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	<title>mitologia &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Gianni Ferracuti: In vino veritas&#8230;: Dionisismo e fine della filosofia in Ortega y Gasset (2023)</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2023 10:11:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti: In vino veritas&#8230;: Dionisismo e fine della filosofia in Ortega y Gasset Prima edizione Disponibile su Amazon Negli ultimi quindici anni circa della sua attività, José Ortega y Gasset ha cercato una filosofia che non solo fosse nuova rispetto alle precedenti, come spera ogni filosofo di razza, ma fosse anche rivoluzionaria rispetto alla sua, quella che aveva pensato e comunicato a partire dalle Meditaciones del Quijote del 1914. La sua idea di base fu che, se la filosofia è pensiero esatto e razionale, indirizzato allo studio dell&#8216;essere, allora questa splendida attività intellettuale, durata 2.500 anni, si poteva considerare conclusa: sarebbe cominciata una «seconda navigazione» e un&#8217;«ultra-filosofia». In vino veritas il titolo che Ortega progettava per un capitolo non scritto del suo commento al Convito platonico, con un simpatico riferimento al «pensiero mitico» e al dionisismo &#8211; il quale, va precisato, non rappresenta un&#8217;alternativa alla filosofia, un atteggiamento a cui in qualche modo si dovrebbe tornare. Ortega non aveva alcun atteggiamento regressivo e la critica alla nozione di essere era per lui l&#8217;esigenza di procedere in avanti, non di recuperare interpretazioni pseudo-tradizionaliste. Nell&#8217;ottica saldamente storica di Ortega, la filosofia, pur con tutti i suoi difetti, è stata scoperta proprio perché si aveva l&#8217;esigenza di risolvere le questioni che il pensare mitico aveva lasciato irrisolte: era dunque un tentativo di colmarne un&#8217;insufficienza e il suo valore aggiunto rimane anche se successivamente, con migliori informazioni, si ritrova nel mito un modo del pensiero degno della massima attenzione e di ogni rispetto. Mito e filosofia sono entrambi fasi storiche di un cammino: applicando la ragione storica, si riconosce a ciascuna un luogo, un significato, un valore, ma nel fare questo idealmente ci si colloca fuori dalla prospettiva storica, come se la si guardasse a distanza, apprezzando quel che c&#8217;è da apprezzare, senza tuttavia identificarsi con alcuna fase. Nondimeno le culture mitiche suscitano oggi un interesse enorme. Di là dalla svalutazione del positivismo ingenuo dell&#8217;Ottocento, oggi si riconosce in esse un modo del pensare che, oltre a precedere la filosofia, i suoi metodi e i suoi presupposti, si acc osta al reale in forma pre-intellettuale, con estrema aderenza all&#8217;esperienza vitale e a ciò che essa mostra in modo immediato, vale a dire non mediato dalle teorie posteriori, dalle credenze, da giudizi e pre-giudizi. Il pensiero primigenio o pensiero mitico è la prima reazione intellettuale al vivere di cui abbiamo notizia e, decodificato dal suo esprimersi per immagini, si mostra coerente e ricco di intuizioni. Ortega lo considera appunto un pensiero, una meditazione, un processo di elaborazione di idee, benché questa elaborazione non segua i nostri metodi (per esempio, prescinde dalla logica). Ortega è saldamente installato nella ragione storica, che considera una forma nuova di ragione. Da qui può relativizzare ogni forma di pensiero del passato e soprattutto quella lunga fase che chiamiamo filosofia. Questa fase viene ritenuta esaurita, perché non è più accettabile la pretesa di raggiungere un sapere assoluto e razionale: la ragione non può aspirare a tanto, e l&#8217;essere, di cui va in cerca, non esiste, è solo un concetto vuoto. Per uscire fuori dal solco tracciato da Parmenide, Ortega ha sentito l&#8217;importanza di Eraclito e Dioniso: la concezione dinamica della realtà, la certezza che questo mondo dinamico, instabile, senza alcun retromondo che lo fondi, fosse però salvato dagli dèi, e il suggerimento che l&#8217;intera vita dell&#8217;universo sia espressione di un dio accessibile, appena fuori dagli schematismi che hanno imprigionato un io fittizio.]]></description>
		
		
		
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		<title>Studi Interculturali 23/2022</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2022 16:43:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Disponibile online in pdf gratuito il volume 23/2022 di Studi Interculturali, con il seguente contenuto: Massimo Piermarini: Le porte aperte della storia: Il “ritorno della storia” dopo la &#8220;fine della storia&#8221;: il conflitto in Ucraina come punto di svolta e le sue implicazioni culturali Pier Francesco Zarcone: Il problema indigeno nel Messico Gianni Ferracuti: Sancio Panza e il socialismo  Massimo Piermarini: Il sangue, l’agonia e la verità nel pensiero di Miguel de Unamuno   Silvia Gant: Ritmo y memoria. La reescritura de los mitos en la poesía femenina del siglo XX del Cono Sur hispanoamericano, con respecto a Delmira Agustini, Juana de Ibarbourou, Alfonsina Storni y Gabriela Mistral (parte primera)   Beatrice Cucchisi: Entre salvación y perdición: la mujer y el amor en las Rimas y Leyendas de Gustavo Adolfo Béquer Cecilia del Carmen Valenzuela: Unamuno. Alrededor del estilo Scarica il pdf gratuito]]></description>
		
		
		
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		<title>Studi Interculturali 23/2022</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 16:45:26 +0000</pubDate>
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		<title>Giorgio Colli: La sapienza folgorante</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2022 11:40:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti Giorgio Colli: La sapienza folgorante Giorgio Colli è stato uno dei più straordinariamente eretici e originali filosofi italiani, ben radicato nelle correnti di pensiero più all&#8217;avanguardia. La sua opera è aperta all&#8217;indagine sull&#8217;origine (arkhé) del reale e a una metafisica sapienziale che tende a superare i limiti del razionalismo e delle filosofie sistematiche dell&#8217;Ottocento. Tuttavia questo non implica l&#8217;abbandono di un pensiero rigoroso e la sostituzione del rigore intellettuale con affermazioni arbitrarie e personali. A sua volta, &#8220;La sapienza folgorante&#8221; è uno dei più originali studi sul pensiero di Colli, realizzato da un autore particolarmente attento al tema dell&#8217;arkhé e della sapienza. Gianni Ferracuti, docente di Letteratura spagnola all&#8217;Università di Trieste è uno studioso di Ortyega y Gasset e, oltre a pubblicazioni accademiche legate al suo insegnamento, ha dedicato studi ad autori controversi come Evola, Guénon, Junger. Il suo approccio a tali autori e alle loro tematiche si basa su una rigorosa critica del tradizionalismo ideologico e in una rivalutazione della tradizione come identità culturale vivente e in continua trasformazione nel tempo, grazie a una collettiva ricerca di senso e di valori. Pagina dell&#8217;autore]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Physis: L&#8217;origine e le differenze</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2021 09:53:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti: Physis: L’origine e le differenze Si tratta di un&#8217;indagine &#8220;sulla natura&#8221;, in ideale dialogo con la filosofia arcaica, le culture religiose, le tradizioni sapienziali, e il pensiero contemporaneo: Xavier Zubiri, José Ortega y Gasset, Giorgio Colli, Martin Heidegger, tra gli altri. Il libro è articolato in tre parti: &#8211; Dio e le religioni: sul problema filosofico della storia delle religioni in Zubiri &#8211; L’Arkhé e il suo divenire. Prima parte: La struttura dinamica della realtà &#8211; L’Arkhé e il suo divenire. Seconda parte: L’Arkhé ovvero la Physis Attraverso un realismo radicale, l&#8217;analisi del Tutto, la critica della nozione di essere e il superamento della frattura teoretica tra soggetto e oggetto, o tra immanenza e trascendenza, si perviene a una visione dinamica del reale e della sua Origine (Arkhé) metafisica. Il libro è nato senza alcuna premeditazione. Nel volume 3/2016 di Studi Interculturali avevo pubblicato un articolo su «Dio e le religioni», utilizzando alcune idee esposte da Xavier Zubiri in un corso sul problema filosofico della storia delle religioni, in particolare la nozione di religazione, ovvero il vincolo indissolubile dell’individuo con la realtà; era mio interesse svolgere alcune considerazioni sull’interculturalità, in particolare sottolineare che la religiosità umana, nel senso più ampio del termine, genera inevitabilmente una pluralità di religioni, ovvero una articolazione di culture religiose. Successivamente ho iniziato un secondo articolo di approfondimento del tema, ma il testo è risultato di lunghezza eccessiva per la rivista, così ho deciso di farne una pubblicazione indipendente, integrandolo con il primo articolo già pubblicato, opportunamente rivisto per l’occasione. Debbo precisare che il testo non è uno studio «su» Xavier Zubiri: anche se utilizzo diverse sue nozioni, Zubiri rappresenta per me un punto di partenza, peraltro non unico; certi suoi temi sono assunti fuori dal loro contesto e messi in relazione (se si vuole: contaminati) con altri, per cui mancano qui sia l’intenzione, sia il metodo adeguato, sia la completezza che dovrebbero caratterizzare una monografia rigorosa sul maestro spagnolo. Men che meno le mie considerazioni possono essere interpretate in senso critico: come ho detto, non osservo il pensiero di Zubiri dall’interno del suo sistema e non ne valuto la coerenza o l’originalità; soprattutto, come il lettore noterà, non mi occupo di filosofia se non indirettamente, per chiarire le nozioni zubiriane che utilizzo. In questa nuova edizione del 2021 è stato accentuato un certo distanziamento dalle fonti a vantaggio di un&#8217;elaborazione più originale dei temi trattati e si è data maggiore evidenza a un uso corrosivo della ragione, la quale, se non è in grado di costruire un sistema ideologico capace di spiegare l&#8217;intera realtà, tuttavia è utile per distruggere qualunque pretesa di racchiudere il mondo in una costruzione logica, mantenendo sgombra l&#8217;apertura personale al reale. Link alla pagina dell&#8217;autore]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: La leggenda della Santa Compaña</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2016 19:37:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il viandante che camminasse di notte lungo i sentieri della Galizia, potrebbe incorrere in una spiacevole avventura. Resa sensibile da un marcato odore di cera e da una leggera brezza, a volte annunciata dal suono di una piccola campana, vaga tra i boschi e vola per le valli uno strano corteo: la «Santa Compaña», processione di anime che reggono un cero acceso o delle ossa illuminate come torce. Dicono alcuni che sia la processione degli antenati che vengono ad annunciare una morte imminente, altri sostengono che essa porta una bara e mostra il corpo di un parente recentemente morto. In fondo, però, il nostro viandante notturno se la caverebbe solo con uno spavento se, nell&#8217;incontro con la «Santa Compaña» non fosse possibile un pericoloso risvolto. Infatti, questo strano corteo di anime in pena ha l&#8217;abitudine di farsi guidare da un vivo: il primo uomo che la incrocia nella sua uscita deve assumere questo incarico cui non può assolutamente rinunciare. Egli può solo, se gli riesce, trasmetterlo a un altro malcapitato incontrato per via, consegnandogli le insegne del suo ufficio: la croce e l&#8217;acqua benedetta. Deve però essere molto svelto, perché la trasmissione non ha luogo se il nuovo venuto si getta a terra bocconi o traccia attorno a sé un cerchio. In genere si dice che la persona che va coi defunti assume un aspetto pallido e indebolisce, anche se nessuno ha mai affermato che tale incombenza conduce alla morte. Ovvio, inoltre, che la nolente guida del corteo è tenuta al segreto, sia riguardo al suo ufficio, sia riguardo a ciò che può venire a sapere durante le sue uscite notturne. Questa, a grandi tratti, la storia che si racconta in Galizia, e non sono pochi quelli che potrebbero giurare di aver visto realmente la «Santa Compaña». In realtà, non abbiamo difficoltà a crederlo, anche se, considerando il materiale folclorico come l&#8217;ultima forma assunta dal mito, non siamo molto disposti a compiangere la persona che anda con los difuntos. Vorremmo, appunto, chiarirne il perché. Che questa leggenda sia antichissima è un dato su cui concordano tutti gli investigatori; parimenti certo è che l&#8217;interpretazione delle ombre notturne come anime in pena sia il risultato nella cristianizzazione della narrazione. Probabilmente non ci si equivoca affermando che tale tema era originariamente legato alla cultura celtica, anche se trovava analogie con tradizioni indoeuropee. Non è affatto fuori luogo il rapporto, da molti sottolineato, tra la Santa Compaña e la cavalcata notturna di Wotan e dei suoi inseguitori, anche tenendo presente che un altro nome con cui il corteo è designato, Estantigua (hostis antigua) restituisce ad esso un carattere guerriero che si era perduto. Non è dunque il movimento lento di una processione, ma la corsa di una truppa, la cui irruenza è facile immaginare considerando che col termine estantigua sono stati chiamati anche i diavoli. D&#8217;altronde, la narrazione tradizionale ci dice chiaramente che la Santa Compaña vola. Altri elementi sono importanti per interpretare la leggenda in chiave mitica. In sostanza: &#8211; il tempo in cui avviene la sortita: di notte; &#8211; la presenza di «fantasmi» e della luce; &#8211; la guida del vivo catturato; &#8211; le insegne che caratterizzano la funzione della guida. Il resto ci sembra materiale trascurabile, folcloristico, o comunque troppo corrotto per essere attendibile. Annunciano una morte? Portano una bara? Poco importa, anche perché non abbiamo bisogno di giustificare le uscite; la giustificazione c&#8217;è e logica: escono, queste anime, per catturare la guida, perché hanno bisogno della guida, cioè di un capo. Il senso della vicenda appare chiaro se facciamo un confronto con altri mondi popolari in cui compaiono come protagonisti dei non-morti. Due in particolare, entrambi appartenenti al patrimonio celtico, sono quelli che potremmo citare. Il primo è una leggenda svedese che ha per argomento la bianca città di Vineta, ricchissima e splendida, ma condannata, per le colpe dei suoi abitanti, ad essere sommersa dalle acque. Ogni cento anni la città esce dai flutti e i suoi abitanti, che non possono morire, hanno un&#8217;ora di tempo per cercare di vendere a qualcuno un oggetto di loro possesso. Se ciò non si verifica, come avviene da tempo immemorabile, la città sprodonda di nuovo. La seconda leggenda è un racconto brettone armoricano, la cui struttura ricorda molto da vicino il mito della città celtica di Ys, sommersa da una fontana a causa della distrazione della fanciulla che custodiva le acque. La città del nostro racconto era governata da un re mago e, nella versione che stiamo esaminando, sprofonda nella sabbia. Ogni anno, però, nella notte di pentecoste, si apre un accesso che conduce fino al palazzo del re, in cui è possibile penetrare nel breve lasso di tempo che intercorre tra il primo e l&#8217;ultimo tocco della mezzanotte. Un uomo tenta l&#8217;impresa lottando col tempo per impadronirsi del bastone magico del re, e corre verso il centro del palazzo, insensibile ai tesori sparsi nelle stanze, ma non al fascino di incantevoli fanciulle da cui si lascia sedurre, mentre il passaggio, inesorabilmente, si chiude alle sue spalle. In entrambi i racconti abbiamo degli esseri sopravviventi, o almeno viventi in forma diversa dall&#8217;umana, non soggetti alla morte. Per di più, almeno nel secondo caso, abbiamo una città che rapisce una persona viva. A ben guardare è lo stesso ordine di idee che ritroviamo nella Santa Compaña, anche se qui è maggiormente evidente che la città misteriosa altro non è che l&#8217;Altro Mondo, dal quale non si è rapiti, ma a cui si accede attraversando la morte, cioè superando le prove iniziatiche per compiere nello stesso tempo la rinascita interiore e un&#8217;opera di restaurazione. La limitazione dell&#8217;autorità, la caduta, che nel folclore diviene punizione divina per i peccati commessi, si manifesta come il bisogno di una reintegrazione, l&#8217;attesa dell&#8217;eroe restauratore che restituisca al mondo i fasti dell&#8217;età dell&#8217;oro. Anche nella storia galega non si è catturati, ma ci si pone a capo del corteo impugnandone le insegne: la croce e il recipiente che contiene acqua benedetta, sopravvivenza di un simbolo arcaico il cui lontano modello è da rintracciare nel vaso celtico, equivalente alla coppa del Graal. Nella Santa Compaña va dunque vista una schiera, all&#8217;origine quasi sicuramente costituita da guerrieri, in attesa del proprio Artù. È una schiera che non appartiene a questo mondo, anche se le sue gesta si compiono in esso, secondo il noto rapporto di relazione tra le diverse dimensioni del creato, tra questo mondo e l&#8217;altro, espresso in tutte le mitologie antiche e sviluppato soprattutto dai celti, che su questo tema esercitarono la loro inesauribile fantasia. Una fantasia sempre intesa come facoltà spirituale, non come evasione, come capacità di penetrare in ciò che è nascosto alla ragione, nel mondo dei simboli più fecondi per l&#8217;intuizione intellettuale. Si noti, a rafforzamento di questa interpretazione, che la schiera di anime vola, il che pone il fantastico corteo nel cielo e fa pensare ai rapporti che esso potrebbe avere con la via lattea, lungo la cui direzione si svolge il pellegrinaggio a Santiago de Compostela, città nei cui paraggi è situato il monte Pindo, l&#8217;olimpo celtico, e che costituisce la tappa fondamentale, ma non l&#8217;ultima, del pellegrinaggio: c&#8217;è un&#8217;appendice conclusiva da Santiago a Finisterre, ultimo promontorio nord-occidentale d&#8217;Europa, di fronte al quale si situava una delle tante città sommerse del folclore galego. Così tra i fantasmi e gli abitanti del castello del Graal a nostro avviso non c&#8217;è nessuna differenza; le loro periodiche sortite equivalgono alla comparsa e alla scomparsa dello stesso castello brettone, mentre la notte e le luci che essi reggono stanno ad indicare la contrapposizione tra l&#8217;oscuramento della tradizione e la sua conservazione, seppure in maniera precaria e languente: re Pelleor guarirà solo nel momento in cui Perceval porrà la domanda. E come Perceval, il viandante di Galizia ha non già il pericolo di essere rapito, ma la possibilità di porsi al comando della Santa Compaña per riportarla in vita e restaurare con essa l&#8217;ordine primordiale del paradiso terrestre o dell&#8217;età dell&#8217;oro. Disgraziatamente per i nostri fratelli fantasmi che ci aspettano, questo non sempre è possibile. Stupito dalle meraviglie che accadono attorno a lui, Perceval non pone la domanda; il viandante di Galizia, forse, si limita a fuggire, o si getta a terra spaventato d al terrore, e le insegne del potere gli passano sulla testa, ignorandolo. Forse perché dell&#8217;età dell&#8217;oro abbiamo tanta nostalgia sentimentale (e questo è giusto, bello e utile), ma poi a una bella carriera nell&#8217;altro mondo preferiamo la lotta in questo. Pagina dell&#8217;autore &#160;]]></description>
		
		
		
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