sovranisti è divenuto un insulto e quelli che nel mondo politico attuale si definisco tali possono essere identificati in 3 categorie: &#8211; Sovranisti falsi (quelli che mistificano i propri interessi con quelli della Nazione come Trump) &#8211; Sovranisti finti (quelli che si definiscono tali ma sono statalisti) &#8211; Sovranisti vili (quelli che sono tali fino a quando sono opposizione ma dimenticano di esserlo quando sono al Governo, adeguandosi al volere delle Elite finanziarie). La sofferenza del vivere in questo tipo di società ha portato alla costituzione del Comitato per la Sovranità Popolare, che, ispirandosi ai principi espressi nel pensiero del Prof. Giacinto Auriti a cui è intitolato, ritiene doveroso riaffermare: &#8211; La priorità del Diritto naturale nei confronti di quello costituzionale. &#8211; La necessità di realizzare una Società Organica a contenuto umano. &#8211; La realizzazione della Proprietà popolare della moneta. &#8211; La dignità del Popolo. &#8211; La costituzione di una Europa Confederata. • Diritto naturale prioritario a quello costituzionale. Per noi la Costituzione non è una divinità moderna, ma uno strumento per gestire il potere del popolo e non certo la panacea di ogni problema se sganciata dai principi etici irrinunciabili (rispetto per la vita umana dal concepimento alla morte naturale, onestà ed integrità, giustizia ed equità sociale, fedeltà e lealtà). L’eliminazione o l’affievolirsi di questi principi porta alla sua possibile modifica normativa per realizzare le volontà di gruppi di potere che possono strumentalizzarla a loro piacimento (divorzio, aborto, pareggio di bilancio, eutanasia sono i non valori introdotti dalla Massoneria). Per noi la priorità del Diritto naturale deve essere garantita in Costituzione a tutela della stessa natura umana. • Realizzazione della Società Organica a contenuto umano. Prospettando una società basata sull’amore cristiano. Il nostro obiettivo è realizzare una società organica a contenuto umano finalizzata al perseguimento del bene comune, inteso come insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività che ai singoli membri di raggiungere la propria realizzazione più pienamente e più celermente possibile. La società organica è basata sulla cooperazione delle diverse forze sociali. Al centro di tale società c’è l’uomo, inteso come emanazione divina. La nostra società organica ha una visione dell’economia che si basa su valori morali, per cui la singola persona deve agire in modo da perseguire oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune. Una società basata sul principio della solidarietà, quella vera che attribuisce agli uomini pari dignità umana senza preclusione per censo, etnia, stato sociale, convinzione politica e religiosa, e sulla giustizia diffusa per garantire ai lavoratori ed ai più poveri la giustizia sociale e l’equità. Ma non basta, la solidarietà deve essere coniugata con la sussidiarietà, il principio per il quale un’autorità di livello gerarchico superiore si sostituisce ad una di livello inferiore quando quest’ultima non è in grado di compiere gli atti di sua competenza Quella prospettata è una società di tipo piramidale basata sulla centralità dell’uomo come emanazione divina, sull’affermazione della verità e della giustizia diffusa, una società in cui tutti i cittadini diventano proprietari, una società che condanni il modernismo e la lotta di classe per basarsi sull’amore tra gli uomini. Pubblichiamo di seguito la seconda ed ultima parte del nostro manifesto con le finalità e gli obiettivi. • Proprietà popolare della moneta. Noi siamo per la proprietà popolare della moneta, cioè la moneta deve essere emessa dallo Stato in nome e per conto del Popolo che è suo legittimo proprietario ed accreditata ad esso, garantendo così le attività produttive, le opere sociali e pubbliche per la realizzazione del bene comune. Ogni uomo al momento della nascita diventa così proprietario della moneta e del reddito da essa creato, abbandonando lo stato di debitore che oggi lo affligge. Il debito pubblico è determinato dalla truffa ai danni dei popoli attuata dalle Banche Centrali, che, emettono al costo tipografico ed a nostro debito il denaro di nostra proprietà, ma lo vogliono restituito per il valore facciale e gravato dagli interessi, rendendo inestinguibile il debito. Ogni moneta emessa deve essere di proprietà del portatore perché solo così si garantisce il cittadino che la utilizza come mezzo di scambio nelle fasi di tempo. Il signoraggio generato in tal modo dall’emissione della moneta viene utilizzato dallo Stato per realizzare opere sociali e pubbliche non gravando più sulla contribuzione fiscale. Solo con la restituzione della proprietà della moneta al popolo si potrà garantire la realizzazione della Società Organica a contenuto Umano, perché solo liberandosi della schiavitù al sistema usuraio realizzata con la truffa del signoraggio bancario si potrà far scomparire la conflittualità sociale garantendo i mezzi economici per una giusta crescita economica al fine di realizzare il bene comune. • Dignità del Popolo. Per Popolo non può intendersi la semplice unione di individui in una comunità, che per definirsi tale deve avere in comune Storia, Tradizione, Religione e Principi etici su cui basare i comportamenti dei singoli componenti e della società tutta. Noi siamo Popolo nel momento in cui condividiamo le nostre origini che si basano sulla Filosofia greca, il Diritto romano e la Religione cristiana, per cui come corpo unico conquistiamo il diritto di governare. Ogni Popolo deve essere orgoglioso della propria identità, il valore materiale, intellettuale e spirituale dell’uomo si trasmette anche geneticamente. Le origini non possono essere cancellate. Noi siamo per un Democrazia integrale nella quale lo Stato è solo uno strumento a disposizione del Popolo per garantire la sovranità popolare definita come: -Sovranità giuridica. -Sovranità economica. -Sovranità monetaria. -Sovranità energetica. -Sovranità alimentare. -Sovranità sanitaria. • Europa confederata Noi crediamo in una Europa delle Patrie nel rispetto delle etnie e della tradizione greco-romano-cristiana, nel rifiuto dello Statalismo espressione del Monismo Egheliano, che trasforma lo Stato da oggetto a servizio del Popolo in soggetto che si serve del Popolo per realizzare i suoi obiettivi quale entità vivente a se stante. Noi crediamo in una Europa confederata con una sua identità politica e non solo monetaria che si estenda dall’Atlantico agli Urali, indipendente dall’Anglosfera e dal BRICS, attrice in un mondo multipolare che evolva nel confronto costruttivo tra uomini liberi dall’usura. Crediamo in una Europa che rifiuti la globalizzazione, invenzione delle Elite finanziarie apolidi attualmente dominanti, e viva la sua realtà multiculturale per far rivivere la civiltà creata in passato e documentata dalla Storia, per realizzare finalmente il benessere materiale e spirituale dei suoi Popoli. La nostra finalità prioritaria è quella di diffondere attraverso l’analisi degli eventi nazionali ed internazionali la cultura della Sovranità del Popolo con pubblicazioni, conferenze, dibattiti, manifestazioni ed eventi diffusi su tutto il territorio nazionale. Ci riteniamo i più moderni degli antimoderni perché le nostre soluzioni sono totalmente innovative anche se ispirate ad un glorioso passato. Il fine che ci siamo preposti è arduo ma realizzabile con l’aiuto divino, perché, come sosteneva il Prof. Giacinto Auriti: “La verità è destinata a vincere e noi saremo costretti ad essere vincitori perché la possediamo”. pagina facebook]]></description>
		
		
		
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		<title>Ha avuto la faccia di dirlo in pubblico: &#8220;tachipirina e vigile attesa sono invenzioni no-vax&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 15:56:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si può dire che al PD hanno la faccia come il culo, o bisogna mantenere un linguaggio forbito e rimproverarli perché dicono le bugie?]]></description>
		
		
		
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		<title>Craxi / CracNo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jan 2025 16:14:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dice &#8216;Gnazio Larussa, che a me è molto simpatico al di là della differenza di idee politiche, che Craxi non sarebbe dovuto morire in esilio. Ora, &#8220;esilio&#8221; è termine che si usa in un contesto politico, dunque coerentemente &#8216;Gnazio dovrebbe ammettere (o forse afferma in modo implicito?) che la cosiddetta stagione di &#8220;mani pulite&#8221; fu un colpo di stato strisciante per via giudiziaria: invece di perseguire un certo numero di corrotti, la magistratura decapitò in blocco un&#8217;intera classe politica. Quasi intera, per la verità: il PDS (che oggi si fa chiamare PD e prima ancora PCI) fu toccato di striscio dall&#8217;ostinazione di Antonio di Pietro sul &#8220;compagno Greganti&#8221; (che non parlò) e se la cavò bene. Anzi, sostenne la campagna demagogica e lasciò che il Partito Socialista Italiano venisse eliminato, sperando di ereditarne i voti. Non andò così: passando da un errore all&#8217;altro, i voti socialisti si persero, o furono raccolti da Berlusconi, e il PDS si regalò all&#8217;americanata più completa. I giudici continuarono la loro opera con la DC e tentarono di replicarla con Berlusconi. Craxi era colpevole: fu il primo segretario socialista italiano incaricato di dirigere un governo, fu un sostenitore della cooperazione internazionale, fu a sostegno dell&#8217;OLP, spinse per la trattativa con le Brigate rosse durante il sequestro Moro (invece il PCI la osteggiò sbagliando clamorosamente) e fece circondare i miliziani statunitensi che volevano procedere a un arresto illegale in territorio italiano a Sigonella. Doveva essere fatto fuori. All&#8217;on. Moro andò peggio, com&#8217;è noto. Anche la Democrazia Cristiana fu demolita dai giudici. La DC, nel suo complesso, era rivoltante, ma al suo interno c&#8217;era anche gente in gamba: l&#8217;ex partigiano Zaccagnini, Tina Anselmi, che condusse la commissione d&#8217;inchiesta sulla P2 e Gelli, Rosi Bindi, che difese con durezza la sanità pubblica dalla setta medica, Moro, appunto. Perfino Andreotti, dipinto come il diavolo, fu un machiavellico statista e seppe condurre un&#8217;abile (e per il Paese benefica) politica mediterranea: mantenne ottimi rapporti con l&#8217;OLP e con il mondo ebraico &#8211; ma non con il sionismo, che è cosa ben diversa [lo dico per i giovincelli che vanno a dimostrare in piazza per Hamas, non certo per i fact-checker della rete, che sono colti e hanno studiato a Lecco]. Ciò che scompare con Craxi non è un astratto &#8220;socialismo&#8221;, ma è un concreto &#8220;socialismo italiano&#8221;, contraddittorio e discutibile quanto si vuole, ma prezioso per il Paese. E oggi manca. G.F.]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: F.T. Marinetti e la seconda guerra mondiale</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 18:01:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[F.T.Marinetti: Scritti (fraintesi) della seconda guerra Il 2024 si chiude con un rinnovato interesse per il futurismo, nell&#8217;ottantesimo anniversario della morte di Marinetti &#8211; e con rinnovate polemiche, nell&#8217;interminabile e ammuffito dopoguerra che si prolunga nella cultura italiana; così mi è sembrato non dannoso riproporre, riveduto e ampliato, un saggio che avevo scritto come introduzione alla raccolta dei testi marinettiani del periodo della seconda guerra mondiale. Si tratta di opere che considero abitualmente fraintese, almeno in base al mio modo di vedere, disinteressato al pro e al contro e rivolto all&#8217;analisi dei testi e alla loro discussione serena con lettori informati. Scarica F.T.Marinetti: Scritti (fraintesi) della seconda guerra Va alla pagina con gli scritti di Marinetti]]></description>
		
		
		
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		<title>D&#8217;Annunzio: Scritti fiumani &#8211; pagina aggiornata</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Oct 2024 20:46:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Aggiornata la pagina degli scritti fiumani di D&#8217;Annunzio con la pubblicazione integrale del Bollettino Ufficiale del Comando, numeri 15 e 16 1920-04-07 Bollettino ufficiale n. 15: La grande offensiva antifiumana : interamente scritto da Alceste de Ambris e con la nomina di D&#8217;Annunzio a sergente dei bersaglieri; 1920-04-13 Bollettino ufficiale n. 16: Questo basta e non basta: cronaca dello sciopero generale a Fiume e della trattativa in cui il Comandante assume il ruolo di mediatore e favorisce la &#8220;classe operaia&#8221;. 1920-08-29 * Gastone Gorrieri: L&#8217;organizzazione bolscevica in Russia (La Testa di Ferro, 29 agosto 1920) Tutti i testi al link: Gabriele D&#8217;Annunzio, Scritti fiumani]]></description>
		
		
		
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		<title>In memoria del 25 aprile</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 09:46:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; In Italia l’ultima dittatura si è avuta in epoca covid: &#8211; il Paese fu costretto ad arresti domiciliari di massa, &#8211; i mezzi di comunicazione subirono una censura massiccia, ben superiore a quella blanda dell’epoca fascista, &#8211; il dissenso fu criminalizzato ed esposto a un’indignazione fanatizzata ad arte da opinionisti prezzolati, pronti a osannare palesi menzogne di importanti politici di governo, &#8211; lavoratori inermi in sciopero furono aggrediti con inutile furia dalla polizia, furono ricattati e sospesi dallo stipendio, &#8211; medici che erano davvero medici furono costretti a curare clandestinamente e vennero espulsi dall’Ordine, &#8211; le Università divennero centri inquisitoriali, &#8211; decreti di emergenza furono emanati fuori da ogni regola parlamentare, con norme di comportamento che sembravano scritte da dementi, ed è meglio sospendere qui, per non tirarla a lungo. I criminali politicamente responsabili sono ancora liberi, alcuni si sono arricchiti, c’è chi si è autocelebrato in un libro che ha difficoltà a presentare in pubblico a causa delle contestazioni, che provengono non da “no vax”, bensì da vaccinati che hanno creduto alla propaganda e hanno vissuto i danni sulla propria pelle o su quella dei propri cari. Simbolo di questa sospensione della democrazia è la scomparsa da tutti i media internazionali dell’intervista in cui il premio Nobel Montagnier illustrava con rigore scientifico cosa fosse successo e prevedeva (confermato dai fatti) come e in che tempi si sarebbe usciti dalla pandemia: mi è sembrato indicato, per dare un senso al 25 aprile, che lo ha perso, riproporre un estratto che riuscii a salvare tempo fa. In un altro “post” ho pubblicato una mia fotografia, di epoca precedente il covid, presa nella Risiera di San Sabba a Trieste. In primo piano c’è un garofano rosso. Io sono socialista, avrei volentieri festeggiato il 25 aprile. Il socialismo è il tronco da cui sono nate le grandi rivoluzioni che, tra Ottocento e Novecento, hanno fallito il loro obiettivo: quella comunista, perché il sovietismo russo non era applicabile in Europa, per la ricchezza e il dinamismo individuale della classe media, delle piccole imprese, dell’idea cooperativa; quella anarchica, perché non era applicabile e basta; quella fascista, perché dopo la sconfitta di D’Annunzio a Fiume Mussolini cercò un compromesso con la monarchia, rinunciò al radicalismo della Carta del Carnaro (essa sì la più bella Costituzione &#8211; socialista &#8211; del mondo), traendone solo alcune riforme molto diluite, prima di quell’immane sciocchezza che fu l’alleanza con Hitler. Esattamente da 40 anni ripeto che il socialismo è un elemento strutturalmente presente nella tradizione nazionale dei paesi europei, e nel socialismo sono compresi e custoditi i valori nazionali. Probabilmente a molti quel garofano rosso farà pensare alle malefatte di alcuni, su cui si costruì il colpo di stato giudiziario chiamato “mani pulite”; a me fa pensare che l’ultimo atto di sovranità nazionale italiana lo ha fatto un socialista a Sigonella e che solo un ritorno al socialismo vero può salvare questo Paese, ormai costretto a scegliere tra due destre: quella conservatrice, e in fondo rispettabile, di Meloni e quella del Partito Democratico, che rappresenta il nulla del nulla e il peggio del peggio. Avrei volentieri festeggiato il 25 aprile se non l’avessero ridotto a un letamaio. Gianni Ferracuti]]></description>
		
		
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		<title>NO al “Trattato sulla pandemia”!!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Feb 2024 11:08:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da presskit.it Condividiamo una petizione già firmata da oltre mezzo milione di persone per fermare la presa del potere illimitato da parte dell’OMS. NO al “Trattato sulla pandemia”!! La petizione è stata presentata ad aprile 2023 da un deputato del congresso spagnolo, Ignacio Arsuaga. L’abbiamo tradotta per voi. Eccola: Fermiamo la presa del potere illimitato da parte dell’OMS. NO al “Trattato sulla pandemia”!! L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dipendente dalle Nazioni Unite, sta cercando di approvare modifiche radicali al Regolamento sanitario internazionale (IHR) che le conferirebbero un potere senza precedenti per contrastare la presunta “disinformazione” in Spagna e nel mondo. Ciò darebbe all’OMS un enorme controllo sulle informazioni a cui tu e io abbiamo accesso e sulle nostre decisioni sanitarie personali. Gli emendamenti proposti dall’OMS amplierebbero il suo potere di dichiarare “potenziali” emergenze sanitarie e darebbero ai funzionari dell’OMS il potere di sviluppare nuovi meccanismi di sorveglianza globale e di condivisione dei dati. Consentirebbero inoltre all’OMS di riconoscersi come “autorità di coordinamento” durante un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC). Se questi emendamenti proposti verranno approvati, l’OMS rafforzerà le sue capacità di “contrastare la disinformazione” definendo la “verità ufficiale”. Verrebbe cioè concesso il potere di censurare i contenuti, limitando ulteriormente la nostra libertà di espressione. Come cittadini, tu ed io abbiamo il diritto al consenso informato, alla privacy medica e all’autonomia personale. Non possiamo permettere a un’agenzia sanitaria globale non eletta di dettare a quali informazioni possiamo accedere e quali decisioni possiamo prendere riguardo alla nostra salute. Ecco perché vi esorto a firmare oggi la nostra petizione per proteggere i nostri diritti e le nostre libertà fondamentali. Con la tua firma, puoi aiutarci a inviare un messaggio alle Nazioni Unite, all’OMS, al nostro governo nazionale e ai nostri rappresentanti presso l’OMS, affinché non sostengano la regolamentazione globale sulla pandemia che cerca di limitare le nostre libertà, la sovranità del nostro Paese attraverso un controllo globale senza elezioni o controllo giudiziario. Dobbiamo agire ora per proteggere i nostri diritti e le nostre libertà. Firmando la nostra petizione, puoi aiutare HazteOir.org a impedire che l’OMS acquisisca un controllo senza precedenti sulle informazioni a cui abbiamo accesso e sulle nostre decisioni sanitarie personali. Grazie per la vostra attenzione a questa importante questione. Per favore firma la nostra petizione oggi e unisciti a noi nella protezione dei nostri diritti e libertà fondamentali. Per maggiori informazioni: In cosa consiste e quali sono le minacce del trattato internazionale sulla pandemia: https://liberumasociacion.org/a-fin-de-aclarar-algunos-aspectos-sobre-la-creacion-de-la-aesap-el-reglamento-sanitario-internacional-tratado-de-pandemias-hera-autoridad- della-risposta-dell-ue-vi-informiamo-che/ Ecco come giustificano la regolamentazione globale sulla pandemia: https://www.isglobal.org/-/un-tratado-internacional-contra-las-pandemias-negociado-en-una-oms-mas-fuerte Biden ammette di essere disposto a cedere all’OMS il potere sulla gestione delle nuove pandemie (in inglese): https://www.theepochtimes.com/biden-admin-negotiates-deal-to-give-who-authority-over-us-pandemic-policies_5066631.html?utm_medium=social&#38;utm_source=twitter&#38;utm_campaign=digitalsub Maggiori informazioni sulle normative sanitarie internazionali: https://www.paho.org/es/topics/international-health-regulations Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore. Leggi le ultime notizie su www.presskit.it Può interessarti anche: Green Pass europeo resterà per “aiutare gli spostamenti”, lo adotta anche l’Oms Può interessarti anche: L’OMS sollecita la dichiarazione di “emergenza sanitaria globale” a causa della “crisi climatica” Può interessarti anche: La dottoressa Meryl Nass denuncia il “colpo di stato morbido” dell’Oms attualmente in atto Può interessarti anche: I trucchi dell’Oms per presentare il più tardi possibile le modifiche al regolamento internazionale, così che non ci si possa opporre Per non dimenticare: L’Oms nei suoi statuti si concede l’”immunità dall’arresto o dalla detenzione personale e dal sequestro dei loro bagagli personali” Può interessarti anche: L’Oms per non perdere i finanziamenti deve fare quello che gli dicono i finanziatori, la denuncia del dott. David Bell Può interessarti anche: Oms: negli ultimi 20 anni si è avvicinato alle aziende farmaceutiche a scapito della salute pubblica. 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