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	<title>interculturalità &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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	<title>interculturalità &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Nuova edizione italiana delle Meditaciones del Quijote di Ortega</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 16:08:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Meditazioni sul Don Chisciotte (1914) edizione italiana a cura di Gianni Ferracuti Meditazioni sul Don Chisciotte è il testo in cui José Ortega y Gasset espone per la prima volta in forma sistematica la sua innovativa concezione della realtà e del pensiero filosofico. La presente edizione italiana, curata da Gianni Ferracuti, docente di Letteratura spagnola ed esperto studioso dell&#8217;Autore, contiene il testo completo e aggiunge i principali scritti orteghiani che lo hanno preceduto. Risulta così possibile ricostruire il percorso intellettuale di Ortega nel decennio precedente, che è anche oggetto dell&#8217;ampia introduzione del Curatore. Dall&#8217;introduzione: «[&#8230;] L’atto d’amore intellettuale è la disposizione ad abbandonare la visione della cosa come oggetto separato: con ciò, la cosa resta cosa, ma viene transustanziata (termine che Ortega usa in forma di metafora) in un atto di amore intellettuale. L’amore non illumina tanto l’intelletto quanto la cosa stessa nel suo mondo; non è una proiezione di sentimenti umani sull’oggetto, bensì è l’accettazione dell’oggetto come tale. Quando l’amore penetra nelle proprietà dell’oggetto, in ciò che esso possiede in proprio, scopre appunto che l’oggetto si prolunga nel mondo con le sue connessioni e richiede il mondo stesso per poter esistere. Si ha così una progressiva scoperta di connessioni, il cui collegamento (la cui percezione) manifesta la struttura essenziale dell’universo: l’amore per la cosa, la coglie nella sua connessione con l’intero universo: con l’universo reale, non con una rete di concetti. Nel suo aspetto vissuto, l’amore intellettuale è un vivo desiderio di comprensione. Ansia di comprensione significa anzitutto non accontentarsi di ciò che già si sa, cioè della prima occhiata gettata sul mondo. Ogni visione fornisce dei dati, ma non dà insieme il loro significato. La sensazione presenta una serie di note: suoni, colori, sapori&#8230; che non sono soltanto un elenco di notizie singole, ma si trovano nella cosa in modo strutturato. Per comprendere allora tale realtà occorre com-prendere, collegare insieme, queste notizie nella loro struttura e nel loro riferimento le une alle altre. Per arrivare alla comprensione delle cose secondo il senso loro, e non nostro, bisognerà che esse ci siano presenti nel loro fisico esserci intorno. Se la sensazione presenta cose reali, la massima percezione della loro realtà si trova nelle cose che più ci sono vicine. Delle cose lontane si hanno notizie più vaghe, malsicure, forse mediate da terzi e generiche; invece delle cose che mi stanno intorno ho notizie di prima mano. Inoltre la realtà è più di una complessa armatura di concetti solo se ha una sua materialità, una consistenza che tocco nelle cose vicine e non in quelle remote, oltre la portata dei sensi. Se ciò che chiamo «mondo» non ha nulla a che fare con il mio piccolo mondo circostante, se questo non si prolunga in quello, ben oltre la mia mano e il mio sguardo, allora si parla di astrazioni. Ma se vi è continuità tra il mio mondo e il mondo, allora «il mio mondo» non è chiuso né limitato, ed è, piuttosto, la mia porta di accesso all’universo, con tutti i limiti derivanti dal fatto che lo vedo solo parzialmente, in una prospettiva. La visione prospettica determina anche una ridefinizione dell’idea di verità. Ortega richiama la nozione classica di alétheia: la verità è un dis-velamento, l’eliminazione di un velo che occulta il reale e che cade quando la realtà viene osservata nella giusta angolazione. L’immagine del velo che cade indica il momento in cui nella visione della superficie si scorge la profondità: se gli alberi non permettono di vedere il bosco, allora proprio loro sono il velo e l’alétheia è il momento in cui gli alberi stessi vengono scoperti come bosco: quando si cammina e si vendono con continuità alberi sempre diversi, a un serto punto la somma delle singole vedute fornisce l’immagine, la visione, del bosco, che ci circonda ma che non vediamo masi nella sua interezza. L’alétheia è, dunque, la cattura della realtà così come è, con la sua profondità che si disvela dal punto di osservazione adeguato: nel modus res considerandi che Ortega si impegna a proporre: non maniere soggettive di pensare, ma scorci che scoprano il profondo e possano propiziare l’esperienza personale del velo che cade, frantumando l’illusoria maschera della superficie e mostrando le strutture che governano le impressioni sensibili e le rendono significanti: le cose nelle loro relazioni [&#8230;]». José Ortega y Gasset Meditazioni sul Don Chisciotte &#160;]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Maschere: un&#8217;interpretazione di Dioniso</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 17:54:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset: Maschere Un&#8217;interpretazione di Dioniso Traduzione: Gianni Ferracuti «La religione greca è, in senso formale, religione “popolare”. Lo è in primo luogo perché ha origine nell&#8217;impersonalità collettiva dei diversi “popoli” o “nazioni “elleniche; in secondo luogo, perché il suo contenuto ha un carattere diffuso, atmosferico, quasi diremmo respiratorio. E non è come le altre religioni mazdeo-mosaico-cristiane una forma di vita delineata e definita, separata dal resto della vita, né tollera le esattezze e le cristallizzazioni rigorose di una dogmatica teologica istituzionalizzata da gruppi particolari di sacerdoti. Non è, dunque, teologia, ma mera e spontanea religione che gli uomini praticano così come contraggono e dilatano la loro cassa toracica nell&#8217;operazione del respirare. Penetra tutta la loro vita, che non deve smettere di essere ciò che è quando non è specialmente “vita religiosa”, per esserlo nonostante; in terzo luogo, perché è dichiaratamente e costitutivamente religione di un “popolo” come popolo, e pertanto è una funzione dello Stato. Gli dèi sono anzitutto dèi dello Stato e della collettività, e solo attraverso ciò sono dèi per l&#8217;individuo.» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Temi dell&#8217;Escorial (1915)</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 17:32:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Temi dell&#8217;Escorial (1915) Traduzione: Gianni Ferracuti «Nel 1793, nella fase più crudele della Rivoluzione francese, quando il terrore segava giornalmente centinaia di gole, il Mercure de France, rivista dei poeti, pubblicava una poesia con questo titolo: Ai mani del mio canarino. Confesso che quest’aneddoto mi si è parato dinanzi come un ammonimento, cominciando a raccogliere le note che seguono, al fine di leggerle oggi dinanzi a voi. Non è assurda la tranquilla occupazione letteraria quanto intorno il corpo della storia scricchiola, trema dalle radici alla cima e i suoi fianchi convulsi si schiudono per dare alla luce una nuova epoca? Non è insopportabile questa inattualità del povero poeta imbecille che, mentre gli uomini si decapitano, ricorda il suo canarino?» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Gli eremi di Cordova (1904)</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 17:24:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Gli eremi di Cordova (1904) Traduzione: Gianni Ferracuti «Se all&#8217;avvicinarsi dell&#8217;estate coi suoi ardori cerchiamo un luogo ombroso o una spiaggia arieggiata, perché non dobbiamo cercare anche sanatori di silenzio e stabilimenti balneari di solitudine quando qualcosa dentro di noi ci chiede isolamento?» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Teoria del classicismo</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 12:59:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Teoria del classicismo (1907) Traduzione: Gianni Ferracuti &#160; «C&#8217;è ancora gente per cui non è del tutto chiara questa faccenda del classicismo, persone affette dal vago sospetto che tutta questa macchina del mondo è nata nel loro stesso giorno; lasciamole nella loro opinione: in fondo è oltremodo conveniente che alcuni nostri amici pensino diversamente da noi, perché così otteniamo l&#8217;arricchimento della coscienza nazionale. E lasciamogli l&#8217;arduo compito di rendere logicamente decente il loro solipsismo, cerchiamo noi di dare alle nostre energie, poche o molte, l&#8217;alveo e la coscienza del classico.» Scarica il testo completo]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Trattato di estetica in forma di prologo (1914)</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 11:09:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Trattato di estetica in forma di prologo José Ortega y Gasset (1914) Traduzione: Gianni Ferracuti «Questo io che i miei concittadini chiamano Tal dei Tali, e che sono io stesso, in definitiva ha per me gli stessi segreti che per loro. E viceversa: degli altri uomini e delle cose non ho notizie meno dirette che di me stesso. Come la luna mi mostra solo la sua pallida spalla stellare, così il mio «io» è un viandante imbacuccato, che passa davanti alla mia conoscenza lasciandole vedere solo la schiena avvolta nel panno di un mantello.» Scarica il pdf completo Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Vitalità, Anima, Spirito (1924)</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 21:25:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Vitalità, Anima, Spirito (1924) A cura di Gianni Ferracuti (Prima Edizione: Il Cerchio, Rimini 1986) «L&#8217;antropologia filosofica o, come io preferisco dire, la conoscenza dell&#8217;uomo, ha di fronte a sé un tema non ancora affrontato da nessuno, e che sarebbe stimolante cominciare a trattare: la costituzione della persona, la struttura dell&#8217;intimità umana. Quali sono la figura e l&#8217;anatomia di ciò che vagamente siamo soliti chiamare «anima». Benché sembri menzogna, la psicologia degli ultimi cento anni non ha fatto che allontanarsi da questo tema, al quale oggi si vede costretta a tornare. La ragione di questo abbandono è chiara: gli psicologi del secolo scorso si proposero esclusivamente di fare una fisica dell&#8217;anima, e per questo si preoccuparono solo di scomporla nei suoi elementi astratti e generici. Le leggi dell&#8217;associazione di idee furono il contraltare delle leges motus instaurate dalla meccanica di Newton. In tal modo si arrivò ad una psicologia elementare, ad una teoria degli elementi astratti, e non degli insiemi concreti. È vero che senza questo gigantesco lavoro oggi sarebbe impossibile rivolgersi verso maggiori imprese, però è arrivata l&#8217;ora opportuna per affrontare appunto queste e formarci un&#8217;idea più totale e complessa dell&#8217;intimità umana.» Scarica il pdf completo &#160;]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Arte di questo mondo e dell&#8217;altro (1911)</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 18:32:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Arte di questo mondo e dell&#8217;altro (1911) Traduzione: Gianni Ferracuti «Io non sapevo che dentro una cattedrale gotica abita sempre un turbine; il fatto è che, appena messo il piede all&#8217;interno, sono stato strappato dalla mia stessa pesantezza sulla terra -questa buona terra dove tutto è fermo e chiaro e si possono palpare le cose e si vede dove cominciano e dove finiscono. All&#8217;improvviso, da mille luoghi, da mille angoli scuri, dai confusi vetri dei finestroni, dai capitelli, dalle chiavi di volta lontane, dagli spigoli interminabili, mi piombarono addosso miriadi di esseri fantastici, come animali immaginari ed eccessivi, grifi, doccioni, cani mostruosi, uccelli triangolari; altri, figure inorganiche, ma che nelle loro accentuate contorsioni, nella loro figura zigzagante, verrebbero presi per animali incipienti. E tutto questo venne su di me rapidissimamente, come se, avendo saputo che io stavo per entrare in quell&#8217;istante di quel pomeriggio, ogni cosa si fosse messa ad aspettarmi nel suo cantuccio o nel suo angolo, l&#8217;occhio vigile, il collo allungato, i muscoli tesi, pronti per il salto nel vuoto. Posso dare un dettaglio in più, comune a quell&#8217;algarabia, a quel pandemonium mobilitato, a quell&#8217;irrealtà semovente e aggressiva; ogni cosa, infatti, arrivava fino a me in una corsa aerea ardita, ansante, perentoria, come per darmi notizia con frasi veloci, spezzate, affannose, di non so quale terribile avvenimento incommensurabile, unico, decisivo, appena accaduto lassù in alto. E immediatamente, con la stessa rapidità, quasi avesse compiuto la sua missione, spariva, forse ritornava al suo covile, al suo trespolo, al suo cantuccio ogni bestia inverosimile, ogni impossibile uccellaccio, ogni spigolosa linea vivente. Tutto svaniva come se avesse esaurito la sua vita in un atto unico. Uomo senza immaginazione, a cui non piace trattare con creature di una condizione equivoca, instabile e vertiginosa, ebbi un movimento istintivo, tornai sui miei passi, chiusi la porta dietro di me e di nuovo mi ritrovai seduto fuori, guardando la terra, la dolce terra quieta e dorata dal sole, che resiste alle piante dei piedi, che non va e viene, che sta lì e non fa gesti né dice alcunché.» Scarica il testo completo in pdf &#160;]]></description>
		
		
		
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		<title>José Ortega y Gasset: Adamo nel Paradiso (1910)</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 17:56:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[José Ortega y Gasset Adamo nel Paradiso (1910) Traduzione: Gianni Ferracuti «Il profano si colloca davanti a un&#8217;opera d&#8217;arte senza pregiudizi: questo è l&#8217;atteggiamento di un orangutan. Senza pre-giudizi non è possibile formarsi giudizi. Nei pre-giudizi, e solo in essi, troviamo gli elementi per giudicare. Logica, etica ed estetica sono letteralmente tre pre-giudizi, grazie ai quali l&#8217;uomo si tiene a galla sulla superficie della zoologia e, liberandosi in questo lacustre artifizio, si va edificando in modo quantomai libero, razionale, senza intervento di mistiche sostanze né altre rivelazioni fuorché la rivelazione positiva, suggerita all&#8217;uomo di oggi da quanto ha fatto l&#8217;uomo di ieri. I pre-giudizi iniziali dei padri producono una decantazione di giudizi, che servono da pre-giudizi alla generazione dei figli, e così, in una densa crescita, in stretta solidarietà lungo la storia. Senza questa condensazione tradizionale di pregiudizi non c&#8217;è cultura.» Scarica il pdf gratuito Gianni Ferracuti: Pubblicazioni]]></description>
		
		
		
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		<title>Pier Francesco Zarcone: Ricostruzione del Natale perduto</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 13:21:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ricostruzione del Natale perduto[1] Pier Francesco Zarcone Parliamo di Natale perduto perché quel che viene celebrato annualmente, pur mantenendone il nome, è ormai tutt’altra cosa: una pagana e sguaiata orgia mangereccia e consumista di gente ormai decerebrata e mossa verso questa ricorrenza dalla bulimia feticista per acquisti magari costosi ma spesso inutili o di cattivo gusto. Tali acquisti, passate le feste, lasciano il problema (non sempre facilmente risolvibile) di individuare a chi sbolognarli il prima possibile, ma con l’apparenza di trattarsi di cose pregiate, cioè con lo stesso atteggiamento di chi in origine li portò in regalo. Inutile dire che il processo di sbolognamento richiede l’individuazione di soggetti che teoricamente mai si incontreranno (né si incontrerebbero) coi donatori originari. Spesso anziani e vecchi rimpiangono la magia dei periodi di Natale della loro giovinezza. Una certa magia effettivamente c’era, soprattutto per le generazioni anteriori al ’68. Ancora il simbolo del Natale era il presepe, e comporlo o da soli o aiutati da genitori e/o nonni aveva qualcosa di magico per il fatto di ricreare – più o meno – l’ambiente dove era nato quel divino bambino sulla cui divinità, peraltro, non è che ci si capisse molto. Ma comunque la si accettava. Le competenze per i regali erano equamente ripartire tra Gesù Bambino e l’inesistente Befana dalle origini non molto chiare. Il primo “entrava in azione” subito dopo la commemorazione della nascita, cioè dopo la mezzanotte del 24, e la seconda il 6 gennaio. Era bello scrivere la letterina a Gesù Bambino comunicandoGli i propri desideri. A parte l’innegabile materialismo della cosa, almeno il nesso comunicativo si sviluppava verso il protagonista dell’evento natalizio, senza intromissioni di quel nulla fenomenico rispondente al nome di babbo natale, vecchio nordico coi colori della Coca-Cola (pagliaccesca versione protestante di S. Nicola di Mira, poi di Bari). Poi i tempi sono cambiati e la colonizzazione yankee, detta american way of live, progressivamente ha dominato molti aspetti della vita nostrana e l’albero di Natale – del tutto estraneo alle tradizioni mediterranee – ha dominato la scena natalizia, con tutta la sua freddezza non riscaldata (anzi!) dal sistema di lucine alterne che spesso non funzionano bene. E fin qui niente di davvero spirituale. Nemmeno nei tradizionali canti natalizi: dal Tu scendi dalle stelle al teutonico e “pesante” Stille Nacht, ci si muoveva in un’atmosfera sentimental-sdolcinata, e nulla di più. Per mera carità cristiana si omettono giudizi sulle canzoncine e le musichette in voga nella Yankeelandia o, per i Latino-americani, gringolandia. Il Natale è qualcosa di diverso, definibile mysterium tremendum et fascinans, in quanto irruzione del Sacro nella sua massima dimensione. Qui è l’essenza del Natale. Il resto sono chiacchiere più o meno sentimentali e sdolcinate, che alla fine fanno più male che bene. Il Natale attesta il fatto storico dell’Incarnazione divina per la trasmutazione e salvezza dell’essere umano e del cosmo; attesta che Dio non è un’entità metafisica lontana, ma presente, ed apre all’essere umano il cammino per la divinizzazione personale (cosa mai ammessa dal Cristianesimo occidentale). I canti della Divina Liturgia ortodossa esprimono una ben altra dimensione dello spirito ed un radicamento teologico di tutt’altro livello rispetto ai “fratelli separati” d’Occidente spesso e volentieri presentatisi come eredi legittimi di Caino. Per esempio, il Tropario di Natale dice La tua Nascita, o Cristo nostro Dio, / ha fatto risplendere sul mondo la luce della conoscenza. / Con essa gli adoratori degli astri hanno imparato ad adorare Te per mezzo di una stella, / il Sole di Giustizia, / e a conoscerTi, oriente venuto dall&#8217;alto: o Signore, gloria a Te.  E il Condakio natalizio, Oggi la Vergine ha partorito Colui che è trascendente in essenza, / e la Terra offrì una caverna a Colui che è irraggiungibile. / Angeli e pastori Lo glorificano, i Magi con una stella sono in viaggio, / perché un Bambino è nato per la nostra Salvezza, / Lui che è il Verbo Eterno.  Poiché oggi sulla nascita di Gesù-Lógos prevale la festa anglosassone di Babbo Natale, è ovvio che ai piccoli ed ai loro genitori ormai decerebrati sfugga quale nascita si commemorava periodicamente. È Natale e basta, e tutti son contenti: atei ed agnostici se ne fregano e possono abbandonarsi ai piaceri della tavola in una festività in più che a volte consente di fruire di “ponti” di tutto rispetto; i credenti vanno alla liturgia sempre più inconsapevoli e tutto sommato respirano un po’ di aria meno inquinata (si spera). Per le ormai minoranze cristiane sia motivo di riflessione, magari non del tutto appagante, il fatto che nelle maggioranze nichiliste gli attivi nemici del Natale – che lo cancellerebbero volentieri sostenendone la nullità di contenuto – si impegnano vigorosamente in tutti i modi per boicottarlo, facendo pensare che tale ricorrenza religiosa faccia su di loro lo stesso effetto dell’aglio sui vampiri. Eventi degni di entrare nel purtroppo inesistente Guinness delle Stronzate sono le decisioni di certe scuole italiche contro le manifestazioni natalizie (a cominciare dai presepi) con la scusa (tra il buonismo obbligatorio di certa pseudosinistra – o meglio, della c.d. sinistra di oggi – e l’ipocrisia) di non turbare gli scolari musulmani, quando poi per l’Islām Gesù (ʿĪssā) è il maggior profeta prima di Muḥammad e secondo il Sacro Corano la Sua nascita sarebbe avvenuta per opera diretta di Dio sulla vergine Maria (e sul punto è consigliabile non fare gli spiritosi coi Musulmani, che reagirebbero in modo meno disinvolto ma ben più appropriato ed efficace di quanto facciano i Cristiani occidentali)[2]. Nell’articolo pubblicato a dicembre su “ereticamente.net”, dal titolo Natale ossia nascita, Roberto Pecchioli (n. 1954) ha terminato lo scritto sostenendo che siamo turbati dalla fine del Natale, dalla sua riduzione a intermezzo di consumo, luci artificiali e ostentati buoni sentimenti. Crediamo per quanto sia assurdo, perché senza la luce del totalmente Altro siamo solo animali parlanti, un po’ più intelligenti, un po’ più crudeli. (…) Possiamo esaltare tutta la scienza del mondo, ma l’unica risposta che placa la sete, che allontana il terrore, che riconcilia e talvolta arriva a farci chiamare fratelli, è Dio. Perciò quella nascita interroga ciascuno, e non permette che il 25 dicembre sia soltanto un giorno di grandi pranzi in cui si millanta felicità. No, l’uomo non è ciò che mangia, come pensava Feuerbach. E se davvero il bambino di Betlemme fosse il figlio di Dio, e questa vita un lacerto di eternità? Questa domanda ci avvicina all’essenza del 25 dicembre. Ma prima ci sarebbe qualcosa da dire circa l’usuale – e un po’ “piatto” – buon Natale, espressione su cui generalmente non si riflette. Augurare un Natale “buono” può avere una vasta gamma di significati che qui non mette conto analizzare, bastando solo dire che si tratta di bontà nel senso di stare bene in molti modi. Più inerente al benessere spirituale è l’equivalente serbo della nostra espressione augurale: srèćan bòžić, in cui srèćan indica felicità. E per il Cristiano il Natale non può che essere felice, per il semplice fatto di contenere (per il momento limitiamoci a questo verbo la più elevata e positiva delle “buone novelle”: il Lógos divino si è incarnato ed è fra di noi [3], in un’operazione coinvolgente l’intera Trinità. Note [1] Spesso gli articoli sono frutto di riflessioni provocate da esperienze personali, come nel caso del presente scritto, il cui autore – dopo due anni di precario auto-esonero dall’incombenza annuale del “cenone” natalizio – stavolta è fresco reduce da un’apposita cena famigliare. A mancare del tutto era un qualsiasi contenuto religioso-spirituale inerente al 25 dicembre (inteso come Natale e non come solstizio d’inverno). D’altro canto, la figlia è apparentemente agnostica, ateo il suo compagno, il loro figlioletto coerentemente non battezzato, atei entrambi i genitori del sopramenzionato compagno. Credenti, invece, colui che scrive e la moglie. Mancava un ulteriore ateo: il figlio che vive a Roma. Inutile cercare un nesso logico tra questa scombiccherata compagnia e il Natale al di là del riunirsi tra mura domestiche per mangiare l’immancabile porcellino arrosto con patate (leitão, la porchetta portoghese). Atmosfera come sempre formalmente allegra, ma sempre incombente il pericolo di qualche sproposito involontario o, peggio, volontario (in genere da parte del sottoscritto). Ovviamente, assenza del presepe; per forza, ormai il Natale – nel silenzio/assenso della Chiesa romano-cattolica e della galassia protestante – è la festa di Babbo Natale. Ovvio che troneggi, in tutto il suo “splendore”, il pagano-nordico albero di natale. Una prece per quei Cristiani che nel mondo ancora rischiano la pelle per voler celebrare religiosamente il Natale. E magari senza neppure una consolante fetta fredda di leitão). [2] Nei Balcani non islamici lo spiritoso venuto da Occidente può rimediare una classica coltellata ortodossa, punitiva e pedagogica nello stesso tempo. [3] In russo, al contrario, l’augurio è dello stesso tipo del nostro: Доброго Рождества. In greco è kαλά Χριστούγεννα, in cui il bene e/o la bontà e/o la bellezza di kαλά sono espressamente riferiti al fatto della nascità di Cristo, e non di un inesistente babbo natale calato dal gelo nordico.]]></description>
		
		
		
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