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	<title>tema del nostro tempo &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Profilo di Ortega y Gasset</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 17:03:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Profilo di Ortega y Gasset Gianni Ferracuti &#160; Filosofia e realtà Per comprendere adeguatamente l&#8217;opera di José Ortega y Gasset, occorre chiarire la prospettiva che guida il suo intervento nella cultura europea contemporanea. Ortega non volle essere un saggista brillante, né un osservatore di problemi politici, né un letterato o un divulgatore di temi filosofici, né un raffinato uomo di mondo. Fu anche tutto ciò ma all&#8217;interno di un impegno più ampio e profondamente sentito: l&#8217;impegno di essere prima di tutto e sopra tutto filosofo, solo filosofo, rigorosamente filosofo. In filosofia, il suo metodo fu l&#8217;osservazione, la contemplazione disinteressata di una realtà non manipolata, vista senza la lente deformante di un&#8217;ideologia preconfezionata, descritta così come onestamente ci pare che sia. Da questo incontro con la realtà intesa come qualcosa di concretamente esistente, in polemica con l&#8217;idealismo, nasce la sua dottrina. L&#8217;apertura verso il reale è intesa da Ortega come la caratteristica forse più importante di un nuovo modo di fare filosofia, addirittura di una nuova era del pensiero che, in riferimento a ciò che viene lasciato dietro, può essere definita post-moderna, o contemporanea. Scrive infatti L&#8217;atteggiamento intellettuale delle nuove generazioni si differenzia da quella che adottarono le precedenti &#8211; dal 1700 &#8211; per il rifiuto dell&#8217;imperialismo ideologico. Do questo nome alla propensione a porsi davanti ai fatti esigendone la previa sottomissione ad un principio.[1] Va però sottolineato energicamente che questa posizione di Ortega non implica la ricaduta nell&#8217;idolatria del fatto, caratteristica del positivismo ottocentesco. Il «fatto» non è soltanto la consistenza materiale di un oggetto, ovvero la mera relazione tra oggetti; «fatto» è il reale, l&#8217;incontro dell&#8217;uomo con il reale, i problemi che questo incontro pone. Per Ortega, la scienza sperimentale, con la sua esattezza, ha un campo legittimo di attuazione, dal quale però non può uscire fuori, pretendendo di monopolizzare la conoscenza: essa rappresenta una porzione limitata della mente e dell&#8217;organismo umano. Quando arriva al confine che la definisce deve arrestarsi, senza però pretendere che contemporaneamente si arresti anche l&#8217;uomo Con violenza il secolo scorso ha preteso di frenare la mente umana là dove termina l&#8217;esattezza. Questa violenza, questo volgere le spalle agli ultimi problemi, fu chiamato agnosticismo. Ecco ciò che ormai non è giustificato né plausibile. Non ci è consentito di rinunciare all&#8217;adozione di una posizione di fronte ai temi ultimi. Che lo vogliamo o no, in un modo o nell&#8217;altro, si incorporano a noi.[2] Quando ci poniamo di fronte alla realtà, un uomo concreto e un mondo concreto si incontrano: perché sia possibile a me, come persona, conoscere la realtà è necessario che io esista, che sia vivo. La «mia vita»è il presupposto della conoscenza. Cosa può risultare al termine di un&#8217;indagine su qualunque oggetto, non posso predeterminarlo; però all&#8217;inizio dell&#8217;indagine, risulta che io sono vivo, perché altrimenti non si dà problema. Detto in questo modo, può sembrare persino lapalissiano. In verità è bene che lo sia, a patto di indagare quali sono le conseguenze di questa posizione. Il fatto è che la vita, presupposta alla conoscenza, non è vita in astratto, ma in concreto, una realtà concreta, individuata: è la mia vita, la vita che ciascun uomo, riferendosi a se stesso, chiama mia:  «Ogni volta che dico &#8220;vita umana&#8221; bisogna evitare di pensare alla vita di un altro, e ciascuno deve fare riferimento alla sua vita».[3] Questa «mia vita» è chiamata da Ortega «realtà radicale» nel senso che è la radice, il punto di partenza della conoscenza, e non nel senso che è l&#8217;unica realtà esistente: ogni altra realtà proprio in quanto esiste, può essere conosciuta solo come contenuto della mia vita. Siamo agli antipodi di ogni forma di solipsismo: «Questa realtà radicale &#8211; la mia vita &#8211; è così poco egoista e affatto solipsista, che è per essenza l&#8217;area o scenario offerto e aperto perché ogni altra realtà si manifesti in essa».[4] In relazione alla conoscenza, i problemi nascono quando si tiene presente che questa mia vita è solamente una minuscola porzione dell&#8217;universo, è circoscritta spazialmente e storicamente, ed opera solo su un frammento della massa enorme dei dati che l&#8217;universo rappresenta per l&#8217;investigatore. La realtà supera abbondantemente ciò che posso toccare, abbracciare, osservare, studiare. Ne risulta che una teoria filosofica, prima ancora di essere vera o falsa, è prospettica, vale a dire è ciò che risulta a partire da quell&#8217;irripetibile punto di osservazione che è «la mia vita» Questa concezione di Ortega ha dato luogo a molti attacchi e accuse di relativismo, formulate nonostante certe prese di posizione del pensatore spagnolo estremamente critiche nei confronti di ogni visione relativista. Si può chiarire la particolare concezione di Ortega ricorrendo a due esempi, forse banali, ma appropriati. a) Se io (io inteso in senso concreto, come persona storica, fisica, e non come concetto) mi trovo di fronte ad un grattacielo con una facciata in marmo rosa, poniamo, la facciata esposta verso Nord, ho una conoscenza sicura del fatto che la facciata che vedo è in marmo rosa. Nulla però mi garantisce sul fatto che anche la facciata diametralmente opposta, sul lato Sud, sia in marmo rosa. In effetti, io non sto vedendo attualmente questa facciata Sud, e potrebbe darsi il caso che, per una bizzarria dell&#8217;architetto, questa sia rivestita di marmo bianco a quadri blu. Orbene, nella contemplazione dell&#8217;universo, io troverò sempre un certo numero, molto grande, incalcolabile, di facciate che non vedo, e sono forzatamente costretto ad elaborare teorie basandomi su un numero eccessivamente ristretto di facciate che sto vedendo. b) Poniamo ora che io domandi a quattro persone di descrivere un semaforo, e che ottenga come risposte, rispettivamente: 1) è alto due metri; 2) è dipinto di verde; 3) ha le luci che si accendono a turno, come obbedendo ad un codice; 4) blocca le automobili quando è accesa la luce rossa. Ciascuna di queste risposte è prospettica, nel senso che coglie con fedeltà un aspetto della realtà e nessuna è falsa. Questo non vuol dire perdere la distinzione tra verità e falsità ma considerare che un&#8217;osservazione può essere vera o falsa, pur restando sempre un&#8217;osservazione prospettica, cioè riportando ciò che risulta a partire da un determinato punto di vista. L&#8217;errore più grande sarebbe assolutizzare una verità parziale, ed escludere tutte le altre. Al contrario, la conoscenza globale del reale richiede che vengano articolate, come nel caso del semaforo, tutte le osservazioni vere, controllabili, risultanti da un determinato punto di vista. Questa coordinazione, che rimane sempre aperta a nuove prospettive, a nuove analisi intese a confermare o a correggere, è memoria e tradizione. Se io voglio sapere il colore del marmo della facciata Sud del grattacielo di poco fa, mi debbo alzare, debbo camminare e andare a guardare. Ciò che risulta si aggiunge a ciò che si sapeva. Questo processo avviene in un lasso di tempo, giacché non mi è possibile stare contemporaneamente a Nord e a Sud, e richiede che l&#8217;osservazione iniziale sia conservata, memorizzata, ma con apertura mentale, perché può capitare di tornare di fronte al nostro marmo rosa e scoprire che non era affatto rosa, ma bianco, e che ci era apparso rosa per via di un particolare effetto di luce. &#160; Verità e storia Per Ortega, le verità di per sé preesistono sempiternamente, senza alterazione né modificazione. Senza dubbio, la loro acquisizione da parte di un soggetto reale, sottoposto al tempo, procura loro un aspetto storico: nascono in una data e, a volte, si volatilizzano in un&#8217;altra. è chiaro che questa temporalità non grava propriamente su di esse, ma sulla loro presenza nella mente umana. Ciò che realmente si verifica nel tempo è l&#8217;atto psichico con cui le pensiamo, il quale atto è un evento reale, un mutamento effettivo nella serie degli istanti. Ciò che, in rigore, ha una storia, è il nostro conoscere o ignorare le verità. Precisamente questo è il fatto misterioso e inquietante, giacché avviene che con un pensiero nostro, realtà transitoria e fugace di un mondo fugacissimo, entriamo in possesso di qualcosa di permanente e sovratemporale. Dunque il pensiero è un mondo nel quale si toccano due mondi di consistenza antagonica.[5] Occorre sottolineare bene che i mutamenti delle opinioni non sono un processo a seguito del quale la verità di ieri si converte in errore. Si attua invece un mutamento nella prospettiva dell&#8217;uomo, a seguito del quale ciò che era un errore anche ieri (ma non ce ne eravamo accorti) viene riconosciuto come tale: Non sono dunque le verità ma è l&#8217;uomo a cambiare, e poiché cambia, va percorrendo la serie delle verità, va selezionando da questo orbe trasmondano quelle che gli sono affini, cecandosi per le altre. Si noti che questo è l&#8217;apriori fondamentale della storia.[6] L&#8217;uomo coglie quella parte di verità che, di volta in volta riesce a percepire, con uno studio progressivo, svolto nella gradualità imposta dal tempo, influenzato dalle circostanze storiche, dal sistema di credenze vigenti. Pezzo dopo pezzo, si mette insieme il mosaico della verità per momenti successivi, e mentre alcune tessere vengono inserite, capita che altre si stacchino e vadano perdute. La possibilità dell&#8217;errore &#8211; che viene così ad escludere ogni ideologia di tipo progressista &#8211; deriva proprio dal carattere parziale, frammentario dei dati che possiamo abbracciare, di fronte alla completezza dell&#8217;universo. L&#8217;errore si commette nella storia, e nella storia viene smascherato, in un processo continuo di approssimazione e allontanamento, nel quale idee, progetti, istituzioni saggiano la loro capacità di essere adeguati sostegni alle esigenze della vita umana oppure di essersi trasformati in gabbie che imbrigliano ogni novità in schemi di vita già vissuti, assurdamente imposti agli altri. La continua responsabilità che all&#8217;uomo viene assegnata, in riferimento alle sue scelte, esclude ogni possibilità di rifiutare a priori il passato o la novità, richiedendo invece che entrambi concorrano a trasformare in positivo il presente. Questo implica, certamente un progresso, ma nega la pretesa ottocentesca, secondo cui l&#8217;uomo progredisce necessariamente: Il presupposto minimo della storia è che il soggetto di cui parla possa essere compreso. Orbene, non si può comprendere se non ciò che possiede una qualche dimensione di verità. Un errore assoluto non ci sembrerebbe neanche tale, perché non lo comprenderemmo. Il presupposto profondo della storia è dunque l&#8217;esatto contrario di un radicale relativismo. Quando essa va a studiare l&#8217;uomo primitivo, suppone che la sua cultura possedeva senso e verità e se l&#8217;aveva, continua ad averli. Quali, se a prima vista ci sembra così assurdo ciò che quelle creature fanno e pensano? La storia è precisamente la seconda vista, che riesce a trovare le ragioni dell&#8217;apparente irrazionalità.[7] La storia è per l&#8217;uomo ciò che la natura è per le cose; l&#8217;uomo è fatto di storia: La sua umanità quella che in lui comincia a svilupparsi, parte da un&#8217;altra che già si era sviluppata ed era arrivata al suo culmine insomma, l&#8217;individuo aggiunge alla sua umanità un modo di essere uomo già forgiato, che egli non deve inventare, dovendo semplicemente installarsi in esso, partire da esso per il suo sviluppo. (&#8230;) L&#8217;uomo non è un primo uomo e un eterno Adamo, ma è formalmente un uomo secondo, terzo, ecc.[8] In sostanza, l&#8217;uomo è costitutivamente un erede; non è un tradizionalista, ma è la tradizione vivente: Il passato, per essere propriamente tale, deve esserlo in un presente, deve trovarsi conservato in un presente. Altrimenti non sarebbe nemmeno passato, ma semplicemente nulla, pura inesistenza. L&#8217;uomo è appunto colui che conserva presente questo passato. L&#8217;uomo è un animale che ha dentro tutta la storia. Non esiste definizione dell&#8217;uomo meno darwiniana.[9] Naturalmente, proprio per «essere storia» l&#8217;uomo non è prigioniero delle forme del passato, delle quali anzi è stato artefice. Esso è storia fatta da altri uomini, e che venga conservato non implica che si cessi di fare storia, di farla anche aprendo dimensioni nuove. La tradizione, in questo senso, non si esaurisce nella conservazione della memoria storica, nella sopravvivenza di strutture e comportamenti ritenuti normativi e immutabili, ma è memoria e creatività; è a) il passato storico che influenza il presente; b) il momento presente in cui agisco concretamente; c) il futuro che ho in vista al momento dell&#8217;atto presente, e che andrà a configurarsi...]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Difesa del nichilismo: uno sguardo interculturale sulla «ribellione delle masse»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[muezzin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Feb 2021 13:53:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti Difesa del nichilismo: uno sguardo interculturale sulla «ribellione delle masse» Il testo riprende il tema della &#8220;ribellione delle masse&#8221;, trattato da José Ortega y Gasset in un famoso saggio del 1930, intitolato appunto &#8220;La rebelión de las masas&#8221;, e mette a confronto l&#8217;uomo-massa descritto nell&#8217;opera con la condizione di nichilismo compiuto realizzata nel nostro tempo. L&#8217;analisi è, tuttavia, molto originale, perché da un lato la nozione di nichilismo viene assunta in senso attivo, non come fase conclusiva di un processo di decadenza, bensì come punto di partenza di un nuovo processo storico; dall&#8217;altro lato, le relazioni personali e sociali sono viste nella prospettiva dell&#8217;interculturalità. La relazione interculturale non è intesa come fusione di identità diverse che convergono verso una forma ibrida di cultura, ma al contrario, come rafforzamento di ciascuna identità in una condizione di dialogo e reciproca comprensione. Da questo punto di osservazione, ciò che Nietzsche interpretava come pura mancanza di valori sul piano sociale si rivela, positivamente, come assenza di valori comuni vigenti, in presenza però però di molteplici tradizioni culturali ben identificabili. Come in altre opere dell&#8217;autore, la nozione di tradizione perde ogni carattere ideologico e astratto, diventando invece essenziale la sua storicità, la continuità nel tempo di una elaborazione culturale comunitaria, cioè realizzata con il concorso di tutti i membri della comunità nazionale. Disponibile su Amazon Pagina dell&#8217;autore]]></description>
		
		
		
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