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	<title>Studi Interculturali &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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	<title>Studi Interculturali &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Nuova edizione italiana delle Meditaciones del Quijote di Ortega</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 16:08:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Meditazioni sul Don Chisciotte (1914) edizione italiana a cura di Gianni Ferracuti Meditazioni sul Don Chisciotte è il testo in cui José Ortega y Gasset espone per la prima volta in forma sistematica la sua innovativa concezione della realtà e del pensiero filosofico. La presente edizione italiana, curata da Gianni Ferracuti, docente di Letteratura spagnola ed esperto studioso dell&#8217;Autore, contiene il testo completo e aggiunge i principali scritti orteghiani che lo hanno preceduto. Risulta così possibile ricostruire il percorso intellettuale di Ortega nel decennio precedente, che è anche oggetto dell&#8217;ampia introduzione del Curatore. Dall&#8217;introduzione: «[&#8230;] L’atto d’amore intellettuale è la disposizione ad abbandonare la visione della cosa come oggetto separato: con ciò, la cosa resta cosa, ma viene transustanziata (termine che Ortega usa in forma di metafora) in un atto di amore intellettuale. L’amore non illumina tanto l’intelletto quanto la cosa stessa nel suo mondo; non è una proiezione di sentimenti umani sull’oggetto, bensì è l’accettazione dell’oggetto come tale. Quando l’amore penetra nelle proprietà dell’oggetto, in ciò che esso possiede in proprio, scopre appunto che l’oggetto si prolunga nel mondo con le sue connessioni e richiede il mondo stesso per poter esistere. Si ha così una progressiva scoperta di connessioni, il cui collegamento (la cui percezione) manifesta la struttura essenziale dell’universo: l’amore per la cosa, la coglie nella sua connessione con l’intero universo: con l’universo reale, non con una rete di concetti. Nel suo aspetto vissuto, l’amore intellettuale è un vivo desiderio di comprensione. Ansia di comprensione significa anzitutto non accontentarsi di ciò che già si sa, cioè della prima occhiata gettata sul mondo. Ogni visione fornisce dei dati, ma non dà insieme il loro significato. La sensazione presenta una serie di note: suoni, colori, sapori&#8230; che non sono soltanto un elenco di notizie singole, ma si trovano nella cosa in modo strutturato. Per comprendere allora tale realtà occorre com-prendere, collegare insieme, queste notizie nella loro struttura e nel loro riferimento le une alle altre. Per arrivare alla comprensione delle cose secondo il senso loro, e non nostro, bisognerà che esse ci siano presenti nel loro fisico esserci intorno. Se la sensazione presenta cose reali, la massima percezione della loro realtà si trova nelle cose che più ci sono vicine. Delle cose lontane si hanno notizie più vaghe, malsicure, forse mediate da terzi e generiche; invece delle cose che mi stanno intorno ho notizie di prima mano. Inoltre la realtà è più di una complessa armatura di concetti solo se ha una sua materialità, una consistenza che tocco nelle cose vicine e non in quelle remote, oltre la portata dei sensi. Se ciò che chiamo «mondo» non ha nulla a che fare con il mio piccolo mondo circostante, se questo non si prolunga in quello, ben oltre la mia mano e il mio sguardo, allora si parla di astrazioni. Ma se vi è continuità tra il mio mondo e il mondo, allora «il mio mondo» non è chiuso né limitato, ed è, piuttosto, la mia porta di accesso all’universo, con tutti i limiti derivanti dal fatto che lo vedo solo parzialmente, in una prospettiva. La visione prospettica determina anche una ridefinizione dell’idea di verità. Ortega richiama la nozione classica di alétheia: la verità è un dis-velamento, l’eliminazione di un velo che occulta il reale e che cade quando la realtà viene osservata nella giusta angolazione. L’immagine del velo che cade indica il momento in cui nella visione della superficie si scorge la profondità: se gli alberi non permettono di vedere il bosco, allora proprio loro sono il velo e l’alétheia è il momento in cui gli alberi stessi vengono scoperti come bosco: quando si cammina e si vendono con continuità alberi sempre diversi, a un serto punto la somma delle singole vedute fornisce l’immagine, la visione, del bosco, che ci circonda ma che non vediamo masi nella sua interezza. L’alétheia è, dunque, la cattura della realtà così come è, con la sua profondità che si disvela dal punto di osservazione adeguato: nel modus res considerandi che Ortega si impegna a proporre: non maniere soggettive di pensare, ma scorci che scoprano il profondo e possano propiziare l’esperienza personale del velo che cade, frantumando l’illusoria maschera della superficie e mostrando le strutture che governano le impressioni sensibili e le rendono significanti: le cose nelle loro relazioni [&#8230;]». José Ortega y Gasset Meditazioni sul Don Chisciotte &#160;]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Maschere: un&#8217;interpretazione di Dioniso</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 17:54:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset: Maschere Un&#8217;interpretazione di Dioniso Traduzione: Gianni Ferracuti «La religione greca è, in senso formale, religione “popolare”. Lo è in primo luogo perché ha origine nell&#8217;impersonalità collettiva dei diversi “popoli” o “nazioni “elleniche; in secondo luogo, perché il suo contenuto ha un carattere diffuso, atmosferico, quasi diremmo respiratorio. E non è come le altre religioni mazdeo-mosaico-cristiane una forma di vita delineata e definita, separata dal resto della vita, né tollera le esattezze e le cristallizzazioni rigorose di una dogmatica teologica istituzionalizzata da gruppi particolari di sacerdoti. Non è, dunque, teologia, ma mera e spontanea religione che gli uomini praticano così come contraggono e dilatano la loro cassa toracica nell&#8217;operazione del respirare. Penetra tutta la loro vita, che non deve smettere di essere ciò che è quando non è specialmente “vita religiosa”, per esserlo nonostante; in terzo luogo, perché è dichiaratamente e costitutivamente religione di un “popolo” come popolo, e pertanto è una funzione dello Stato. Gli dèi sono anzitutto dèi dello Stato e della collettività, e solo attraverso ciò sono dèi per l&#8217;individuo.» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Temi dell&#8217;Escorial (1915)</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 17:32:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Temi dell&#8217;Escorial (1915) Traduzione: Gianni Ferracuti «Nel 1793, nella fase più crudele della Rivoluzione francese, quando il terrore segava giornalmente centinaia di gole, il Mercure de France, rivista dei poeti, pubblicava una poesia con questo titolo: Ai mani del mio canarino. Confesso che quest’aneddoto mi si è parato dinanzi come un ammonimento, cominciando a raccogliere le note che seguono, al fine di leggerle oggi dinanzi a voi. Non è assurda la tranquilla occupazione letteraria quanto intorno il corpo della storia scricchiola, trema dalle radici alla cima e i suoi fianchi convulsi si schiudono per dare alla luce una nuova epoca? Non è insopportabile questa inattualità del povero poeta imbecille che, mentre gli uomini si decapitano, ricorda il suo canarino?» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Gli eremi di Cordova (1904)</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 17:24:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Gli eremi di Cordova (1904) Traduzione: Gianni Ferracuti «Se all&#8217;avvicinarsi dell&#8217;estate coi suoi ardori cerchiamo un luogo ombroso o una spiaggia arieggiata, perché non dobbiamo cercare anche sanatori di silenzio e stabilimenti balneari di solitudine quando qualcosa dentro di noi ci chiede isolamento?» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Teoria del classicismo</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 12:59:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Teoria del classicismo (1907) Traduzione: Gianni Ferracuti &#160; «C&#8217;è ancora gente per cui non è del tutto chiara questa faccenda del classicismo, persone affette dal vago sospetto che tutta questa macchina del mondo è nata nel loro stesso giorno; lasciamole nella loro opinione: in fondo è oltremodo conveniente che alcuni nostri amici pensino diversamente da noi, perché così otteniamo l&#8217;arricchimento della coscienza nazionale. E lasciamogli l&#8217;arduo compito di rendere logicamente decente il loro solipsismo, cerchiamo noi di dare alle nostre energie, poche o molte, l&#8217;alveo e la coscienza del classico.» Scarica il testo completo]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Trattato di estetica in forma di prologo (1914)</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 11:09:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Trattato di estetica in forma di prologo José Ortega y Gasset (1914) Traduzione: Gianni Ferracuti «Questo io che i miei concittadini chiamano Tal dei Tali, e che sono io stesso, in definitiva ha per me gli stessi segreti che per loro. E viceversa: degli altri uomini e delle cose non ho notizie meno dirette che di me stesso. Come la luna mi mostra solo la sua pallida spalla stellare, così il mio «io» è un viandante imbacuccato, che passa davanti alla mia conoscenza lasciandole vedere solo la schiena avvolta nel panno di un mantello.» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>Pier Francesco Zarcone: Ricostruzione del Natale perduto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 13:21:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ricostruzione del Natale perduto[1] Pier Francesco Zarcone Parliamo di Natale perduto perché quel che viene celebrato annualmente, pur mantenendone il nome, è ormai tutt’altra cosa: una pagana e sguaiata orgia mangereccia e consumista di gente ormai decerebrata e mossa verso questa ricorrenza dalla bulimia feticista per acquisti magari costosi ma spesso inutili o di cattivo gusto. Tali acquisti, passate le feste, lasciano il problema (non sempre facilmente risolvibile) di individuare a chi sbolognarli il prima possibile, ma con l’apparenza di trattarsi di cose pregiate, cioè con lo stesso atteggiamento di chi in origine li portò in regalo. Inutile dire che il processo di sbolognamento richiede l’individuazione di soggetti che teoricamente mai si incontreranno (né si incontrerebbero) coi donatori originari. Spesso anziani e vecchi rimpiangono la magia dei periodi di Natale della loro giovinezza. Una certa magia effettivamente c’era, soprattutto per le generazioni anteriori al ’68. Ancora il simbolo del Natale era il presepe, e comporlo o da soli o aiutati da genitori e/o nonni aveva qualcosa di magico per il fatto di ricreare – più o meno – l’ambiente dove era nato quel divino bambino sulla cui divinità, peraltro, non è che ci si capisse molto. Ma comunque la si accettava. Le competenze per i regali erano equamente ripartire tra Gesù Bambino e l’inesistente Befana dalle origini non molto chiare. Il primo “entrava in azione” subito dopo la commemorazione della nascita, cioè dopo la mezzanotte del 24, e la seconda il 6 gennaio. Era bello scrivere la letterina a Gesù Bambino comunicandoGli i propri desideri. A parte l’innegabile materialismo della cosa, almeno il nesso comunicativo si sviluppava verso il protagonista dell’evento natalizio, senza intromissioni di quel nulla fenomenico rispondente al nome di babbo natale, vecchio nordico coi colori della Coca-Cola (pagliaccesca versione protestante di S. Nicola di Mira, poi di Bari). Poi i tempi sono cambiati e la colonizzazione yankee, detta american way of live, progressivamente ha dominato molti aspetti della vita nostrana e l’albero di Natale – del tutto estraneo alle tradizioni mediterranee – ha dominato la scena natalizia, con tutta la sua freddezza non riscaldata (anzi!) dal sistema di lucine alterne che spesso non funzionano bene. E fin qui niente di davvero spirituale. Nemmeno nei tradizionali canti natalizi: dal Tu scendi dalle stelle al teutonico e “pesante” Stille Nacht, ci si muoveva in un’atmosfera sentimental-sdolcinata, e nulla di più. Per mera carità cristiana si omettono giudizi sulle canzoncine e le musichette in voga nella Yankeelandia o, per i Latino-americani, gringolandia. Il Natale è qualcosa di diverso, definibile mysterium tremendum et fascinans, in quanto irruzione del Sacro nella sua massima dimensione. Qui è l’essenza del Natale. Il resto sono chiacchiere più o meno sentimentali e sdolcinate, che alla fine fanno più male che bene. Il Natale attesta il fatto storico dell’Incarnazione divina per la trasmutazione e salvezza dell’essere umano e del cosmo; attesta che Dio non è un’entità metafisica lontana, ma presente, ed apre all’essere umano il cammino per la divinizzazione personale (cosa mai ammessa dal Cristianesimo occidentale). I canti della Divina Liturgia ortodossa esprimono una ben altra dimensione dello spirito ed un radicamento teologico di tutt’altro livello rispetto ai “fratelli separati” d’Occidente spesso e volentieri presentatisi come eredi legittimi di Caino. Per esempio, il Tropario di Natale dice La tua Nascita, o Cristo nostro Dio, / ha fatto risplendere sul mondo la luce della conoscenza. / Con essa gli adoratori degli astri hanno imparato ad adorare Te per mezzo di una stella, / il Sole di Giustizia, / e a conoscerTi, oriente venuto dall&#8217;alto: o Signore, gloria a Te.  E il Condakio natalizio, Oggi la Vergine ha partorito Colui che è trascendente in essenza, / e la Terra offrì una caverna a Colui che è irraggiungibile. / Angeli e pastori Lo glorificano, i Magi con una stella sono in viaggio, / perché un Bambino è nato per la nostra Salvezza, / Lui che è il Verbo Eterno.  Poiché oggi sulla nascita di Gesù-Lógos prevale la festa anglosassone di Babbo Natale, è ovvio che ai piccoli ed ai loro genitori ormai decerebrati sfugga quale nascita si commemorava periodicamente. È Natale e basta, e tutti son contenti: atei ed agnostici se ne fregano e possono abbandonarsi ai piaceri della tavola in una festività in più che a volte consente di fruire di “ponti” di tutto rispetto; i credenti vanno alla liturgia sempre più inconsapevoli e tutto sommato respirano un po’ di aria meno inquinata (si spera). Per le ormai minoranze cristiane sia motivo di riflessione, magari non del tutto appagante, il fatto che nelle maggioranze nichiliste gli attivi nemici del Natale – che lo cancellerebbero volentieri sostenendone la nullità di contenuto – si impegnano vigorosamente in tutti i modi per boicottarlo, facendo pensare che tale ricorrenza religiosa faccia su di loro lo stesso effetto dell’aglio sui vampiri. Eventi degni di entrare nel purtroppo inesistente Guinness delle Stronzate sono le decisioni di certe scuole italiche contro le manifestazioni natalizie (a cominciare dai presepi) con la scusa (tra il buonismo obbligatorio di certa pseudosinistra – o meglio, della c.d. sinistra di oggi – e l’ipocrisia) di non turbare gli scolari musulmani, quando poi per l’Islām Gesù (ʿĪssā) è il maggior profeta prima di Muḥammad e secondo il Sacro Corano la Sua nascita sarebbe avvenuta per opera diretta di Dio sulla vergine Maria (e sul punto è consigliabile non fare gli spiritosi coi Musulmani, che reagirebbero in modo meno disinvolto ma ben più appropriato ed efficace di quanto facciano i Cristiani occidentali)[2]. Nell’articolo pubblicato a dicembre su “ereticamente.net”, dal titolo Natale ossia nascita, Roberto Pecchioli (n. 1954) ha terminato lo scritto sostenendo che siamo turbati dalla fine del Natale, dalla sua riduzione a intermezzo di consumo, luci artificiali e ostentati buoni sentimenti. Crediamo per quanto sia assurdo, perché senza la luce del totalmente Altro siamo solo animali parlanti, un po’ più intelligenti, un po’ più crudeli. (…) Possiamo esaltare tutta la scienza del mondo, ma l’unica risposta che placa la sete, che allontana il terrore, che riconcilia e talvolta arriva a farci chiamare fratelli, è Dio. Perciò quella nascita interroga ciascuno, e non permette che il 25 dicembre sia soltanto un giorno di grandi pranzi in cui si millanta felicità. No, l’uomo non è ciò che mangia, come pensava Feuerbach. E se davvero il bambino di Betlemme fosse il figlio di Dio, e questa vita un lacerto di eternità? Questa domanda ci avvicina all’essenza del 25 dicembre. Ma prima ci sarebbe qualcosa da dire circa l’usuale – e un po’ “piatto” – buon Natale, espressione su cui generalmente non si riflette. Augurare un Natale “buono” può avere una vasta gamma di significati che qui non mette conto analizzare, bastando solo dire che si tratta di bontà nel senso di stare bene in molti modi. Più inerente al benessere spirituale è l’equivalente serbo della nostra espressione augurale: srèćan bòžić, in cui srèćan indica felicità. E per il Cristiano il Natale non può che essere felice, per il semplice fatto di contenere (per il momento limitiamoci a questo verbo la più elevata e positiva delle “buone novelle”: il Lógos divino si è incarnato ed è fra di noi [3], in un’operazione coinvolgente l’intera Trinità. Note [1] Spesso gli articoli sono frutto di riflessioni provocate da esperienze personali, come nel caso del presente scritto, il cui autore – dopo due anni di precario auto-esonero dall’incombenza annuale del “cenone” natalizio – stavolta è fresco reduce da un’apposita cena famigliare. A mancare del tutto era un qualsiasi contenuto religioso-spirituale inerente al 25 dicembre (inteso come Natale e non come solstizio d’inverno). D’altro canto, la figlia è apparentemente agnostica, ateo il suo compagno, il loro figlioletto coerentemente non battezzato, atei entrambi i genitori del sopramenzionato compagno. Credenti, invece, colui che scrive e la moglie. Mancava un ulteriore ateo: il figlio che vive a Roma. Inutile cercare un nesso logico tra questa scombiccherata compagnia e il Natale al di là del riunirsi tra mura domestiche per mangiare l’immancabile porcellino arrosto con patate (leitão, la porchetta portoghese). Atmosfera come sempre formalmente allegra, ma sempre incombente il pericolo di qualche sproposito involontario o, peggio, volontario (in genere da parte del sottoscritto). Ovviamente, assenza del presepe; per forza, ormai il Natale – nel silenzio/assenso della Chiesa romano-cattolica e della galassia protestante – è la festa di Babbo Natale. Ovvio che troneggi, in tutto il suo “splendore”, il pagano-nordico albero di natale. Una prece per quei Cristiani che nel mondo ancora rischiano la pelle per voler celebrare religiosamente il Natale. E magari senza neppure una consolante fetta fredda di leitão). [2] Nei Balcani non islamici lo spiritoso venuto da Occidente può rimediare una classica coltellata ortodossa, punitiva e pedagogica nello stesso tempo. [3] In russo, al contrario, l’augurio è dello stesso tipo del nostro: Доброго Рождества. In greco è kαλά Χριστούγεννα, in cui il bene e/o la bontà e/o la bellezza di kαλά sono espressamente riferiti al fatto della nascità di Cristo, e non di un inesistente babbo natale calato dal gelo nordico.]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Dice che &#8220;repetita juvant&#8221;, ma&#8230; sarà?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 13:02:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Gianni Ferracuti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ogni anno, di fronte allo sciocchezzaio natalizio di ciò che (con infondata presunzione) si dice “di sinistra”, mi capita di ricordare che il natale è un’invenzione di san Francesco, a significare che non serve occupare militarmente i luoghi santi per celebrare la nascita di Gesù perché questo lo si può fare dovunque e anche ogni giorno: poi, data la fragilità umana, che ha bisogno di segni tangibili, si può realizzarne una rappresentazione plastica che, pur non essendo un rito formale, riattualizza miticamente l’evento. Mi piace poi descrivere questo evento in termini islamici: è la nascita di ʿĪsā, nascita miracolosa dalla vergine Maryam, come si legge nel Corano, e nascita di un profeta e un al-Masih, un messia ovvero profeta di alto rango inviato da Allah per guidare il popolo (Sura di Maryam, 19, 16-34). La celebrazione del natale viene generalmente rispettata nei paesi musulmani, anche se non si tratta di una festa ufficiale dello stato, tranne in Iraq e Giordania, dove è ufficialmente riconosciuto, o altri paesi dove il 25 dicembre è una giornata festiva ma laica (Senegal, Malaysia, Pakistan). I “nostri alleati” sauditi ne proibiscono ogni manifestazione pubblica ma consentono di festeggiarlo in privato. Tutto ciò è noto e forse è più utile fare un’altra considerazione. Ciò che caratterizza la narrazione della natività è l’atteggiamento di esclusione e disprezzo verso una coppia formata da una sposa bambina agli ultimi giorni di gravidanza e un uomo che la tradizione considera molto anziano per l’epoca. A quel tempo ci si sposava in età abbastanza giovane, per cui il vecchio e la fanciulla facevano già una cattiva impressione, ma è probabile che il motivo principale del rifiuto degli albergatori fosse dovuto proprio alla gravidanza, che avrebbe potuto essere di fastidio in un momento di notevole flusso di persone a causa del censimento, soprattutto nel malaugurato caso di problemi o decesso nel parto. Coloro che enfatizzano fino alla noia l’inclusività dovrebbero tenere conto di questo aspetto. Bisognerebbe anche prestare attenzione al contenuto simbolico che dà alla natività una dimensione universale: la scelta del 25 dicembre come data ha chiaramente un valore strategico, in quanto si sovrappone a molte feste religiose precristiane, dai saturnali romani allo zoroastrismo e via dicendo, rispetto alle quali la figura storica del Cristo appare come una sorta di inveramento e quindi di superamento, ma questo si capisce concentrandosi di più sull’aspetto astronomico, cioè sul fatto che in questa data cade il solstizio, ovvero la vittoria della luce sulle tenebre. Il solstizio è uno dei simboli più arcaici del pensiero religioso, di cui esprime il nucleo più essenziale. Nella nostra tradizione culturale (che non è “l’occidente”, almeno non ciò che oggi intendiamo con questa espressione) dalla ierogamia di Khronos e Rea (figli della coppia primordiale Ouranos e Gea) nascono figli che Khronos divora, finché Rea riesce a partorirne uno, Zeus, di nascosto (in una grotta, ma funziona bene anche una stalla) e questi riuscirà ad uccidere Khronos e riportare alla luce i figli divorati. Il senso della storia si ha traducendo i nomi dei protagonisti. Dalla coppia primordiale Cielo e Terra (Urano e Gea) nascono Crono, il Tempo e Rea, il cui nome ha la stessa radice del panta rei di Eraclito &#8211; tutto scorre, fluisce: la natura (physis, cioè generazione) è fluente; realtà (realitas) ha la stessa radice: il reale è fluenza per il carattere intrinsecamente dinamico della sua struttura. Dunque, il Tempo divora i figli generati dalla madre natura, finché essi non saranno liberati dalla morte uccidendo il Tempo stesso: questo avviene ad opera di Zeus, in sanscrito Dyaus, dalla radice *dyeu- che significa “luce splendente”, da cui Dyaus pita (padre celeste o padre cielo) e Juppiter, con lo stesso significato, e Dios (genitivo di Zeus). La Luce irrompe nelle tenebre del tempo e salva i figli che ne erano stati divorati: è l’essenza ultima di ogni forma di pensiero religioso; il cristianesimo convalida questo schema mitico aggiungendo &#8211; e questa è la sua fede &#8211; che esso viene realizzato e reso evento storico nella natività, cioè nell’Incarnazione. Che ci si creda o meno, tutto si può dire tranne che il natale non sia inclusivo o che la sua celebrazione pubblica possa mancare di rispetto a qualcuno. Quanto al Babbo Natale, che si sponsorizza come alternativa, è noto che esso è un’invenzione della Coca-Cola Company: un banale prodotto di marketing, che include solo fin quando si hanno dei soldi in tasca, che la ditta aspira a portare nelle sue casse. Il Babbo Natale della Coca-Cola mercifica un’immagine precedente già abbondantemente laicizzata, quella di Santa Claus, deformazione del nome di San Nicola, vescovo cattolico bizantino del IV secolo, il cui corpo è sepolto a Bari. Insomma una pacchianata americana congenere ad Halloween. Gianni Ferracuti]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Oltre Evola, Oltre Guénon: metafisica e ontologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 10:19:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Futurismo e avanguardie]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero contemporaneo]]></category>
		<category><![CDATA[Studi Interculturali]]></category>
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		<category><![CDATA[filosofia contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[Oltre Evola, Oltre Guénon: metafisica e ontologia Gianni Ferracuti [«Oltre Evola, oltre Guénon» è un saggio pubblicato su I Quaderni di Avallon, 10/1986, pp. 89-104, poi in L&#8217;invenzione del tradizionalismo, disponibile online in edizione cartacea] Oltre Guénon Il punto di disaccordo tra Evola e Guénon si situa a un livello molto profondo e lo si può scoprire a partire dalla concezione evo­liana della magia. La concezione che Evola ha della magia intorno al 1930 (cioè dopo la lettura di Guénon) è diversa da quella che ne ha nel 1924. Però l&#8217;interpretazione tradizionale della magia svilup­pa germi presenti già nell&#8217;interpretazione idealistica, e li sviluppa in senso non guénoniano. Secondo Di Vona, il quale ricorda che l&#8217;intesa tra Evola e Gué­non non fu mai completa, «tutto il sapere iniziatico e magico che Evola poté adunare prima del suo incontro con Guénon, solo dall&#8217;i­dea guénoniana di tradizione ricevette ordine»[1]. Ciò è condivisibi­le, nel senso che ricevette una giusta collocazione gerarchica. Però, dalla magia collocata al suo giusto posto, Evola trae una concezio­ne dell&#8217;essere contrapposta a quella di Guénon, alla quale concezio­ne era pervenuto già nel periodo idealista, anche se rimaneva diffi­cile farla emergere dentro gli schemi e la terminologia di questa corrente filosofica. Le critiche severe di Guénon a L&#8217;uomo come potenza[2] sono indicative del livello su cui si colloca il contrasto. La frattura è sulla concezione della potenza. Nella Teoria dell&#8217;indi­viduo assoluto (stesura del 1924, per testimonianza di Evola) si parla già del Principio come potenza[3] in termini irriducibili alla metafisica di Guénon. Nel rapporto tra il Principio e il mondo Evola distingue la for­ma della spontaneità (in cui il possibile si identifica col reale, e ciò che accade è solo ciò che poteva accadere) dalla forma della volon­tà, in cui il possibile eccede il reale. In questo secondo caso, il pas­saggio dal possibile al reale implica una decisione libera, un mo­mento di dominio e di autarchia, un potere che domina, una pote­stas in cui risiede la ragione incondizionata dell&#8217;essere o del non essere dell&#8217;atto.[4] Nel caso della spontaneità, invece, la libertà ri­sulta essere uno sviluppo privo di impedimenti esterni, ma condi­zionato internamente da un&#8217;intrinseca necessità. È quest&#8217;ultima la concezione di Guénon. Secondo Di Vona, la spontaneità per Guénon è un carattere della libertà umana, che in ciò non ha nulla di particolare: «La libertà umana è solo un caso specifico della spontaneità che spetta in proporzioni diverse a tutti gli esseri come tali».[5] Il contrasto tra Evola e Guénon è quello tra una concezione statica dell&#8217;essere e una concezione dinamica, indi­cabile come non parmenidea. La concezione statica e immobilista causa la sorprendente cecità di Guénon per tutto ciò che «si muove», come ad esempio la grossolana inclusione della filosofia dei valori tra le «superstizioni moderne», il suo deliberato ignorare la filosofia tedesca del Novecento o quella spagnola, l&#8217;inconciliabi­lità del suo pensiero con le correnti personaliste, ecc. Per Guénon, ciò che è mutamento e instabilità ha sempre una connotazione ne­gativa, e per lui non ne sono possibili altre: «Per gli orientali, il progresso occidentale non è che mutamento e instabilità, ed è il se­gno di una inferiorità manifesta».[6] Questa entità che finisce col diventare astratta &#8211; gli orientali &#8211; ha deciso così. Per Guénon non ha importanza che certi altri orientali abbiano una concezione diversa del divenire, né che in Occidente certe vedute culminanti in Talete, Ferecide o Eraclito fossero molto più antiche del fatidico VIII sec. a. C. Platone le rintraccia in Omero, e soprattutto le rintraccia nel linguaggio stesso, riportandole così a un&#8217;antichità abissale, e sot­traendole ai confini di quella filosofia di cui Guénon non ha alcuna stima. Evola era già collocato ben oltre la concezione astratta e del tut­to verbale della non-dualità, che per Guénon è il fondamento ulti­mo della tradizione. Il non-dualismo di Guénon conserva tutti i di­fetti del monismo vedantino e, pensato fino in fondo, comporta l&#8217;af­fermazione che il reale è illusorio. Al contrario, la concezione evo­liana del Principio non implica mai l&#8217;illusorietà del mondo, anche se poi va a imbrigliarsi in altri problemi legati alla dottrina delle due nature. Per Guénon il Principio è inesprimibile in sé. Scrive Di Vona: «Riteniamo preminente la dottrina dell&#8217;inesprimibile nel pensiero di Guénon, e fondamentalmente islamica. A ben vedere, essa forma il fondamento stesso della sua idea di tradizione».[7] Inoltre, il Prin­cipio viene caratterizzato come uno. Infine, tutta l&#8217;esistenza, tutto il reale è unità: «Presa in tutta la sua universalità, l&#8217;esistenza è unica e comprende la realizzazione effettiva di tutte le possibilità e di tut­te le molteplicità della manifestazione. L&#8217;esistenza trae la sua unità dall&#8217;essere che abbraccia tutti gli stati di manifestazione e di non manifestazione».[8] Se l&#8217;interpretazione di Di Vona è giusta (e io credo che lo sia) siamo in pieno clima parmenideo. Si può obiettare che Guénon concepisce un al di là dall&#8217;essere, inteso come stato incondizionato o possibilità universale, totale, in­finita e assoluta; ma si tratta di un «al di là» del tutto illusorio. L&#8217;unità del reale si riferisce sia a ciò che è manifestato, sia a ciò che non è manifestato. Infatti il passaggio del non manifestato dalla possibilità all&#8217;atto è un&#8217;illusione relativa al punto di vista umano, interno alla manifestazione. Dal punto di vista del Principio, esso non esiste; tutto è simultaneo, il non manifestato è tanto in atto quanto il manifestato; per il Principio, la possibilità assoluta è tutta in atto, e dunque l&#8217;attualità del divino e la sua possibilità coincido­no, non nel senso che la potenza è preminente sull&#8217;atto, ma nel sen­so che tutto è ridotto ad attualità che esclude il divenire (dal «punto di vista» del Principio). Dunque, l&#8217;al di là dell&#8217;essere è, per il Prin­cipio, attualità, e si può parlare di aldilà e di non manifestazione solo dal punto di vista illusorio dell&#8217;uomo. Checché ne dica Gué­non, questa è filosofia, posta nel solco di Parmenide con tutti i suoi problemi, ed è filo­sofia che non sta in piedi. Le conferme si hanno nell&#8217;accettazione guénoniana dell&#8217;unicità dell&#8217;atto di essere; nel significato puramente analogico e simbolico di essere ed esistenza (intesa quest&#8217;ultima etimologicamente come dipendere e non come emergere); nella concezione dell&#8217;intelletto divino come luo-go dei possibili, che sono attuali in Dio. Per Gué­non non può esistere niente di virtuale nel Principio, ma solo la permanente attualità di ogni cosa in un «eterno presente», ed è que­sta attualità che costituisce l&#8217;unico fondamento reale di ogni esi­stenza. Il fondamento del reale è l&#8217;attività della mente divina: attivi­tà in senso improprio, visto che il pensiero di Dio è la presenza contemporanea di tutti i pensieri possibili. Anche il termine pensie­ro è improprio, ma insostituibile. L&#8217;unico senso in cui si può parla­re di trascendenza è che il mondo è il pensato e Dio il pensante. Dio pensante (ma non si abbia in vista il pensiero razionale, discor­sivo) è il nucleo di ogni essere (essere = pensato da Dio). In questo senso il trascendente è anche immanente, pur non esaurendosi nel­l&#8217;immanenza. È il Sé (Soi), assolutamente impersonale: l&#8217;essere umano, gli esseri particolari, sono contingenti modificazioni che non hanno alcuna influenza sul Principio. Il Sé non è mai individuato, né può esserlo, perché deve essere sempre considerato sotto l&#8217;aspetto dell&#8217;immutabilità e dell&#8217;eternità. È Dio in quanto pensante, necessariamente presente in me, in quan­to pensato, ma presente come altro da me; immutabile lui, e immu­tabile alla fine anche io, perché il passaggio dalla possibilità all&#8217;atto è relativo. Fuori dalla manifestazione non può esserci successione, ma solo simultaneità: anche il virtuale è realizzato nell&#8217;eterno pre­sente. Sotto il particolare punto di vista dell&#8217;eternità, la vita non si svolge, ma tutto è, ed è intelligibilità, intellezione. Ora, il punto di vista dell&#8217;eternità è vero, mentre quello umano è illusorio: si può vedere qui uno sviluppo in senso razionalista e idealista. La persona umana ne risulta negata: «L&#8217;unicità della persona in tutte le sue manifestazioni e nell&#8217;im­manifestato, e l&#8217;unicità dell&#8217;intelletto trascendente e non umano che collega tutti gli stati dell&#8217;essere, comportano la negazione della singola persona umana e della pluralità delle persone divine ed umane».[9] Alla base di tutta la sua visione, e come una garanzia di autenti­cità, Guénon pone il fatto dell&#8217;iniziazione e la conseguente tra­sformazione in essa della persona, che acquista la capacità di nuove evi­denze. Tuttavia, ammessa la realtà dell&#8217;iniziazione, resta la possibi­lità di discutere l&#8217;elaborazione teorica che essa subisce. L&#8217;esperien­za del sacro precede necessariamente la concettualizzazione del sa­cro, ma non garantisce che questa concettualizzazione sia ineccepi­bile. D&#8217;altro canto, tradizionalmente, l&#8217;iniziazione presenta almeno due interpretazioni (ve ne sono anche altre, ma sarebbero conside­rate poco ortodosse, in questo contesto, dagli scolastici guénoniani ed evoliani). Nel modo contemplativo alla Guénon, il punto che opera la trasformazione reale dell&#8217;uomo è l&#8217;intuizione intellettuale (buddhi), cioè qualcosa che non appartiene all&#8217;uomo, pur essendo dentro di lui come ingrediente costitutivo. Nell&#8217;altra interpretazione, invece, la forza che produce la tra­sformazione si innesta nell&#8217;uomo, ma questo innesto avviene a se­guito di un preciso comportamento umano, di una tecnica, persino di un modo che spesso viene simbolicamente descritto come vio­lento. L&#8217;iniziazione sarebbe, in questo caso, la conse-guenza di un&#8217;a­zione, che può anche non essere la contemplazione (che è, peraltro, un atto umano). Nel primo caso si ha una pre­minenza del momento intellettivo sull&#8217;azione e sul fatto: l&#8217;agente della trasfigurazione non può che essere di natura intellettiva e non personale; l&#8217;uomo può disporsi a riceverne l&#8217;opera trasfigurante, accedendo al massimo grado possibile di astensione dall&#8217;agire &#8211; la contemplazione, appunto, l&#8217;estensione dell&#8217;intelletto oltre ogni mi­sura. La metafisica che ne deriva è necessariamente intellettuale, e sfocia in idealismo per la necessità di tener fermo il principio di unità all&#8217;interno di una speculazione in cui la realtà metafisica vie­ne differenziata completamente da ogni modo umano di vivere. L’aspetto problematico consiste nel fatto che, a seguito dell&#8217;iniziazione, l&#8217;uomo supera la condi­zione umana, tuttavia non cessa di essere persona; però è proprio questo carattere personale che risulta incompatibile con la concezione dell&#8217;essere come intelligibile. La comprensione concettuale della persona (compito inevitabile in quanto la persona è una realtà di fatto) implica una concezione dell&#8217;essere che non sia intellettuale e astratta, oltre che incapace di esprimere adeguatamente la vita reale. In un sistema intellettuale che perda l’aggancio con la concretezza, vivere risulta un’illusione. L&#8217;iniziato non cessa mai di essere persona, non si confonde mai con Dio, in nessuna tradizione. Nella concezione magica di Evola, il ruolo assegnato all&#8217;uomo, che propizia l&#8217;innesto della forza trasfigurante, sfocia in una dottri­na di potenza, le cui conseguenze a volte fanno inorridire i contem­plativi: si finisce con l&#8217;accettare qualunque modo, purché sia effica­ce, per causare l&#8217;innesto. Si salva la realtà del mondo e della perso­na, ma si concepisce la realtà metafisica quasi nei termini di una forza meccanica. È il grosso pericolo del pensiero evoliano. Il limite maggiore della metafisica immobilista è che si tiene ferma l&#8217;idea dell&#8217;unità del reale, concettualizzandolo attraverso il principio d&#8217;identità, al quale viene riconosciuto un valore ontologi­co. Questo principio grossolano, affermabile solo sulla scorta di una concezione dell&#8217;essere che solo esso rende possibile (plateale petizione di principio) è responsabile della caratterizzazione della realtà metafisica come realtà immobile, nonché della sopravvaluta­zione dell&#8217;intelletto come unica facoltà che consenta la concettua­lizzazione del reale. Naturalmente, i concetti sono entità immobili, ma questo non basta per parlare di razionalismo. Il razionalismo si ha quando questa concezione, proprio per la sua immutabilità, viene considerata più reale della real­tà sperimentata e vissuta. È un pre­giudizio che, una volta diventato operante, vanifica ogni distinzio­ne tra la ragione umana (che produce ipotesi) e l&#8217;intelletto divino. L&#8217;intelletto divino è superiore a quello uma-no, e non possiamo averne una concezione adeguata; però, se lo caratterizziamo come ragione, la distinzione tra i due livelli tende a scomparire. Inoltre, per Guénon l&#8217;intelletto, inteso come organo della meta­fisica, è in realtà Dio che illumina l&#8217;uomo: non si tratta di una sem­plice facoltà umana, ma di un elemento trascendente e non umano. Come per Spinoza, l&#8217;intelletto umano concepito da Guénon, è «parte» dell&#8217;intelletto superiore e infinito che procede immediata­mente da Dio. Ma, come si diceva, l&#8217;intelletto divino è puro atto: dunque, se così stanno le cose, non riusciamo più a capire cosa sia l&#8217;igno­ranza e come essa sia possibile nell&#8217;uomo. La risposta,...]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: 1967</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Aug 2025 20:04:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti 1967 &#8220;L&#8217;ingresso di via Lombardia 254 si trova tra i numeri 57 e 59 di via San Daniele&#8221; (Autentica segnalazione, Udine 2003) # 1 Stamattina mi sono colto in un istante di lucidità. Non è un vero satori &#8211; quello l&#8217;ho avuto nell&#8217;83. Ho solo messo a fuoco uno scorcio dell&#8217;anima che frequento di rado. Mi sono visto nella mia Ford ka rossa, comprata a rate e perennemente in riserva, mentre scendo a folle sulle vecchie strade di Trieste: autoradio Majestic con lettore cd a basso costo, ma che suona da dio e non salta nemmeno su un campo minato &#8211; Up from the sky a tutto volume: good evening mr. Corusoe. Persino i caseggiati mal tenuti di Trieste si trasformano al tramonto, ed è piacevole girare a caso per passare un&#8217;ora prima di cena. Trovare Hendrix in offerta speciale al supermercato dà qualche brivido, ma perché perdere l&#8217;occasione? Se ha trentacinque anni, si nota poco &#8211; e magari il passato è solo un&#8217;utopia se, passata una vita, ogni nota ti ricorda la successiva, e riesci a tenere il ritmo con la mano sul volante, sperando che non parta l&#8217;airbag. Così squadro dal basso i palazzi storici, a destra e a sinistra, nella luce radente del tramonto; il suono ondeggia da un altoparlante all&#8217;altro, attraversandomi come due pensieri ugualmente chiari e distinti, benché contrapposti &#8211; quasi una stereofonia mentale, stando tra due specchi paralleli, e prolungandomi all&#8217;infinito in due opposte direzioni, che non s&#8217;incontreranno più. Sono sempre io (primo pensiero), trentacinque anni dopo. Continuo a pensare che Noel Redding era capitato lì per caso, e persino Daniele avrebbe potuto sostituirlo; Clapton non ha mai suonato un blues con le budella, eccetto forse Crossroads dal vivo; continuo a giocare inconcludente e sempre uguale, dietro la maschera di idee nuove, piccoli bluff quotidiani e cravatte intonate alla camicia. Non sono più io (secondo pensiero), sono depresso, deluso, inconcludente comunque, emigrato, con un paio di progetti da svendita, tanto per passare il tempo, disposto persino a giurare che B. B. King è dio e Clapton il suo profeta. Proiezioni contrastanti, nevrotiche scissioni o semplici segnali di una verità poligona &#8211; o tempi diversi che ci si ostina a mettere in sincronia. E se a volte tutto sembra chiaro e coerente, è perché qualcosa si è nascosto: un occhio si acceca, e l&#8217;altro constata soddisfatto che tutto è in ordine. Non si dovrebbe tornare, non si dovrebbe partire. Dopo, tutto sembra uguale: le case, il paesaggio, la gente &#8211; pretendiamo che tutto sia rimasto com&#8217;era e come il virus della nostalgia lo ripone nella mente con ricordi purificati. Sui marciapiedi del viale alcuni ingenui corrono respirando ossido di carbonio. Vengono puntuali per il traffico dell&#8217;ora di punta, al mattino presto, perché ci si infetta in modo più salubre, o al rientro, per rilassarsi con lo scarico canceroso dei pendolari. Accendo il filtro che isola il mio abitacolo dall&#8217;inquinamento, mentre al semaforo gli ingenui mi passano di lato senza fare rumore. Se fosse una scena da film, li farei scorrere al rallentatore, ma dovrei cambiare la colonna sonora, sullo sfondo del cielo grigio. Si muovono a tempo, come un balletto o una teoria di ombre dell&#8217;altro mondo, che vanno senza peso. Alla fermata dell&#8217;autobus nessuno li degna di uno sguardo: potrebbero non esistere, sono una trasposizione di pensieri che seguono il loro corso, sono una metafora. Mi ricordano la volta che decidemmo di andare a correre dopocena, per sconvolgere gli orari: fissammo a mezzanotte, per darci il tempo di digerire, e andammo. Eravamo sette, otto, con tute scure e scarpe di gomma che attutivano il rumore; uscimmo verso la campagna percorrendo strade laterali. Siccome c&#8217;è giustizia al mondo, cominciò a piovere come mai era piovuto nelle dolci colline dell&#8217;Italia centrale, ma noi si proseguì imperterriti, per coerenza e spirito guerriero, e perché jeunesse oblige, saltellando in fila indiana incuranti e persino divertiti. Rientrammo dal paese vecchio su strade deserte: tacevano anche i cani, spaventati dalla pioggia. In silenzio passavamo lungo il viottolo che costeggia dall&#8217;esterno le vecchie mura di cinta, e superammo un&#8217;auto parcheggiata alla buona. C&#8217;era dentro una coppia che si era appartata e che deve aver dubitato della nostra comune natura mortale. La pioggia battente copriva ogni altro rumore; le luci elettriche distanti attenuavano il buio quanto bastava per trasformarci in sagome scure, ritmate dalla cadenza lenta di chi sente il peso di una lunga corsa. Sfilammo accanto all&#8217;auto senza guardarla, come una sfida all&#8217;oggettività dello spazio-tempo: accesero i fari per confermarsi di vivere ancora nel vecchio mondo reale: la luce radente ci prese alle spalle e ci proiettò in ombre fuori misura, come se lo spirito delle antiche mura volesse alleggerire il nostro peso. Pochi istanti dopo rientravamo in paese, riassorbiti dalla notte e dalla pioggia, lasciando alle spalle, al suo destino, un enigma irrisolto e futile. C&#8217;è chi corre per diporto, chi per lavoro vuota i cassonetti, chi vaga senza meta perdendo le sue ore, ed io al centro del mondo, come tra due casse dello stereo, cercando di suonare la mia parte a tempo. Mitch Mitchell era incapace di dare un colpo secco sul rullante: sfrigolava lezioso sulla batteria come un manierista psichedelico, inseguendo il Maestro come un fronzolo, invece di dargli un ritmo marcato a cui ancorarsi. Ho sempre preferito procurarmi tempo libero piuttosto che ricchezze, ma sull&#8217;uso della mia libertà non do alcuna garanzia. Ho speso i miei talenti, senza che ne tornasse dietro un centesimo. Il caso non è contemplato nel sacro testo: non c&#8217;è guadagno e non c&#8217;è più il capitale. Il reato non è previsto, e forse questo mi assolve. Non giudicando, posso chiedere di non essere giudicato. Mi si lasci trasmigrare nel tempo e nello spazio, tra gli ingenui di altre ere. # 2 All&#8217;aspetto sembra una libreria, o qualcosa di simile &#8211; forse è un circolo culturale a cui voglio iscrivermi, o devo lasciare l&#8217;indirizzo per avere informazioni. Poi la scena si trasforma mostrando un&#8217;altra stanza: un soggiorno disordinato, mucchi di giornali a terra e mobili mai visti. Su un tavolino basso e rotondo, ingombro di tazzine da caffè, sto cercando di scrivere il mio nome, ma è un&#8217;impresa complicata e spreco fogli su fogli. Una volta non scrive la penna, una volta sbaglio, una volta non vedo bene e mi servono gli occhiali&#8230; Provo una certa angoscia. Infine riesco a scriverlo, con caratteri molto grandi, come le lettere dei bambini che hanno cominciato da poco a tenere la penna &#8211; mi viene in mente ora. Non ho usato carta bianca, ma un foglio di giornale dov&#8217;è stampata una foto: sulla parte chiara del colore, un celeste che potrebbe essere un cielo. Sicché il nome si legge a fatica. Ricordo allora, durante il sogno, che avevo già fatto l&#8217;iscrizione a quel circolo e, nel caos del tavolino, ritrovo l&#8217;appunto che avevo lasciato. Però c&#8217;è scritto un indirizzo vecchio, dove non abito più, e non c&#8217;è spazio per la correzione. Poco dopo, sognando ancora, siedo sulla balaustra del lungomare del mio paese, anche se ora di fronte a me si apre un altro mare: al posto della distesa di sabbia che si adagia per chilometri invitando a passeggiare, c&#8217;è una costa rocciosa come in Croazia e in lontananza si perdono sentieri che a tratti seguono la scogliera e a tratti entrano nella macchia per rinfrescarsi. Sicuramente conducono a radure improvvise, da attraversare con imbarazzo, per non disturbare una conversazione di ninfe. Si discute, seduti sulla balaustra, di un originale percorso che un&#8217;automobile potrebbe fare entrando nell&#8217;acqua, e, osservando con attenzione, l&#8217;idea sembra fattibile. Infatti ecco un&#8217;auto che s&#8217;infila sotto il pelo della superficie e scivola via verso destra. Passando da uno scoglio all&#8217;altro, entro in acqua anch&#8217;io. Mi aspettavo che fosse fredda, invece è molto piacevole: mi ritrovo immerso in una corrente veloce, che mi porta nella giusta direzione. L&#8217;interpretazione non mi è chiarissima, ma ora, fuori contesto, mi colpisce il cambiamento della costa, perché sono certo che la balaustra è quella del mio paese, del mio mare e della mia infanzia. Da ragazzo ci ho passato ore e giorni seduto a parlare con gli amici &#8211; ogni mezzora qualcuno chiedeva &#8220;che facciamo?&#8221;, e non si faceva niente: si stava, si parlava, si era. La spiaggia della mia infanzia è lunga e larga, talmente lunga da non vederne la fine. Corre per chilometri tra mare e ferrovia &#8211; poco più in là le colline, alte abbastanza da mostrarsi al bagnante, ma non tanto da apparire minacciose-, costeggia fantasiosi stabilimenti balneari, qualche villa antica, e alberghi che si riempiono e si svuotano come un respiro. È così lunga che non s&#8217;incontrano ostacoli: ci sarà sempre un tratto dove si può stare soli, o in compagnia a guardare un fuoco finché non torna il giorno. Vi si intrecciano e si disfano amori che, a raccontarli, sembrano il riassunto di teleromanzi di quarta serie, ma a viverli sembrano un&#8217;epopea al cui ricordo la vita futura, matura e ben sistemata, appare scialba e banale. È come una strada aperta di cui si conoscono solo i pochi metri vicini: li proiettiamo lontano, un po&#8217; perché il futuro è ancora un&#8217;ipotesi, e un po&#8217; perché il presente è troppo vivo, e altro non lascia vedere. È banale adesso notare che tutto è sparito rapidamente: è un piccolo luogo comune stantio e un po&#8217; menagramo, ma se vogliamo giocare ai ricordi e cercargli un senso, eccoci qua, trentacinque anni dopo, su un&#8217;altra costa &#8211; rocciosa, in effetti, ma con mille sentieri imprevedibili, e la macchia con le radure misteriose che scopri solo quando arrivi sul limite. Siedo su uno scoglio, dall&#8217;altra parte dell&#8217;Adriatico, immaginando più o meno che, oltre l&#8217;azzurro che riflette il sole del tramonto sugli occhi, c&#8217;è ancora la spiaggia sabbiosa e qualcuno che festeggia l&#8217;attesa della luna con un fuoco, la birra e un paio di chitarre. Il mio fuoco ora è la piccola brace di una sigaretta tumorifera, che ha un sussulto di vita mentre aspiro, cacciando cattivi pensieri. Il fumo fugge nell&#8217;aria come la nebbia che, nei pessimi film, evoca il passato, e accetto il gioco di tornare indietro. Ma tutto è vago: il fuoco, le sdraio disposte in cerchio, la luna a pelo d&#8217;acqua (o magari era un&#8217;altra luna), e gli stessi amici di oggi di cui so vita e misfatti. In realtà non ricordo quasi niente. Le passioni epocali sono evaporate. Il tempo di finire la sigaretta, e nella mente c&#8217;è solo la chitarra di Carlos che improvvisa sul giro di do. È una variante un po&#8217; country di Blue moon, con l&#8217;assolo che inizia con un fraseggio semplice e straordinario &#8211; e lo sento, lo seguo, senza più far caso alla gazzarra delle cicale croate, disposte a darci dentro senza posa, finché non muore il giorno, e anche oltre. # 3 E insomma, dalla costa sabbiosa siamo partiti in molti, chi navigando con l&#8217;automobile, chi a nuoto, sfruttando le correnti, curiosi di conoscere l&#8217;altra sponda &#8211; dove appunto c&#8217;erano gli scogli, i sentieri, le macchie con le radure, e le cicale. E non poteva essere altrimenti, anche se ognuno immaginava una diversa traversata. Carlos &#8211; questo lo ricordo &#8211; si era messo in testa di raggiungere la Yugoslavia con una zattera battezzata Kon Tiki 2. Ci si richiamava all&#8217;impresa del Kon Tiki 1, di cui al momento, a memoria, non ricordo in cosa consistesse, ma più concretamente si sperava nel finanziamento di un locale alla moda, che appunto si chiamava Kon Tiki. Era uno stabilimento balneare che, all&#8217;epoca, sembrava d&#8217;avanguardia e alternativo: aveva un arredo pacchiano in stile Africa nera, ma, nonostante questo, si ascoltava musica dal vivo e la compagnia era decente. Il proprietario, nell&#8217;occasione epica, si rivelò al di sotto delle aspettative: invitò i novelli odissei a tentare l&#8217;impresa a bordo di un pattino. Non se ne fece nulla, ma fu il gran tema dell&#8217;estate: chi affermava, con ricca documentazione tecnica, che si trattava di una stronzata; chi, con fine esperienza politica, assicurava che le motovedette di Tito avrebbero...]]></description>
		
		
		
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