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	<title>Ernst Junger &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Gianni Ferracuti: Evola, Jünger, e il realismo sociale (2015)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 12:06:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Evola, Jünger, e il realismo sociale Gianni Ferracuti &#160;  [«Evola, Jünger, e il realismo sociale» è un saggio pubblicato come «Jünger, il realismo sociale e la “terza navigazione” di Evola», in Luigi Iannone (ed.), Ernst Jünger, Solfanelli, Chieti 2015, pp. 108-26, poi in G. Ferracuti, L&#8217;invenzione del tradizionalismo», disponibile online] Nella prima fase della sua attività, verso la metà degli Anni Dieci e nel decennio successivo, Evola si trova in una posizione singolare e, in un certo senso, contraddittoria: da un lato è perfettamente integrato nell’avanguardia culturale europea (soprattutto mitteleuropea), come pittore, poeta e teorico dell’arte contemporanea; dall’altro lato, vive nel contesto culturale italiano, provinciale e arretrato, dominato dall’idealismo e da forme residuali della cultura cattolica ottocentesca. Negli Anni Venti, la filosofia idealista è ormai una scuola in disarmo, che nel resto dell’Europa viene rapidamente smantellata: le Idee di Husserl sono pubblicate nel 1913, le Meditazioni sul Chisciotte di Ortega y Gasset risalgono all’anno successivo, in Francia si sviluppa un pensiero personalista che, nella sua componente cattolica, è ben più corposo delle datate prospettive ancora in auge in Italia, spesso stantie ripetizioni del tomismo, o delle svolte reazionarie alla Gemelli.[1] Mentre Evola lavora alla Teoria e fenomenologia dell’individuo assoluto, Heidegger lavora a Essere e tempo (1927), e Ortega ha da alcuni anni pubblicato Il tema del nostro tempo (1923); la rivista Ur e la Revista de Occidente (1924), sono contemporanee per quanto attiene alle date di pubblicazione, ma appartengono a due epoche diverse, per quanto attiene al contenuto. L’elemento che induce Evola ad impantanarsi per qualche anno nel labirinto idealista è, a mio parere, un tema che apparteneva proprio all’avanguardia artistica, in parte della sua generazione, ma in maggior misura della generazione precedente la sua. Il variegato mondo dell’arte nuo-va, nato a partire dalla rivoluzione estetica avviata in Francia con Baudelaire, Gautier, Flaubert&#8230;, era fortemente ostile alla modernità borghese, al suo razionalismo, al positivismo, cui opponeva un marcato interesse per lo spiritualismo, per le tradizioni extraeuropee, per forme di conoscenza e realizzazione interiore alternative, in parte già recuperate dal romanticismo, con la mediazione degli interpreti idealisti.[2] Si tratta, con una certa frequenza, di un calderone in cui trovano spazio elementi di vario valore, a volte contraddittori: spiritismo, teosofia, scritti della Blavatskij, ma anche le prime traduzioni dei testi tradizionali delle religioni orientali, alcuni dei quali poi ritradotti da Evola in italiano. Vero è che questo vago spiritualismo era profondamente contaminato dalla filosofia idealista (Schelling, ad esempio); tuttavia, nella reinterpretazione dell’arte nuo-va subisce una rapida purificazione grazie a studi rigorosi che eliminano l’influenza della filosofia europea nello studio delle culture altre, e aprono la prospettiva dell’approccio interculturale.[3] Disgraziatamente, in Italia questa evoluzione in senso post-idealista e post-romantico non si diffonde e, a parte pochi intellettuali, abbastanza emarginati dal regime che si instaura nel 1922, la cultura italiana resta saldamente legata a una parodia del pensiero ottocentesco. In tale contesto, ciò che consente a Evola di sganciarsi dall’idealismo e iniziare una «seconda navigazione» è l’incontro con l’opera di René Guénon e con la sua nozione di tradizione.[4] Fino ad allora, per Evola, tradizione significava esclusivamente tradizione iniziatica, cioè la trasmissione diretta, all’interno di una scuola, di saperi e tecniche operative, fatta da maestro a discepolo &#8211; qualcosa che egli riteneva possibile estrapolare dal suo contesto originario e rendere compatibile con il contesto idealista. Con la definizione di un mondo della tradizione, attraverso Guénon, Evola riesce a mettere a fuoco tutto il suo sistema di pensiero e a prendere le distanze dall’idealismo; la tradizione diventa una chiave di lettura e permette di discriminare tutto ciò che, non essendo con essa compatibile, risulta moderno. Vero è che prendere le distanze dall’idealismo non significa automaticamente liberarsene: in fondo, tutta la seconda parte di Rivolta contro il mondo moderno non è che una fenomenologia nel senso idealista del termine. Inoltre rimane indeterminato (e resterà sempre vago) il rapporto tra il mondo dei valori metafisici, a cui la tradizione riconnette il mondo storico, e questa stessa realtà storica nella quale l’uomo è chiamato ad agire, restando relativamente libero rispetto a tali valori (che in effetti abbandona con l’avvento della modernità). Nella sua interpretazione molto libera di Guénon, Evola introduce, a mio parere, un elemento di grossa novità, che viene spesso lasciato in secondo piano o accantonato, come se fosse scontato e ovvio, ed è nientemeno che l’idea di modernità. Ho detto or ora che quasi tutti gli artisti decadenti o avanguardisti provavano avversione per la modernità borghese: questo aggettivo borghese è essenziale e ineliminabile. In Baudelaire e Gautier, padri nobili della rivoluzione artistica che si manifesta poi come decadentismo, moderni-smo, simbolismo, avanguardie&#8230;, la modernità non è una categoria metastorica, ma è semplicemente sinonimo di novità: il nuovo, che la società produce in maniera spontanea e inevitabile, è eterogeneo, disuguale, e solo attraverso una selezione può configurare una forma di vita. Ora, nel corso della prima parte dell’Ottocento, le novità si susseguono in maniera tumultuosa: le fabbriche, l’illuminazione delle vie cittadine, i mezzi di trasporto veloci, le invenzioni&#8230; sconvolgono ritmi e abitudini di vita vecchi di millenni: in questa fase emerge il borghese come nuovo tipo umano destinato a governare l’epoca che si annuncia, e l’ascesa della borghesia verrà identificata con l’avvento della modernità per antonomasia. Ma questo collegamento tra un ceto sociale e un’epoca storica era considerato da molti una semplice pretesa. Baudelaire, uno degli spiriti più lucidi del suo tempo, da un lato chiede ai borghesi di non restare chiusi alla formazione culturale; dall’altro invita gli artisti a una rappresentazione della vita moderna, per coglierne la peculiare bellezza e, attraverso un accurato lavoro interpretativo, coordinarla con la tradizione: vede con chiarezza che la forma di vita della modernità borghese è una fase all’interno del ciclo vitale di una cultura, e la sua opposizione alla tradizione è relativa, non assoluta. Ciò apre la prospettiva di un superamento della forma borghese di modernità, che è cosa ben diversa da un’opposizione preconcetta alla modernità, cioè al nuovo in quanto tale: il nuovo in quanto tale non può essere predeterminato, e non si può pre-giudicarlo. Le pretese della borghesia si fondano sull’accettazione di concezioni evoluzioniste, come l’idealismo o il progressismo, con il suo approdo positivista: è proprio la critica di queste grandi costruzioni ideologiche a rendere relativa la cultura borghese e ad aprire la possibilità di un’epoca post-borghese. Ed è ovvio che questa epoca, essendo nuova, avrà anch’essa un carattere di modernità, e dovrà prendere posizione rispetto al passato tradizionale.[5] Evola segue, invece, una via diversa e trasforma modernità e tradizione in due categorie metastoriche, il che rappresenta un problema. Non c’è alcuna difficoltà a pensare che la tradizione, intesa come trasmissione di saperi e pratiche, riconnetta l’umano a una sfera metafisica, a un divino rivelato, come si afferma in ogni religione; ma se l’origine è non umana, la trasmissione è un atto storico compiuto dall’uomo e, nel tempo, la società può decadere o degenerare. Questa decadenza produce &#8211; chiamiamolo così &#8211; il non-tradizionale, cioè una condizione di distacco dalla tradizione o di occultamento dell’orizzonte metafisico. Se questa condizione, puramente negativa, viene caratterizzata in positivo, cioè come una categoria metastorica, come qualcosa che avviene obbedendo a una legge (la dottrina degli yuga, dall’età dell’oro all’età ultima), il non-tradizionale non è più pensabile come un’assenza, una mancanza di tradizione, ma è in positivo una condizione che si realizza nella storia in virtù di un principio che non appartiene alla storia stessa. E questo è un problema teorico grave: l’essenza metastorica della modernità implica una sua dimensione metafisica. In ambito cristiano, la figura del diavolo rappresenta un principio operatore del male, dell’anti-tradizione, che, pur essendo esterno, per così dire, alla storia, è subordinato al divino e può operare solo nei limiti concessi dal divino stesso, in un quadro che garantisce sia la libertà umana sia un ordine provvidenziale del cammino storico. Ma fuori dall’ambito cristiano, il principio negativo, antitradizionale, cos’è? Tanto l’azione provvidenziale quanto quella diabolica hanno carattere personale (il diavolo è persona); invece Evola suppone che l’influenza metastorica nel cammino umano sia costituita da processi oggettivi: è chiaro che l’anti-tradizione (la modernità) ha comunque, per lui, un’indegnità morale ed è illegittima: il problema sta nello spiegare perché è illegittima. L’opposizione alla modernità borghese secondo la linea indicata da Baudelaire, non avendo dato alcun valore categoriale alla modernità, teorizza abbastanza agevolmente l’uscita da una fase storica della cultura europea attraverso un superamento: è ciò che negli Anni Settanta del Novecento, sulla scorta di Lyotard,[6] si indicherà con l’infelice termine di post-moderno, post-modernità, anche se l’operazione di critica della modernità borghese viene già realizzata compiutamente nei primi decenni del Novecento. Poco dopo la svolta del secolo, novecentismo, è il termine usato per indicare l’inizio di una fase nuova (Ortega y Gasset si definisce «per nulla moderno e molto XX secolo»), caratterizzata dal superamento delle contrapposizioni tipiche dell’Ottocento: tramonto del positivismo e del razionalismo, rivoluzione scientifica, abbandono dei grandi sistemi ideologici che pretendono di racchiudere l’universo in uno schema razionale, superamento della fase moderna della filosofia, consolidamento delle discipline e delle metodologie di studio delle culture extraeuropee, sviluppo di nuove tecniche economiche e nuove prospettive sociologiche, esigenza di superamento della frattura classista del corpo sociale, causata dalla borghesia, attraverso il riferimento a ideali di giustizia sociale, redistribuzione delle ricchezze, riorganizzazione delle unità produttive e della proprietà&#8230; Tutto questo non è compatibile con la singolare concezione de la modernità, una modernità unica, che attraverserebbe l’intera storia umana, e che comprenderebbe Socrate, il rinascimento, il barocco, l’illuminismo, Hegel, Marx e la psicanalisi, tutti unificati da un luciferino furore anti-tradizionalista! E basta chiedersi dove Evola abbia trovato la possibilità di costruire questo mostro, per avere immediatamente la risposta: l’ha presa dal pensiero cattolico. L’idea di una contrapposizione tra la modernità e la tradizione si sviluppa nel tradizionalismo cattolico dell’Ottocento e arriva al Novecento con figure come quella di Agostino Gemelli. Si può discutere se quest’idea funzioni all’interno di una visione cattolica; è invece certo che non funziona all’interno del sistema che Evola sta elaborando negli Anni Trenta. In questo decennio, però, il problema rimane ai margini, quasi inavvertito. Il tradizionalismo elaborato da Evola ha una forte componente politica (su questo punto in netto dissenso con Guénon), ed Evola è convinto che il regime fascista, pur con tutti i suoi difetti, possieda elementi che, previa rettifica e reindirizzamento lungo una direzione più seria, possano ricondurre la società a un ordinamento organico, in linea con i valori gerarchici, comunitari, antiborghesi del pensiero tradizionale (e in questa valutazione si trova in buona compagnia, visto che molti intellettuali europei, e non dei minori, la condividono). Pertanto, negli Anni Trenta, può legittimamente pensare che la partita con la modernità non sia affatto conclusa, ed anzi sia tutta da giocare. Ma nel dopoguerra, quando il regime è crollato e non vi è alcuna possibilità che rinasca dalle sue ceneri, quando è chiaro che nei processi storici agiscono altre forze, quando si profila un’organizzazione del mondo irriducibile a tutti i modelli precedenti, ecco che diventa esplosivo il problema di cosa fare della, con la e nella modernità. È questo il momento in cui Evola si ricorda di alcune tematiche anticipate molti anni prima da Ernst Jünger. E, accantonando di fatto la sua questione metafisica irrisolta, comincia a ragionare sul presente, inteso, sulla scorta di Nietzsche, come età del nichilismo compiuto. Il nichilismo compiuto è un dato di fatto; il problema è come attraversarlo, superarlo, o quantomeno costruire la propria vita dentro di esso: ogni altra questione diventa astratta rispetto alla problematica esistenziale.[7] In questo senso, si può dire che il problema di definire lo statuto metafisico de la modernità in Evola non si è risolto, ma si è dissolto: si è aperta la possibilità di una «terza navigazione». La riflessione che Evola compie nel secondo dopoguerra sembra, dunque, avere come primo movimento un ritorno all’indietro, come se si dovesse retrocedere a un bivio nel quale si era scelto un cammino, e per ciò stesso se ne erano esclusi altri. Questa impressione mi viene suggerita dal significativo ritorno in Cavalcare la tigre di un testo che...]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Archi e anarchi &#8211; Appunti su Ernst Jünger</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 11:47:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Archi e anarchi Appunti su Ernst Jünger  Gianni Ferracuti (1996) [«Archi e anarchi» è un saggio del 1996 pubblicato su Futuro Presente, IV, 1996, n. 8, pp. 39-51, poi in L&#8217;invenzione del tradizionalismo, disponibile online] &#160; «Non è l&#8217;arsenico in botti­glia con tanto di etichetta che è pericoloso, ma l&#8217;arsenico nella minestra» (Ezra Pound) Nella premessa del 1963 all&#8217;Operaio (Der Arbeiter), Jünger scri­ve: «In quegli anni [1932] nessuno poteva negare che il vecchio or­dine delle cose fosse insostenibile, né sopravvivevano dubbi sul­l&#8217;avvento di nuove forze. Il saggio rappresentò e rappresenta il tentativo di raggiungere un punto di osservazione dal quale gli avvenimenti molteplici e contrastanti possano essere non soltan­to capiti, ma anche affrontati, per quanto ciò finisca per essere pericoloso». È qui indicata una situazione di fatto: il crollo di un ordine e l&#8217;av­vento di forze nuove sulla scena della storia. Senza valutazione: non si dice se il vecchio ordine &#8211; o le nuove forze &#8211; abbiano un valore posi­tivo o negativo. C&#8217;è una situazione in movimento, una crisi storica. E c&#8217;è il problema di gestirla, di affrontare gli eventi, perché l&#8217;evolu­zione non sia imprevista e casuale, o peggio: travolgente. Nel 1932, come premessa alla prima edizione, scriveva: «Il progetto di questo libro consiste nel rendere ben visibile la fi­gura dell&#8217;operaio, al di là delle dottrine, delle divisioni di parte e dei pregiudizi, come una grandezza attiva che già è potentemente intervenuta nella storia ed ha imperiosamente determinato le for­me di un mondo trasformato». L&#8217;Operaio, dunque, è la nuova forza in avvento. Non si tratta di un nuovo pensiero o di un nuovo schema teoretico formulati attra­verso il concetto di Operaio: non è questo che interessa Jünger. Egli è piuttosto attento a una nuova realtà: è la figura dell&#8217;Operaio come realtà nuova, una figura o tipo umano non presente nel repertorio so­ciale prima vigente. La nozione di Operaio non viene derivata da un pensiero teorico, ad esempio dal comunismo, ma al contrario, il pen­siero teorico è ritenuto un tentativo di capire la nuova realtà. Come realtà, l&#8217;Operaio precede la riflessione sulle figure sociali. Pertanto, è possibile che questa riflessione, ad esempio il comunismo, non colga tutti gli aspetti che la realtà dell&#8217;Operaio contiene o non ne in­tenda in pieno il significato. Ora, comprendere la nuova figura vuol dire comprendere una nuova realtà umana, il che pone immediatamente dinanzi al proble­ma metafisico della comparsa di una nuova realtà. Contemporanea­mente, è anche un problema di filosofia della storia: la nuova realtà compare sullo scenario del tempo storico. La descrizione della figu­ra è il metodo di comprensione adottato da Jünger. Come nuova figura, l&#8217;Operaio è un tipo umano, una forma o Ge­stalt. «Tipo umano» è espressione del tutto innocente. C&#8217;è il tipo umano dell&#8217;estroverso e quello del timido. E c&#8217;è il tipo nuovo dell&#8217;O­peraio. Nel comportamento di un certo numero di individui notiamo delle costanti, che a posteriori definiscono un tipo, un modo di esse­re uomo, di comportarsi, una forma di vita o di sentire. Che cosa è questa forma? È la «partecipazione» a un eidos platonico? Troppo concettuale e troppo vecchio: Jünger scarta questa possibilità. Neppure la metafisica moderna, culminata in Hegel, può renderle ragione. La Gestalt del­l&#8217;Operaio, in quanto figura reale e nuova, pone un problema metafi­sico, ma di metafisica altra, diversa. Non si tratta di cercare una real­tà esterna agli operai, a tanti esseri umani che convergono su certi caratteri, e poi pretendere che questa realtà esterna spieghi le loro somiglianze. Ma neppure si tratta, una volta notate dall&#8217;esterno e a posteriori le somiglianze, di lasciarle inspiegate, perché una metafi­sica screditata le considera accidentali. Piuttosto, gli operai esprimo­no, manifestano, palesano una realtà interna, una vocazione. Una vocazione nuova. Una vocazione a vivere in un certo modo e quindi a dare al mondo un assetto coerente con tale novità. Una vocazione &#8211; traducendo arbitrariamente Gestalt con questo termine &#8211; che con ogni evidenza non nasce dalle forme storiche esistenti, ma contro di esse, e dunque ha una sua elementarità, una profondità tutt&#8217;altro che accidentale. Questo è il livello di analisi del libro di Jünger, con tutta la sua abissale distanza dal terreno politico e sociale. Tuttavia, solo nel terreno politico e sociale, nell&#8217;agire storico, si attua il comportamento degli operai, e solo da questo terreno si può risalire alla loro Gestalt. Nella storia la vocazione si manifesta come suggerimento che prende corpo nell&#8217;azione concreta, in rap­porto al presente e al passato, determinandosi, storicizzandosi. Pro­iettata verso il futuro, da cui trae il senso delle sue scelte, si manife­sta in rapporto all&#8217;era della borghesia e della sua crisi. Che l&#8217;Operaio rappresenti la causa della crisi borghese, è tesi dif­ficile da sostenere, e certamente poco importante qui. Di sicuro, è un problema di secondo piano rispetto al fatto dell&#8217;irriducibilità delle due figure, il Borghese e l&#8217;Operaio, costitutivamente contrapposte: «Tra il borghese e l&#8217;operaio la distinzione non è soltanto di epo­ca, ma soprattutto di rango. L&#8217;operaio, cioè, è in rapporto con forze elementari di cui il borghese non ha mai avuto neppure il presentimento: neppure della loro pura esistenza&#8230; L&#8217;operaio, nelle radici profonde del suo essere, ha la vocazione a una libertà totalmente diversa dalla libertà borghese». Che sia una libertà inquietante, è un altro discorso: siamo nel quadro di una pura descrizione, prima ancora che nel momento del­l&#8217;approvazione o della condanna. L&#8217;Operaio è in rapporto con forze elementari; il Borghese no. Che significa questo, e perché? Il Borghese ha avuto una concezione parziale della vita, non si è attenuto a come la vita è di fatto, ma ne ha rifiutato certi aspetti, li ha negati e rimossi, e ha costruito un mondo &#8211; sociale, politico, cultu­rale &#8211; come se tali aspetti non esistessero, come se non fossero ele­menti formalmente costitutivi della realtà. Per questo ha ottenuto un esito che non poteva prevedere: ha «compresso» la realtà umana in forme di esistenza in cui tali elementi non potevano manifestarsi o esprimersi. Ma negarne la realtà non equivale a ridurli al nulla: essi sono. Tutto ciò che il Borghese ha definito assurdo, immorale, illuso­rio, irrazionale, è rimasto lì dove è sempre stato, nella natura umana; e non vi è rimasto inerte: non possiede un essere inerte; sono ele­menti che operano. Non tutti accettano di ridurre la propria vita al ri­stretto orizzonte del lavoro salariato e del consumo indotto dalla pubblicità. Si potrebbero sentire altre esigenze; si potrebbe disprez­zare che tali esigenze siano ridotte a ulteriori occasioni di guadagno, si potrebbe avere insofferenza per la riduzione delle relazioni umane alla mera compravendita di beni. Uno potrebbe aspirare a un&#8217;esisten­za in cui l&#8217;ultimo strillo della moda sia un gioco e non un valore as­soluto e significante. E non avendo a disposizione nulla che non sia incluso in un listino prezzi, potrebbe anche decidere di prendere a calci in bocca se stesso o l&#8217;intera umanità. Il Borghese ha negato, e quindi compresso, la parte «pericolosa» dell&#8217;essere -pericolosa dal suo punto di vista &#8211; e ora che questa parte rivendica i suoi diritti, non sa come fronteggiarla. Probabilmente, in primo luogo non sa come fronteggiarla in se stesso, nella sua stessa esistenza borghese. «È difficile negare l&#8217;effetto dirompente che quegli elementi hanno sul­l&#8217;ordine sistematico caro al borghese, poiché tutte le categorie di va­lori che egli potrebbe opporre a quell&#8217;urto sono di basso livello». Orbene, l&#8217;essenza dell&#8217;ordine borghese, quale si è storicamente concretizzato, è nell&#8217;identificazione di stato e società. Ovviamente, la società e lo stato in esso concepiti come termini intercambiabili: le relazioni umane basate sulla responsabilità sono state trasformate in «rapporti contrattuali con possibilità di rescissione». Ma ora non si possono contrapporre negoziati e trattative all&#8217;irruzione dell&#8217;ele­mentare nell&#8217;esistenza borghese. Irrompendo nella storia, dunque, la nuova forma umana è naturalmente spinta verso la distruzione del­l&#8217;ordine borghese. L&#8217;era borghese è «condannata a morte». La sua sola possibilità di sopravvivenza sta nell&#8217;imbrigliare la nuova figura, nel darle un ruolo all&#8217;interno dell&#8217;ordine borghese e salvare appunto quest&#8217;ultimo come ordine: produrre dalla materia prima dell&#8217;Operaio una sua docile e depotenziata caricatura. Ma ciò va contro la reale natura di una Ge­stalt. Essere operaio non è una qualifica meramente economica. La figura sociale del lavoratore, la classe operaia, è il tentativo borghe­se di imbrigliare e depotenziare la Gestalt dell&#8217;Operaio, soggiogan­dola alla dittatura dell&#8217;economia in quanto tale. Fare dell&#8217;Operaio una figura meramente economica significherebbe salvare la gerarchia borghese che ha assegnato il rango più elevato alla sua concezione dell&#8217;economia: un&#8217;economia che si suppone scientifica, dotata di leggi proprie, che dunque dovrebbero imporsi anche all&#8217;O­peraio. Ridotto a figura economica, questi sarebbe condizionato nel suo agire dalle leggi economiche, dai processi produttivi immodifi­cabili. È storia dei nostri giorni: «Ciò che occorre vedere con chiarezza è l&#8217;esistenza [nell&#8217;ordine borghese] di una dittatura del pensiero economico in quanto tale, il cui ambito comprende ogni possibile dittatura, ma adattandola al proprio metro&#8230; Il centro di questo cosmo è costituito dall&#8217;eco­nomia in sé, dall&#8217;interpretazione del mondo in senso economico». Tutto è monetizzabile e tutto deve produrre profitto a vantaggio di alcuni: ecco la dittatura dell&#8217;economia. Se si accetta questa pre­messa, l&#8217;ordine non può più essere cambiato; qualunque modifica si possa fare è contingente e accessoria, interna al sistema. Può riuscire questo progetto? Jünger ritiene di no: «L&#8217;economia non è una forza destinata a conferire libertà». L&#8217;Operaio ha una vo­cazione alla libertà, ha un contatto con l&#8217;elementare compresso nel mondo borghese e non può adat-tarvisi: «Un significato economico non può spingersi fino a toccare gli elementi della libertà e a pene­trarli». È un «mistero». Il Borghese perde sul piano metafisico. Ma questo non comporta direttamente la sconfitta politica: per esempio, non garantisce che non muoia Sansone con tutti i filistei. L&#8217;economia domina interamente la vita. Negarlo significa «contesta­re una gerarchia di valori, non l&#8217;esistenza». E tuttavia, questa conte­stazione si fa nel concreto e quindi nel politico: Sforziamoci di possedere un&#8217;esatta conoscenza di noi stessi. Ciò che dobbiamo cercare non è la neutralità economica, non è l&#8217;ac­cortezza di distogliere lo spirito da ogni scontro economico; al contrario, a quegli scontri è necessario dare la massima asprezza. Questo però non accade finché l&#8217;economia fissa le regole della battaglia; accade quando una legge superiore, regolando il com­battimento, stabilisce anche le norme dell&#8217;economia. Che l&#8217;Operaio si faccia «parte» sociale, o classe sociale, è perciò inevitabile. Ma decisivo è che questa classe non accetti le regole del gioco vigenti e agisca in nome di una legge superiore all&#8217;economici­smo, in nome di una visione che include una diversa concezione del­l&#8217;economia. La classe è decisiva solo se anima le sue rivendicazioni con questa legge. L&#8217;Operaio, non identificandosi con i processi eco­nomici borghesi, può aspirare al dominio di tali processi. Questa forma, o Gestalt, esiste realmente negli operai? nelle per­sone concrete che manifestano caratteristiche tali da far pensare a un nuovo tipo umano? Non è una domanda semplice. Il movimento operaio non è la formazione politica cui dà vita l&#8217;Operaio descritto da Jünger. Ma l&#8217;Operaio di Jünger deve confron­tarsi col Borghese, soprattutto sul terreno dell&#8217;economia, e questo non esclude la creazione di formazioni politiche antiborghesi. In tal caso, la radicale novità dell&#8217;Operaio come forma o vocazione impo­ne che tali formazioni non abbiano un carattere reazionario. È un punto che l&#8217;interpretazione «tradizionalista» di Jünger non ha preso in sufficiente considerazione. Né Comte né Marx hanno mai pensato che l&#8217;operaio fosse una nuova Gestalt. Il proletario non sarebbe una nuova figura storica, ma una vecchia figura che rivendica un nuovo ruolo. Per Comte, il proletariato è restato ai margini delle vicende storiche, quindi è ri­masto più vicino al naturale buon senso umano che la filosofia posi­tiva deve in qualche modo recuperare. È il primo depositario di un ethos destinato a diventare patrimonio comune dell&#8217;umanità. Anche per Marx l&#8217;ethos del proletario darà forma alla società nuova, ma è un ethos che egli ha sempre avuto. La dialettica della storia fa emer­gere il ruolo politico dell&#8217;ope-raio, e questa è una novità: il proletaria­to non è mai contato nulla in passato. Ma è ancora una novità nel ruolo: l&#8217;umanità che il proletario apporta alla società è sempre stata sua, lo ha sempre caratterizzato. Essere proletari non sarebbe una nuova vocazione, ma un vecchio dramma, un&#8217;antica condanna. Un&#8217;ingiusti­zia. Ora,...]]></description>
		
		
		
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		<title>Circolo Ezra Pound &#8211; Perugia 1974-2024</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 20:04:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Circolo Ezra Pound &#8211; Perugia 1974-2024 Poche settimane fa un gruppo di amici ha commemorato i cinquant&#8217;anni dalla fine del Circolo Ezra Pound di Perugia (niente a che vedere con l&#8217;attuale Casa Pound).  Il Circolo fu un&#8217;associazione studentesca che rappresentò un&#8217;esperienza molto formativa per i suoi componenti; ma, a parte questa nota biografica, fu anche una delle prime esperienze di rottura e superamento della visione manichea imposta dalla guerra fredda. Diversi tra noi hanno presentato una memoria nell&#8217;occasione della celebrazione, e io pongo qui la mia, non tanto perché abbia un qualche interesse la mia vicenda personale, quanto piuttosto per il valore dell&#8217;esperienza collettiva di sistema nata da una prospettiva culturale che ancora oggi presenta tratti di originalità. Ho pensato a lungo se mettere note o un&#8217;introduzione, ma alla fine credo che il testo si spieghi da sé e rappresenti bene il senso e il clima di quell&#8217;esperienza e, per me, il significato di un percorso di crescita intellettuale. GF ___________________ Circolo Ezra Pound Perugia 1974-2024 &#8211; un cinquantenario Il “ritorno” del Circolo Ezra Pound a cinquant’anni di distanza mi ha suscitato emozioni profonde e contraddittorie su cui è stato difficile mettere ordine: era inevitabile farlo ricomponendo i fili di un percorso che inizia prima e finisce dopo l’esperienza del Circolo, o forse non è finito ancora; ciò che siamo stati nel passato è sempre una reinterpretazione fatta dal presente. Prima del Circolo (e del precedente anno trascorso al FUAN, da cui fummo cacciati) io venivo da esperienze che mi avevano reso molto facile l’inserimento nel nuovo ambiente: a 15 anni distribuivo volantini della Cisnal nelle fabbriche con Pino Marucci, che il MSI considerava troppo di sinistra (poi sarebbe diventato consigliere regionale nelle Marche); si faceva politica con quel bel personaggio che fu Nicola Carlesi, quando tornava a San Benedetto del Tronto da Bologna, si seguivano le lezioni del “mitico prof.” Salvatore Tringali, che aveva fondato la rivista Europae Imperium insieme a Vincenzo Centorame e allo stesso Carlesi: fu il primo da cui sentii parlare di Evola &#8211; ancora sono presenti su Youtube alcune sue lezioni sul pensatore romano (&#60;www.youtube.com/watch?v=-82spavn0kE&#62;). Un aneddoto che mi torna in mente ogni tanto: in quel periodo di fine Anni Sessanta, non ricordo in quale occasione, un politico cinese ironizzò sul fatto, per lui buffo, dell’esistenza in Italia di ben tre partiti socialisti; ebbene con Peppe Traini, tutt’ora militante sovranista, commentammo che in realtà erano quattro, tale essendo anche il Movimento Sociale in quanto, appunto, “sociale”. Con queste premesse il mio inserimento nel C.E.P. fu naturale e rappresentò per, me sul piano culturale, un importante arricchimento con la scoperta del pensiero di Giacinto Auriti e di tutte le questioni connesse alla finanza e alla creazione monetaria. Di Ezra Pound eravamo bene informati: nella sede della Giovane Italia spiccava una foto del poeta col braccio teso nel saluto romano. Accanto all’aspetto culturale, naturalmente esistevano &#8211; e credo fosse la cosa più importante &#8211; l’aspetto umano, le reti di amicizia, la convivenza serena di giovani esuberanti, a dispetto delle idee più diverse tra loro, perché il C.E.P. aveva ereditato il caos ideologico proprio già del fascismo storico. Questo duplice aspetto &#8211; esperienza umana ed esperienza culturale &#8211; è stato la realtà vivente ed effettiva del C.E.P. Vi è un altro punto, di cui allora avevamo una percezione confusa, ma che a un’analisi retrospettiva risulta dominante: noi eravamo dentro la prima generazione nata dopo il fascismo, dentro la prima ondata di un mondo nuovo &#8211; di una nuova varietà umana, come direbbe Ortega, e con questa generazione condividevamo la sensibilità di fondo e le principali caratteristiche, gusti e comportamenti. Detto in altre parole: noi eravamo un “sessantotto” che partiva da destra, insieme al “sessantotto” che partiva da sinistra: due varianti della stessa ribellione generazionale e, nello stesso tempo, due prospettive pericolose di contestazione che il sistema doveva neutralizzare. La diversa sensibilità generazionale è scolpita nello slogan che sintetizzava la nostra immagine: “né destra, né centro, né sinistra, lotta al sistema capital-marxista”. Prescindo dalla seconda parte dello slogan, che trovo un po’ grossolana, e noto un elemento della prima: noi intendevamo opporci alla vecchia destra, alla vecchia sinistra, al vecchio centro, cioè a un intero mondo da cui ci consideravamo ormai fuori. Il problema è che, chiarito quali erano gli avversari, meno chiaro fu cosa sostituire al loro ordine. Credo che abbiamo avuto l’ingenua idea di realizzare un dialogo e persino una convergenza con la nuova sinistra a partire dal pensiero economico di Auriti: una sorta di congiungimento dei due radicalismi in una nuova prospettiva unitaria. Una completa mancanza di realismo politico. L’idea di una sommatoria tra destra e sinistra torna anche dopo la nostra esperienza, verso la fine degli Anni Settanta con la Nuova Destra di Marco Tarchi e il suo slogan: “né destra, né sinistra” &#8211; successivamente modificato come: “e destra, e sinistra”. Gli intellettuali gravitanti intorno al progetto della Nuova Destra furono effettivamente capaci di creare un dibattito culturale ampio e spesso molto originale, trovando interlocutori qualificati a sinistra e riproponendo personaggi “di confine”, come Jünger o Schmitt. Contemporaneamente, altri gruppi reinterpretavano con nuove categorie, frutto della stessa sensibilità generazionale, le tematiche religiose o identitarie &#8211; come la cooperativa Il Cerchio di Rimini, animata da Adolfo Morganti (oggi Fondazione Comunità, presieduta da Franco Cardini) e la rivista I Quaderni di Avallon, oppure i temi letterari e artistici, come la rivista Parsifal di Pescara, diretta da quel bravo intellettuale prematuramente scomparso che è stato Vincenzo Centorame. La rottura dei vecchi schemi era in atto anche a sinistra, ad esempio con la bella ma breve stagione del Manifesto diretto da Valentino Parlato o con il lavoro di intellettuali e studiosi di varia estrazione, come Lidia Menapace o Pier Francesco Zarcone. Ma tutto questo riguarda già gli ambienti che ho frequentato dopo la chiusura del C.E.P. È interessante citare un ulteriore e fallimentare esempio di sommatoria tra destra e sinistra: la proposta neo-marxiana di Diego Fusaro, sia con i suoi testi (per esempio il fondamentale Storia e coscienza del precariato, Bompiani 2018), sia con la diffusione in Italia del pensiero di Aleksandr Gel&#8217;evič Dugin, al quale la famigerata Wikipedia italiana dedica una pagina contenente una tale quantità di idiozie difficilmente rintracciabile altrove. Gran bravo teorico, Fusaro si era scelto tempo fa uno slogan infelice: “valori di destra, idee di sinistra”. Ora, a parte la mostruosità semantica del “valori di destra”, questo slogan dà l’idea che si tratti di assemblare un pezzo preso da qua e uno preso da là in una sorta di Frankenstein ideologico (difetto presente anche negli altri slogan citati poco fa). In maggiore o minore misura ho partecipato a tutte queste esperienze, ma sempre con una prospettiva diversa da quella dell’assemblaggio ideologico, prospettiva dovuta ai miei studi su un autore che dalla fine degli Anni Settanta in poi diventa il mio principale riferimento culturale: José Ortega y Gasset. Ma prima di concludere su questo argomento debbo dire ancora poche parole su noi del C.E.P. Generazione di svolta o di passaggio, noi dall’ombelico in giù eravamo immersi in un vecchio e puzzolente pantano, mentre il resto del corpo era fuori e respirava aria nuova. Con evidenti limiti dovuti alla giovane età e all’inesperienza, a un certo punto il pantano ci ha riassorbito e questo ha significato la fine del C.E.P. Ancora oggi mi vergogno molto di certe scelte, come aver fatto campagna elettorale per l’abrogazione della legge sul divorzio o di non essere stato sufficientemente aggressivo contro chi esaltava i colonnelli greci o Pinochet. L’elemento che ha attivato il riassorbimento del Circolo nel pantano, secondo me, è stato l’impatto con Alleanza Cattolica e con Giovanni Cantoni: un monolite reazionario, organizzato in maniera professionale (e qui mi taccio), che ha offerto a molti l’illusione di avere una strategia politica concreta, efficace, certamente più seria del movimentismo sessantottino. L’impostazione di A.C. frantuma, a mio avviso, l’esperienza umana del Circolo senza aggiungere nulla di rilevante alla sua esperienza culturale. Su di me personalmente, l’incontro con A.C. ha due effetti: produce il più totale disinteresse per una politica di cattolici, che agiscono come cattolici, per creare una società cattolica in cui cittadinanza e chiesa, parrocchia e partito, si identificano. mi rafforza nell’idea di socialismo, di cui dicevo all’inizio, grazie al fatto che tanto Cantoni quanto il suo rappresentante in loco, Attilio Tamburrini, consideravano Auriti un socialista. Non cesserò mai di ringraziare le menti reazionarie che con l’intento di convertirmi mi hanno messo in mano un libro fantastico: Il socialismo come fenomeno storico mondiale, di Igor Safarevic, nel quale il socialismo viene delineato, ovviamente in chiave di condanna assoluta ed irrimediabile, come una categoria politica che attraversa tutta la storia, includendo Platone e la lunga sequela di quasi tutti i miei autori preferiti e ammirati. A distanza di anni, debbo riconoscere che debbo a Safarevic, oltre che al socialista Ortega, la costruzione della mia personale prospettiva a cui alludevo poco fa. Il fatto puro e semplice è che quando si costruisce una teoria interpretativa della storia restando aderenti ai fatti storici, e non deducendola da principi astratti (questo è il “materialismo storico”, che Marx proclama ma non rispetta), risulta evidente che in ogni tradizione nazionale europea la questione sociale ha un’assoluta centralità; al tempo stesso, affrontare la questione sociale come tema politico, significa pensare che le disparità dipendano dall’organizzazione del sistema e non dalla malvagità del singolo o dalla sfortuna (i “meno fortunati” di cui parlava il Cavalier Berlusconi). Fare della questione sociale un tema politico è il socialismo: l’idea di nazione non può esistere senza l’idea di socialismo, e viceversa. Credo che questo binomio di socialismo e di nazione sia sempre esistito, anche se denominato in altri modi. L’idea di un socialismo astratto, indipendente dal tempo e dallo spazio, da applicarsi con formule automatiche e persino scientifiche, è un errore di Marx, che cade nella colpa dell’intera cultura europea del suo tempo: il razionalismo, l’astrazione, la pretesa sostituzione della realtà vivente col discorso razionale e i giochi verbali della logica. È una colpa che Marx condivide con gli hegeliani di destra e di sinistra, ma anche con i theologi philosophantes dell’Ottocento. Più ancora, essendo la giustizia sociale un valore che, con ogni evidenza, non è al momento presente, essa si pone come obiettivo, non come punto di partenza; al contrario, il punto di partenza non lo si può scegliere ed è quello che ci offre il presente momento storico. Da qui l’esistenza in ogni epoca di tanti socialismi, che hanno in comune l’obiettivo e possono differire in tutto il resto. Marinetti, D’Annunzio, Alceste de Ambris, e persino il giovane Mussolini sapevano bene che la rivoluzione russa era un momento di esaltante liberazione per la nazione russa, ma sarebbe stata catastrofica nella diversa realtà sociale europea, dove avrebbe comportato un peggioramento generale delle condizioni di vita proprio per quel proletariato che si voleva favorire. Così, in conclusione, pur da tutt’altro punto di vista, oggi mi sento di convenire sul fatto che, radicato in ciò che il buon Tringali chiamava “la dottrina sociale del fascismo”, anche Giacinto Auriti rientra a buon diritto nel socialismo. Credo di essere stato tra i primissimi in Italia a formulare questa articolazione fattuale di socialismo e tradizione. Nel 1987, quasi quaranta anni fa, su Parsifal pubblicai una recensione del libro di Zeev Sternhell Né destra, né sinistra, pubblicato tre anni prima da Acropolis, casa editrice che faceva riferimento alla Nuova Destra di Tarchi, che concludeva con questa specie di manifesto per una nuova prospettiva politica: «La natura stessa del fascismo, come l&#8217;ha egregiamente delineata Sternhell, esclude che possa esistere un neo-fascismo, esclude cioè che abbia senso, che sia veramente fascismo, ogni ripetizione in fotocopia dei suoi slogan, delle sue divise, delle sue soluzioni, della sua genialità e della sua follia. Se esso è sintesi creativa, originale, alimentata dal sentire reale della nazione e da ogni dissidenza che voglia ampliarsi nella dimensione di una rivolta globale, allora non lo si può chiudere in un quadro ideologico definito una volta per tutte: è condannato ad essere una visione del mondo...]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: F.T. Marinetti e la seconda guerra mondiale</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 18:01:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[F.T.Marinetti: Scritti (fraintesi) della seconda guerra Il 2024 si chiude con un rinnovato interesse per il futurismo, nell&#8217;ottantesimo anniversario della morte di Marinetti &#8211; e con rinnovate polemiche, nell&#8217;interminabile e ammuffito dopoguerra che si prolunga nella cultura italiana; così mi è sembrato non dannoso riproporre, riveduto e ampliato, un saggio che avevo scritto come introduzione alla raccolta dei testi marinettiani del periodo della seconda guerra mondiale. Si tratta di opere che considero abitualmente fraintese, almeno in base al mio modo di vedere, disinteressato al pro e al contro e rivolto all&#8217;analisi dei testi e alla loro discussione serena con lettori informati. Scarica F.T.Marinetti: Scritti (fraintesi) della seconda guerra Va alla pagina con gli scritti di Marinetti]]></description>
		
		
		
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		<title>Socialismo e sovranismo, di Gianni Ferracuti</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Nov 2023 10:29:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Conosco parecchie persone di destra che hanno ammirazione per Marco Rizzo, che è dichiaratamente comunista, soprattutto a ragione delle sue posizioni sulla sovranità nazionale; rimane però incomprensibile per loro come queste posizioni possano collimare con il comunismo. Probabilmente il problema nasce dal fatto che una persona di destra ha tendenzialmente una visione deformata del socialismo, vista la quantità di immondizia che viene ribattezzata con questo termine in Europa &#8211; per non dire dell’Italia. Così mi è venuto in mente di proporre una piccola sintesi o promemoria. Il socialismo ritiene che la legittimità dell’agire politico venga dalla maggioranza e non, come avviene spesso a destra, da una legittimazione religiosa (di qualunque religione); non si tratta di laicismo, termine che ha a che vedere con il lessico religioso, ma di affermare una autonomia che l’agire e il potere politico hanno di per sé. Questo carattere popolare della legittimità politica è inteso dal socialismo come un mandato imperativo a realizzare la maggiore giustizia sociale possibile nel presente storico, vale  dire la migliore distribuzione dei costi e del benefici del vivere sociale e l’estensione all’intera comunità di condizioni di vita dignitose, secondo la sensibilità dell’epoca. La definizione di un equilibrio sociale “giusto” si basa sul concetto di uguaglianza tra tutti i cittadini (io preferisco dire: tra tutte le persone) che compongono la società. Prima della rivoluzione francese vigeva in Europa il diritto diseguale, un sistema per cui lo stesso reato veniva punito diversamente se a commetterlo fosse stato un nobile o un villano e i diritti di cittadinanza non venivano riconosciuti a tutti nella stessa quantità. L’uguaglianza, dunque, si pone come “uguaglianza di fronte alla legge”, ovvero riconoscimento di un certo numero di diritti inalienabili che appartengono a tutti: per esempio il diritto a che il consorzio sociale garantisca la soddisfazione delle necessità elementari che consentono alla persona di conservarsi in vita e in salute. Dunque il programma socialista propone che tutte le persone abbiano cibo sufficiente, un alloggio adeguato, una tutela della salute, la possibilità dell’istruzione, un reddito da lavoro o da pensione&#8230; Lo strumento principale per la realizzazione del socialismo è lo stato. Lo stato non è assente, come nel laissez-faire liberale, né è intermittente come nell’idea cattolica del principio di sussidiarietà, ma è lo strumento che la società costruisce o crea per svolgere le funzioni e i servizi di interesse collettivo: la salute pubblica, l’istruzione pubblica, i trasporti pubblici, la sicurezza interna e sul piano internazionale, il controllo della moneta e dell’equilibrio economico e di qualunque cosa abbia a che vedere con l’esistenza pubblica della persona; contemporaneamente, lo stato garantisce il rispetto della vita privata personale: in effetti, essendo una struttura che la società produce a proprio beneficio, lo stato socialista non deve muoversi in un’ottica totalitaria, ma impone dei limiti al potere pubblico. Nella nostra cultura, probabilmente, la prima definizione di uno stato socialista si ha nella Repubblica di Platone, ma si tratta di un modello teorico che, come tutte le formulazioni ideali, è in realtà relativo ai desideri o alle illusioni di un’epoca, e nulla è più lontano dal socialismo di un modello unico e astratto, valido in ogni tempo e luogo. Più interessante è il quadro che Platone propone nelle Leggi, dove mostra il processo di formazione dello stato, come potere pubblico, a partire da preesistenti strutture sociali (famiglie, tribù, nuclei organizzati) che si confederano, conservando tuttavia una loro relativa autonomia all’interno dell’organismo complessivo da esse creato. Socialismo è primato della società sullo stato, e la società è articolata di suo in soggetti che contribuiscono alla nascita del nuovo organismo, senza annientarsi in esso. All’interno del socialismo il criterio fondamentale per definire l’estensione del potere pubblico è il lavoro. Il lavoro è la più importante tra le attività umane che presuppongono una vita sociale organizzata: da qui la centralità della questione sociale e dell’organizzazione del lavoro. Contrariamente a ciò che si pensa, non è obbligatorio che il tema del lavoro sia affrontato attraverso la modalità della lotta di classe: questo, infatti, dipende dai rapporti tra le classi o, più in generale, tra i soggetti sociali. In un’economia molto articolata i conflitti sono molto diversificati e, di conseguenza, non è il concetto di classe a consentirne la comprensione e la gestione: il conflitto di interessi tra un artigiano e il suo apprendista non è di classe, bensì di funzione, ed è contemporaneo al conflitto tra lo stesso artigiano e un’azienda è più grande che gli fornisce un appalto &#8211; e anche in questo caso il conflitto non è di classe e può essere contemporaneo al conflitto, sul mercato, tra questa azienda e una multinazionale con sede all’estero. Il socialismo, dunque, deve possedere una concezione del lavoro adeguata alla realtà presente e una sua progettazione dello sviluppo futuro, sempre nell’ottica della giustizia sociale. Quando la nostra costituzione afferma che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, con ogni evidenza non utilizza una nozione di lavoro marxista e nemmeno una definizione liberale. Se il lavoro è fondamento delle istituzioni pubbliche, nel loro carattere democratico, che coinvolge tutti i cittadini, evidentemente non si allude al lavoro salariato, ma a qualunque tipo di lavoro svolto all’interno della nazione, considerando lavoro l’attività dell’operaio, del contadino, dell’artigiano, del professionista, dell’imprenditore, del commerciante, di qualunque forma di attività &#8211; in tutti i casi declinata per genere, al maschile e al femminile, con l’aggiunta del lavoro domestico. Tutte queste attività garantiscono la vita nazionale e sono fondamento delle istituzioni democratiche. Pertanto il lavoro è la vita della nazione e il socialismo è garanzia della vita nazionale, nella sua produttività, nella sua ricchezza, nella sua tradizione culturale, che il sistema scolastico rende accessibile a tutti i cittadini, nel rispetto delle forme di vita collettive che la società produce spontaneamente nel libero esercizio dell’autonomia personale di ciascuno &#8211; il che attiene, ad esempio, alla libertà di culto, all’esercizio di attività artistiche, che lo stato dovrebbe tutelare ma non condizionare, o all’innovazione come al volontariato. Il socialismo è sempre strettamente legato a una nazione, più ancora: è nazionale. Ma non è nazionalista, bensì inter-nazionalista, vale a dire solidale con ogni altro movimento che in altri paesi cerca di realizzare una politica socialista adeguata all’ambito nazionale in cui agisce. Da qui la conclusione che l’idea di socialismo è inseparabile dall’idea di sovranità nazionale. Invece l’idea di nazione è separabile dall’idea di socialismo, perché esistono paesi in cui un forte senso nazionale è fuso con una struttura economica capitalista e classista, a volte anche imperialista, come nel caso degli Stati Uniti. Così, per tornare all’inizio, non stupisce che il socialismo di Marco Rizzo sia sovranista (anche perché una nazione o è sovrana o è colonizzata), ma non cessa di stupire l’ammirazione della destra per il sovranismo socialista di Rizzo &#8211; a meno che questa destra non sia inconsapevolmente erede di quel movimento rivoluzionario italiano che fu di Alceste de Ambris, del sindacalismo rivoluzionario, dei futuristi e di D’Annunzio, e che ebbe la sua migliore espressione nella Carta del Carnaro e nel fiumanesimo, al quale Mussolini volse le spalle abbandonandolo alle cannonate della Regia Marina Italiana e accordandosi con il re. In tal caso, però, non si capisce perché collocarsi a destra.]]></description>
		
		
		
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		<title>Un&#8217;idea di Socialismo e di Nazione, di Gianni Ferracuti</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 16:06:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti Un&#8217;idea di Socialismo e di Nazione (2023) Questo volume nasce dal recupero e dalla riscrittura quasi completa di un vecchio articolo intitolato Identità personale, identità culturale ed equivoco tradizionalista, pubblicato nel 1999 ma scritto qualche tempo prima, durante la guerra civile jugoslava, e da altri testi risalenti alla stessa epoca. Durante quel conflitto le manipolazioni della propaganda avevano raggiunto livelli tali da riportare la memoria alla seconda guerra mondiale, con crimini giustificati da ideologie razziste e pulizia etnica, deformando con malafede il senso dell’identità nazionale e delle tradizioni storiche. A mio parere, questa deriva razzista e criminale poggiava su una deformazione precedente e pericolosa, vale a dire la trasformazione dell’idea di tradizione in un’ideologia: il tradizionalismo, inteso come costruzione teorica assolutizzata in modo acritico e autoritario. L’opposizione fra tradizione e tradizionalismo è uno dei temi principali qui affrontati. Anche oggi è in corso un conflitto di vaste proporzioni, che presenta aspetti di intolleranza verso culture altre, soprattutto là dove i sostenitori di un mondo  monopolare, a guida unica  occidentale, si presumono portatori e interpreti di una superiore idea di civiltà. Così mi è sembrato utile tornare a quel vecchio saggio e ampliarlo riproponendo temi forse inediti per i giovani che da molto tempo ormai vivono acriticamente immersi in un flusso di informazioni manipolante &#8211; false informazioni, in realtà, per costruire una narrazione che prescinde dalla ricerca critica del vero, ma coincide con gli interessi di poteri non sempre individuabili con chiarezza. All’epoca della prima stesura, esattamente come oggi, le questioni relative alle tradizioni culturali, intese come fattore identitario, erano state pressoché abbandonate dalla cultura di sinistra, nonostante la grande lezione di Pasolini, ed erano gravemente fraintese (appunto in chiave nazionalista e di separatezza tra le diverse identità nazionali) anche dalla cultura di destra, nonostante il grande lavoro intellettuale svolto da autori come Julius Evola, in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Il lavoro di difesa e revisione delle culture tradizionali fu, ed è, compito di una minoranza di giovani intellettuali, situati, peraltro, nel quadro di una generale revisione della geografia politica dell’epoca, dopo le fratture ideologiche degli Anni Settanta e una stagione di violenze di piazza che, nella loro irragionevolezza, avevano fatto solo l’interesse di quel potere che si voleva criticare. Fu un elemento favorevole anche il calo di tensione della guerra fredda, che di lì a poco si sarebbe esaurita, permettendo che venisse meno la necessità, per non dire la costrizione, di schierarsi con una parte o con l’altra, senza possibilità di incontri trasversali e, in definitiva, rimpicciolendosi in uno spazio ideologico troppo stretto per essere soddisfacente. Disgraziatamente, le nuove formazioni politiche, che hanno sostituito i vecchi partiti della prima repubblica, non si sono rivelate all’altezza delle necessità: in particolare le nuove sinistre, in realtà sedicenti tali, si sono precipitate, come i villani nel pranzo al buffet, sui piatti da portata approntati dalle nuove oligarchie finanziarie, osannando festevolmente un capitalismo internazionale più che mai aggressivo, moralmente apolide, ostile a ogni forma di interesse nazionale, a ogni questione sociale e, in generale, a ogni identità che fornisca sostegno e autonomia alla persona. Si preferisce piuttosto alimentare una fluidità informe e inondare lo spazio sociale di individui disorientati, deboli, ignoranti, facilmente manipolabili, che il capitalismo odierno sfrutta come masse umane usa e getta. L’identità a cui qui si fa riferimento è sia personale sia collettiva. Per indicare quest’ultima è oggi comune l&#8217;uso di termini come etnia, o etnico, che sono del tutto fuorvianti: il vescovo di Bologna e io apparteniamo alla stessa etnia, ma non alla stessa cultura, quindi è discutibile che abbiamo la stessa identità; non tutti coloro che sono etnicamente arabi sono anche musulmani, e non tutti i musulmani sono arabi. Che un italiano si converta all&#8217;islam non rappresenta una sorta di tradimento della tradizione dei padri. La separazione dell&#8217;identità tradizionale e culturale dal sottofondo etnico è una conquista e un superamento del pregiudizio per cui, essendo nati casualmente in un certo luogo geogra­fico, si avrebbe l’obbligo di identificarsi con il pensare collettivo di quel luogo. In modo singolare, chi si è spinto maggiormente in avanti verso questa separazione «laica» di cultura ed etnia è stato un autore solitamente considerato razzista da chi non lo ha letto con attenzione, cioè Julius Evola. Ne Gli uomini e le rovine Evola afferma: «L&#8217;idea, soltanto l&#8217;idea, deve essere per costoro la vera patria. Non l&#8217;essere di una stessa terra, di una stessa lingua o di uno stesso sangue, ma l&#8217;essere della stessa idea deve essere per loro ciò che unisce e che divide». Questo lo conduce a porre la questione, inedita e modernissima, della «scelta delle tradizioni», che «implica la rinuncia alla infatuazione nazionalistica». Un&#8217;interpretazione «laica» di Evola è mancata perché la cultura di sinistra si è trovata a disagio con le dottrine di un «fascista dichiarato» (in realtà, presunto tale), e la cultura di destra ha alimentato l&#8217;equivoco che realmente fosse tale, favorendone l’emarginazione. Se finalmente si facesse una rigorosa au­topsia del fascismo italiano, si potrebbe discutere questo punto, trovando non poche sorprese. Naturalmente, le scelte di singoli individui in dissenso con la cultura dominante non alterano, nel breve periodo, la vigenza sociale della cultura comune; perciò, se da un lato sono legittime, dall’altro lato non esonerano dal tener conto delle credenze collettive, altrettanto legittime e, inoltre, in grado di esercitare una maggiore pressione sociale. Né il singolo individuo può imporre il suo parere alla massa (secondo un reiterato errore progressista e illuminista), né la massa può solidificarsi al punto di non ammettere dissensi o innovazioni, critiche e contaminazioni intellettuali, secondo un inveterato errore tradizionalista o fondamentalista: né il progresso individualista, né la fine della storia, ma il progresso collettivo per selezione e accumulazione del nuovo e del vecchio è il ruolo della tradizione; la dinamica che articola conservazione e innovazione nella continuità è il processo storico che dà forma alle identità collettive e personali che vivono nella storia. [&#8230;] DISPONIBILE SU AMAZON]]></description>
		
		
		
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		<title>Georg Simmel: Il conflitto della civiltà moderna (1919) &#8211; pdf gratuito</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2022 13:21:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Georg Simmel IL CONFLITTO DELLA CIVILTÀ MODERNA (1919) Traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi della R. Università di Genova Weimar Caffè Modernità e Memorie 2022 www.ilbolerodiravel.org Weimar Caffè &#8211; Modernità e memorie è una navigazione alla ricerca delle sinistre perdute: quelle che sono state dimenticate, quelle che non sono più attuali, quelle eretiche, quelle che non vengono più riconosciute come sinistra da chi oggi con questa etichetta giustifica politiche di destra. Weimar Caffè &#8211; Modernità e memorie è l’opposto della cancellazione della memoria: è l’ampliamento dei ricordi, la discussione critica sul passato, la consapevolezza vigile contro la coscienza ebete del tempo attuale, che conosce solo il presente, la verità unica del dio televisivo e l’olocausto dell’intelligenza sull’altare dell’emergenza continua. [Immagine di copertina di Gyula Asztalos] Scarica il pdf gratuito Gianni Ferracuti su Amazon]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Compagno D&#8217;Annunzio, alalà!</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2022 19:36:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti: Compagno D&#8217;Annunzio, alalà! Compagno D&#8217;Annunzio, alalà! Italianità e socialismo nell’impresa Fiume: scritti di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris Agli inizi del Novecento in Italia si sviluppano movimenti di sinistra fortemente critici nei confronti del Partito Socialista, ritenuto inadeguato a difendere gli interessi dei lavoratori e troppo compromesso con la classe borghese. Ne fanno parte i nazionalisti, che sotto la guida di Corradini si collocano a sinistra; i futuristi, il cui partito è su posizioni anarchiche, laiche, anticlericali; gli irredentisti, per i quali l&#8217;ampliamento dei confini alle &#8220;terre irredente&#8221; deve accompagnarsi a una riforma completa della struttura economica del Paese e dei rapporti di classe; i sindacalisti rivoluzionari, che hanno ben chiaro il primato della società sullo Stato, del lavoro sulla proprietà, e vogliono usare il sindacato come strumento rivoluzionario. Poi, naturalmente, ci sono D&#8217;Annunzio e Mussolini. Il primo trasformerà questo amalgama di movimenti diversi in un progetto organico, che si incarna nell&#8217;impresa di fiume e nella Costituzione ideata insieme al sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris; il secondo, Mussolini, abbandona la battaglia del Poeta, si accorda con Giolitti per la resa di Fiume e, dopo l&#8217;inevitabile uscita di scena di D&#8217;Annunzio, si impadronisce di tutta l&#8217;immagine legata al fiumanesimo, si propone come erede del Poeta, ma ne tradisce tutti i valori di democrazia, libertà e rivoluzione sociale. Il libro documenta il dibattito di questa sinistra alternativa tra il 1910 e il 1920, pubblicando in appendice i seguenti testi completi: &#8211; Alceste de Ambris: La questione di Fiume &#8211; Gabriele D’Annunzio: Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato Libero di Fiume (Carta del Carnaro: in nota anche il testo primitivo predisposto da De Ambris) &#8211; Gabriele D’Annunzio: Disegno di un nuovo ordinamento dell’esercito liberatore &#8211; Alceste de Ambris: La Costituzione di Fiume, commento illustrativo. &#160; Disponibile su Amazon Gianni Ferracuti su Amazon]]></description>
		
		
		
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		<title>&#8220;Weimar caffè &#8211; Modernità e memorie&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 09:31:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Weimar caffè &#8211; Modernità e memorie&#8221; è una collana di testi storici dedicata alla critica del capitalismo e della modernità borghese. Documenta autori di diverso orientamento: socialista, marxista, anarcosindacalista, sindacalismo rivoluzionario, liberalismo critico, fascismo movimentista, cristiano-sociale prevalentemente nel periodo tra il 1848 (Manifesto del Partito Comunista) e il 1945 (fine dell&#8217;indipendenza politica dell&#8217;Europa occidentale). link alla pagina]]></description>
		
		
		
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		<title>Studi Interculturali 24/2022</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2022 16:47:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Disponibile online in pdf gratuito il volume 24/2022 di Studi Interculturali, con il seguente contenuto: Omelia di Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, tenuta il 6 marzo 2022, Domenica del perdono. Pier Francesco Zarcone: Continuità e profili dialettici nella storia russa. Pier Francesco Zarcone: Discorso critico sull’ecumenismo nella prospettiva ortodossa. Massimo Piermarini: Ortega y Gasset, storicità e vita. Massimo Piermarini: L’essere nascosto e il chiarore improvviso della luce. Su Chiari del bosco di Maria Zambrano. Gianni Ferracuti: La Tecnica, il Lavoratore, l’Eroe nelle ultime opere di F.T. Marinetti. Gianni Ferracuti: Julius Evola, lo spirituale nell’arte. Silvia Gant: Ritmo y memoria. La reescritura de los mitos en la poesía femenina del siglo XX del Cono Sur hispanoamericano, con respecto a Delmira Agustini, Juana de Ibarbourou, Alfonsina Storni y Gabriela Mistral (segunda parte). Scarica il pdf gratuito]]></description>
		
		
		
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