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	<title>buddhismo &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Gianni Ferracuti: Physis: L&#8217;origine e le differenze</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2021 09:53:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti: Physis: L’origine e le differenze Si tratta di un&#8217;indagine &#8220;sulla natura&#8221;, in ideale dialogo con la filosofia arcaica, le culture religiose, le tradizioni sapienziali, e il pensiero contemporaneo: Xavier Zubiri, José Ortega y Gasset, Giorgio Colli, Martin Heidegger, tra gli altri. Il libro è articolato in tre parti: &#8211; Dio e le religioni: sul problema filosofico della storia delle religioni in Zubiri &#8211; L’Arkhé e il suo divenire. Prima parte: La struttura dinamica della realtà &#8211; L’Arkhé e il suo divenire. Seconda parte: L’Arkhé ovvero la Physis Attraverso un realismo radicale, l&#8217;analisi del Tutto, la critica della nozione di essere e il superamento della frattura teoretica tra soggetto e oggetto, o tra immanenza e trascendenza, si perviene a una visione dinamica del reale e della sua Origine (Arkhé) metafisica. Il libro è nato senza alcuna premeditazione. Nel volume 3/2016 di Studi Interculturali avevo pubblicato un articolo su «Dio e le religioni», utilizzando alcune idee esposte da Xavier Zubiri in un corso sul problema filosofico della storia delle religioni, in particolare la nozione di religazione, ovvero il vincolo indissolubile dell’individuo con la realtà; era mio interesse svolgere alcune considerazioni sull’interculturalità, in particolare sottolineare che la religiosità umana, nel senso più ampio del termine, genera inevitabilmente una pluralità di religioni, ovvero una articolazione di culture religiose. Successivamente ho iniziato un secondo articolo di approfondimento del tema, ma il testo è risultato di lunghezza eccessiva per la rivista, così ho deciso di farne una pubblicazione indipendente, integrandolo con il primo articolo già pubblicato, opportunamente rivisto per l’occasione. Debbo precisare che il testo non è uno studio «su» Xavier Zubiri: anche se utilizzo diverse sue nozioni, Zubiri rappresenta per me un punto di partenza, peraltro non unico; certi suoi temi sono assunti fuori dal loro contesto e messi in relazione (se si vuole: contaminati) con altri, per cui mancano qui sia l’intenzione, sia il metodo adeguato, sia la completezza che dovrebbero caratterizzare una monografia rigorosa sul maestro spagnolo. Men che meno le mie considerazioni possono essere interpretate in senso critico: come ho detto, non osservo il pensiero di Zubiri dall’interno del suo sistema e non ne valuto la coerenza o l’originalità; soprattutto, come il lettore noterà, non mi occupo di filosofia se non indirettamente, per chiarire le nozioni zubiriane che utilizzo. In questa nuova edizione del 2021 è stato accentuato un certo distanziamento dalle fonti a vantaggio di un&#8217;elaborazione più originale dei temi trattati e si è data maggiore evidenza a un uso corrosivo della ragione, la quale, se non è in grado di costruire un sistema ideologico capace di spiegare l&#8217;intera realtà, tuttavia è utile per distruggere qualunque pretesa di racchiudere il mondo in una costruzione logica, mantenendo sgombra l&#8217;apertura personale al reale. Link alla pagina dell&#8217;autore]]></description>
		
		
		
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		<title>Vie del sapere tra Oriente e Occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2021 09:22:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti: Vie del sapere tra Oriente e Occidente: il tao, il logos, lo zen &#8211; ebook kindle Contenuto: &#8211; Il tao ovvero l&#8217;arkhé &#8211; Il tao del logos &#8211; In prtincipio &#8211; L&#8217;illusione della cavallinità &#8211; Percorsi costruttivi antagonisti &#8211; Untitled (ma con rispetto) &#8211; Zen della gamba rotta L&#8217;apparente forza logica dell&#8217;idea secondo cui l&#8217;essere è, e non può non essere (questa è la sostanza del discorso, anche se la formula usata da Parmenide è un po&#8217; più complessa), cade osservando che il termine che traduciamo con essere, to on, viene usato nel significato linguistico che gli appartiene secondo la grammatica greca, ma dopo che lo si è tolto dalle condizioni che lo rendono significante nella lingua reale. Nella lingua reale diciamo che una cosa “è&#8221;, in quanto abbiamo visto le sue caratteristiche, il suo aspetto, e dunque ci appare&#8230; essere un asino, una capra, una botte, una persona. Insomma usiamo il verbo essere in costante riferimento a un soggetto, un luogo, un tempo: a qualcosa di determinato. Proprio perché ci sono queste determinazioni il verbo essere ha un significato comprensibile. Siccome davanti a me “c&#8217;è” un oggetto che possiede le determinazioni e le caratteristiche della capra, si capisce che cosa dico quando uso la frase: questa “è&#8221; la capra. Ma se non c&#8217;è la capra, non posso usare il verbo essere. Se qualcuno mi dice che c&#8217;è qualcosa che non ha alcuna determinazione, ma che possiamo chiamare essere, allora deve presentarmi questa cosa, perché io non l&#8217;ho mai vista e non credo che esista. Di qualcosa che al tempo stesso sia, ma non abbia determinazioni, non abbiamo alcuna esperienza. È vero che c&#8217;è l&#8217;albero e c&#8217;è la capra, ma è ipotetico che l&#8217;essere-albero e l&#8217;essere-capra implichino un essere-né-albero-né-capra, e tuttavia continuando a essere con effettività di realtà: non c&#8217;è esperienza di questo. Astrarre un essere comune dalle frasi (effettivamente significanti): “questa è la capra&#8221;, “questa è la brocca&#8221;, equivale ad astrarre la parola che hanno in comune (“è&#8221;), pretendendo che possa conservare il suo significato. Come dimostrazione vale quanto astrarre dalle due frasi l&#8217;articolo “la&#8221; e pretendere che sia la radice dell&#8217;intero universo. Lao-tze, il maestro a cui viene attribuito il Tao-tê-ching, non c&#8217;era cascato. Se qualcosa ha un nome e/o una forma, vuol dire che si colloca all&#8217;interno del processo della generazione, o divenire: è nato da qualcos&#8217;altro. Se si cerca l&#8217;origine dell&#8217;intero processo del divenire mondano, cioè del complesso delle cose che hanno nome e forma, bisogna vederla non in qualcosa che è già differenziato e individuato (=è uno degli esseri), ma in un principio formatore e, pertanto, pre-formale, al quale non possiamo applicare alcun nome di quelli che usiamo per distinguere e denominare gli esseri mondani. Per quanto pesi a Parmenide, ciò che “è&#8221; può derivare solo dal non essere. Pagina dell&#8217;autore]]></description>
		
		
		
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