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	<title>tradizionalismo &#8211; Il Bolero di Ravel</title>
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		<title>Gianni Ferracuti: Evola, Jünger, e il realismo sociale (2015)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 12:06:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Evola, Jünger, e il realismo sociale Gianni Ferracuti &#160;  [«Evola, Jünger, e il realismo sociale» è un saggio pubblicato come «Jünger, il realismo sociale e la “terza navigazione” di Evola», in Luigi Iannone (ed.), Ernst Jünger, Solfanelli, Chieti 2015, pp. 108-26, poi in G. Ferracuti, L&#8217;invenzione del tradizionalismo», disponibile online] Nella prima fase della sua attività, verso la metà degli Anni Dieci e nel decennio successivo, Evola si trova in una posizione singolare e, in un certo senso, contraddittoria: da un lato è perfettamente integrato nell’avanguardia culturale europea (soprattutto mitteleuropea), come pittore, poeta e teorico dell’arte contemporanea; dall’altro lato, vive nel contesto culturale italiano, provinciale e arretrato, dominato dall’idealismo e da forme residuali della cultura cattolica ottocentesca. Negli Anni Venti, la filosofia idealista è ormai una scuola in disarmo, che nel resto dell’Europa viene rapidamente smantellata: le Idee di Husserl sono pubblicate nel 1913, le Meditazioni sul Chisciotte di Ortega y Gasset risalgono all’anno successivo, in Francia si sviluppa un pensiero personalista che, nella sua componente cattolica, è ben più corposo delle datate prospettive ancora in auge in Italia, spesso stantie ripetizioni del tomismo, o delle svolte reazionarie alla Gemelli.[1] Mentre Evola lavora alla Teoria e fenomenologia dell’individuo assoluto, Heidegger lavora a Essere e tempo (1927), e Ortega ha da alcuni anni pubblicato Il tema del nostro tempo (1923); la rivista Ur e la Revista de Occidente (1924), sono contemporanee per quanto attiene alle date di pubblicazione, ma appartengono a due epoche diverse, per quanto attiene al contenuto. L’elemento che induce Evola ad impantanarsi per qualche anno nel labirinto idealista è, a mio parere, un tema che apparteneva proprio all’avanguardia artistica, in parte della sua generazione, ma in maggior misura della generazione precedente la sua. Il variegato mondo dell’arte nuo-va, nato a partire dalla rivoluzione estetica avviata in Francia con Baudelaire, Gautier, Flaubert&#8230;, era fortemente ostile alla modernità borghese, al suo razionalismo, al positivismo, cui opponeva un marcato interesse per lo spiritualismo, per le tradizioni extraeuropee, per forme di conoscenza e realizzazione interiore alternative, in parte già recuperate dal romanticismo, con la mediazione degli interpreti idealisti.[2] Si tratta, con una certa frequenza, di un calderone in cui trovano spazio elementi di vario valore, a volte contraddittori: spiritismo, teosofia, scritti della Blavatskij, ma anche le prime traduzioni dei testi tradizionali delle religioni orientali, alcuni dei quali poi ritradotti da Evola in italiano. Vero è che questo vago spiritualismo era profondamente contaminato dalla filosofia idealista (Schelling, ad esempio); tuttavia, nella reinterpretazione dell’arte nuo-va subisce una rapida purificazione grazie a studi rigorosi che eliminano l’influenza della filosofia europea nello studio delle culture altre, e aprono la prospettiva dell’approccio interculturale.[3] Disgraziatamente, in Italia questa evoluzione in senso post-idealista e post-romantico non si diffonde e, a parte pochi intellettuali, abbastanza emarginati dal regime che si instaura nel 1922, la cultura italiana resta saldamente legata a una parodia del pensiero ottocentesco. In tale contesto, ciò che consente a Evola di sganciarsi dall’idealismo e iniziare una «seconda navigazione» è l’incontro con l’opera di René Guénon e con la sua nozione di tradizione.[4] Fino ad allora, per Evola, tradizione significava esclusivamente tradizione iniziatica, cioè la trasmissione diretta, all’interno di una scuola, di saperi e tecniche operative, fatta da maestro a discepolo &#8211; qualcosa che egli riteneva possibile estrapolare dal suo contesto originario e rendere compatibile con il contesto idealista. Con la definizione di un mondo della tradizione, attraverso Guénon, Evola riesce a mettere a fuoco tutto il suo sistema di pensiero e a prendere le distanze dall’idealismo; la tradizione diventa una chiave di lettura e permette di discriminare tutto ciò che, non essendo con essa compatibile, risulta moderno. Vero è che prendere le distanze dall’idealismo non significa automaticamente liberarsene: in fondo, tutta la seconda parte di Rivolta contro il mondo moderno non è che una fenomenologia nel senso idealista del termine. Inoltre rimane indeterminato (e resterà sempre vago) il rapporto tra il mondo dei valori metafisici, a cui la tradizione riconnette il mondo storico, e questa stessa realtà storica nella quale l’uomo è chiamato ad agire, restando relativamente libero rispetto a tali valori (che in effetti abbandona con l’avvento della modernità). Nella sua interpretazione molto libera di Guénon, Evola introduce, a mio parere, un elemento di grossa novità, che viene spesso lasciato in secondo piano o accantonato, come se fosse scontato e ovvio, ed è nientemeno che l’idea di modernità. Ho detto or ora che quasi tutti gli artisti decadenti o avanguardisti provavano avversione per la modernità borghese: questo aggettivo borghese è essenziale e ineliminabile. In Baudelaire e Gautier, padri nobili della rivoluzione artistica che si manifesta poi come decadentismo, moderni-smo, simbolismo, avanguardie&#8230;, la modernità non è una categoria metastorica, ma è semplicemente sinonimo di novità: il nuovo, che la società produce in maniera spontanea e inevitabile, è eterogeneo, disuguale, e solo attraverso una selezione può configurare una forma di vita. Ora, nel corso della prima parte dell’Ottocento, le novità si susseguono in maniera tumultuosa: le fabbriche, l’illuminazione delle vie cittadine, i mezzi di trasporto veloci, le invenzioni&#8230; sconvolgono ritmi e abitudini di vita vecchi di millenni: in questa fase emerge il borghese come nuovo tipo umano destinato a governare l’epoca che si annuncia, e l’ascesa della borghesia verrà identificata con l’avvento della modernità per antonomasia. Ma questo collegamento tra un ceto sociale e un’epoca storica era considerato da molti una semplice pretesa. Baudelaire, uno degli spiriti più lucidi del suo tempo, da un lato chiede ai borghesi di non restare chiusi alla formazione culturale; dall’altro invita gli artisti a una rappresentazione della vita moderna, per coglierne la peculiare bellezza e, attraverso un accurato lavoro interpretativo, coordinarla con la tradizione: vede con chiarezza che la forma di vita della modernità borghese è una fase all’interno del ciclo vitale di una cultura, e la sua opposizione alla tradizione è relativa, non assoluta. Ciò apre la prospettiva di un superamento della forma borghese di modernità, che è cosa ben diversa da un’opposizione preconcetta alla modernità, cioè al nuovo in quanto tale: il nuovo in quanto tale non può essere predeterminato, e non si può pre-giudicarlo. Le pretese della borghesia si fondano sull’accettazione di concezioni evoluzioniste, come l’idealismo o il progressismo, con il suo approdo positivista: è proprio la critica di queste grandi costruzioni ideologiche a rendere relativa la cultura borghese e ad aprire la possibilità di un’epoca post-borghese. Ed è ovvio che questa epoca, essendo nuova, avrà anch’essa un carattere di modernità, e dovrà prendere posizione rispetto al passato tradizionale.[5] Evola segue, invece, una via diversa e trasforma modernità e tradizione in due categorie metastoriche, il che rappresenta un problema. Non c’è alcuna difficoltà a pensare che la tradizione, intesa come trasmissione di saperi e pratiche, riconnetta l’umano a una sfera metafisica, a un divino rivelato, come si afferma in ogni religione; ma se l’origine è non umana, la trasmissione è un atto storico compiuto dall’uomo e, nel tempo, la società può decadere o degenerare. Questa decadenza produce &#8211; chiamiamolo così &#8211; il non-tradizionale, cioè una condizione di distacco dalla tradizione o di occultamento dell’orizzonte metafisico. Se questa condizione, puramente negativa, viene caratterizzata in positivo, cioè come una categoria metastorica, come qualcosa che avviene obbedendo a una legge (la dottrina degli yuga, dall’età dell’oro all’età ultima), il non-tradizionale non è più pensabile come un’assenza, una mancanza di tradizione, ma è in positivo una condizione che si realizza nella storia in virtù di un principio che non appartiene alla storia stessa. E questo è un problema teorico grave: l’essenza metastorica della modernità implica una sua dimensione metafisica. In ambito cristiano, la figura del diavolo rappresenta un principio operatore del male, dell’anti-tradizione, che, pur essendo esterno, per così dire, alla storia, è subordinato al divino e può operare solo nei limiti concessi dal divino stesso, in un quadro che garantisce sia la libertà umana sia un ordine provvidenziale del cammino storico. Ma fuori dall’ambito cristiano, il principio negativo, antitradizionale, cos’è? Tanto l’azione provvidenziale quanto quella diabolica hanno carattere personale (il diavolo è persona); invece Evola suppone che l’influenza metastorica nel cammino umano sia costituita da processi oggettivi: è chiaro che l’anti-tradizione (la modernità) ha comunque, per lui, un’indegnità morale ed è illegittima: il problema sta nello spiegare perché è illegittima. L’opposizione alla modernità borghese secondo la linea indicata da Baudelaire, non avendo dato alcun valore categoriale alla modernità, teorizza abbastanza agevolmente l’uscita da una fase storica della cultura europea attraverso un superamento: è ciò che negli Anni Settanta del Novecento, sulla scorta di Lyotard,[6] si indicherà con l’infelice termine di post-moderno, post-modernità, anche se l’operazione di critica della modernità borghese viene già realizzata compiutamente nei primi decenni del Novecento. Poco dopo la svolta del secolo, novecentismo, è il termine usato per indicare l’inizio di una fase nuova (Ortega y Gasset si definisce «per nulla moderno e molto XX secolo»), caratterizzata dal superamento delle contrapposizioni tipiche dell’Ottocento: tramonto del positivismo e del razionalismo, rivoluzione scientifica, abbandono dei grandi sistemi ideologici che pretendono di racchiudere l’universo in uno schema razionale, superamento della fase moderna della filosofia, consolidamento delle discipline e delle metodologie di studio delle culture extraeuropee, sviluppo di nuove tecniche economiche e nuove prospettive sociologiche, esigenza di superamento della frattura classista del corpo sociale, causata dalla borghesia, attraverso il riferimento a ideali di giustizia sociale, redistribuzione delle ricchezze, riorganizzazione delle unità produttive e della proprietà&#8230; Tutto questo non è compatibile con la singolare concezione de la modernità, una modernità unica, che attraverserebbe l’intera storia umana, e che comprenderebbe Socrate, il rinascimento, il barocco, l’illuminismo, Hegel, Marx e la psicanalisi, tutti unificati da un luciferino furore anti-tradizionalista! E basta chiedersi dove Evola abbia trovato la possibilità di costruire questo mostro, per avere immediatamente la risposta: l’ha presa dal pensiero cattolico. L’idea di una contrapposizione tra la modernità e la tradizione si sviluppa nel tradizionalismo cattolico dell’Ottocento e arriva al Novecento con figure come quella di Agostino Gemelli. Si può discutere se quest’idea funzioni all’interno di una visione cattolica; è invece certo che non funziona all’interno del sistema che Evola sta elaborando negli Anni Trenta. In questo decennio, però, il problema rimane ai margini, quasi inavvertito. Il tradizionalismo elaborato da Evola ha una forte componente politica (su questo punto in netto dissenso con Guénon), ed Evola è convinto che il regime fascista, pur con tutti i suoi difetti, possieda elementi che, previa rettifica e reindirizzamento lungo una direzione più seria, possano ricondurre la società a un ordinamento organico, in linea con i valori gerarchici, comunitari, antiborghesi del pensiero tradizionale (e in questa valutazione si trova in buona compagnia, visto che molti intellettuali europei, e non dei minori, la condividono). Pertanto, negli Anni Trenta, può legittimamente pensare che la partita con la modernità non sia affatto conclusa, ed anzi sia tutta da giocare. Ma nel dopoguerra, quando il regime è crollato e non vi è alcuna possibilità che rinasca dalle sue ceneri, quando è chiaro che nei processi storici agiscono altre forze, quando si profila un’organizzazione del mondo irriducibile a tutti i modelli precedenti, ecco che diventa esplosivo il problema di cosa fare della, con la e nella modernità. È questo il momento in cui Evola si ricorda di alcune tematiche anticipate molti anni prima da Ernst Jünger. E, accantonando di fatto la sua questione metafisica irrisolta, comincia a ragionare sul presente, inteso, sulla scorta di Nietzsche, come età del nichilismo compiuto. Il nichilismo compiuto è un dato di fatto; il problema è come attraversarlo, superarlo, o quantomeno costruire la propria vita dentro di esso: ogni altra questione diventa astratta rispetto alla problematica esistenziale.[7] In questo senso, si può dire che il problema di definire lo statuto metafisico de la modernità in Evola non si è risolto, ma si è dissolto: si è aperta la possibilità di una «terza navigazione». La riflessione che Evola compie nel secondo dopoguerra sembra, dunque, avere come primo movimento un ritorno all’indietro, come se si dovesse retrocedere a un bivio nel quale si era scelto un cammino, e per ciò stesso se ne erano esclusi altri. Questa impressione mi viene suggerita dal significativo ritorno in Cavalcare la tigre di un testo che...]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Oltre Evola, Oltre Guénon: metafisica e ontologia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 10:19:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oltre Evola, Oltre Guénon: metafisica e ontologia Gianni Ferracuti [«Oltre Evola, oltre Guénon» è un saggio pubblicato su I Quaderni di Avallon, 10/1986, pp. 89-104, poi in L&#8217;invenzione del tradizionalismo, disponibile online in edizione cartacea] Oltre Guénon Il punto di disaccordo tra Evola e Guénon si situa a un livello molto profondo e lo si può scoprire a partire dalla concezione evo­liana della magia. La concezione che Evola ha della magia intorno al 1930 (cioè dopo la lettura di Guénon) è diversa da quella che ne ha nel 1924. Però l&#8217;interpretazione tradizionale della magia svilup­pa germi presenti già nell&#8217;interpretazione idealistica, e li sviluppa in senso non guénoniano. Secondo Di Vona, il quale ricorda che l&#8217;intesa tra Evola e Gué­non non fu mai completa, «tutto il sapere iniziatico e magico che Evola poté adunare prima del suo incontro con Guénon, solo dall&#8217;i­dea guénoniana di tradizione ricevette ordine»[1]. Ciò è condivisibi­le, nel senso che ricevette una giusta collocazione gerarchica. Però, dalla magia collocata al suo giusto posto, Evola trae una concezio­ne dell&#8217;essere contrapposta a quella di Guénon, alla quale concezio­ne era pervenuto già nel periodo idealista, anche se rimaneva diffi­cile farla emergere dentro gli schemi e la terminologia di questa corrente filosofica. Le critiche severe di Guénon a L&#8217;uomo come potenza[2] sono indicative del livello su cui si colloca il contrasto. La frattura è sulla concezione della potenza. Nella Teoria dell&#8217;indi­viduo assoluto (stesura del 1924, per testimonianza di Evola) si parla già del Principio come potenza[3] in termini irriducibili alla metafisica di Guénon. Nel rapporto tra il Principio e il mondo Evola distingue la for­ma della spontaneità (in cui il possibile si identifica col reale, e ciò che accade è solo ciò che poteva accadere) dalla forma della volon­tà, in cui il possibile eccede il reale. In questo secondo caso, il pas­saggio dal possibile al reale implica una decisione libera, un mo­mento di dominio e di autarchia, un potere che domina, una pote­stas in cui risiede la ragione incondizionata dell&#8217;essere o del non essere dell&#8217;atto.[4] Nel caso della spontaneità, invece, la libertà ri­sulta essere uno sviluppo privo di impedimenti esterni, ma condi­zionato internamente da un&#8217;intrinseca necessità. È quest&#8217;ultima la concezione di Guénon. Secondo Di Vona, la spontaneità per Guénon è un carattere della libertà umana, che in ciò non ha nulla di particolare: «La libertà umana è solo un caso specifico della spontaneità che spetta in proporzioni diverse a tutti gli esseri come tali».[5] Il contrasto tra Evola e Guénon è quello tra una concezione statica dell&#8217;essere e una concezione dinamica, indi­cabile come non parmenidea. La concezione statica e immobilista causa la sorprendente cecità di Guénon per tutto ciò che «si muove», come ad esempio la grossolana inclusione della filosofia dei valori tra le «superstizioni moderne», il suo deliberato ignorare la filosofia tedesca del Novecento o quella spagnola, l&#8217;inconciliabi­lità del suo pensiero con le correnti personaliste, ecc. Per Guénon, ciò che è mutamento e instabilità ha sempre una connotazione ne­gativa, e per lui non ne sono possibili altre: «Per gli orientali, il progresso occidentale non è che mutamento e instabilità, ed è il se­gno di una inferiorità manifesta».[6] Questa entità che finisce col diventare astratta &#8211; gli orientali &#8211; ha deciso così. Per Guénon non ha importanza che certi altri orientali abbiano una concezione diversa del divenire, né che in Occidente certe vedute culminanti in Talete, Ferecide o Eraclito fossero molto più antiche del fatidico VIII sec. a. C. Platone le rintraccia in Omero, e soprattutto le rintraccia nel linguaggio stesso, riportandole così a un&#8217;antichità abissale, e sot­traendole ai confini di quella filosofia di cui Guénon non ha alcuna stima. Evola era già collocato ben oltre la concezione astratta e del tut­to verbale della non-dualità, che per Guénon è il fondamento ulti­mo della tradizione. Il non-dualismo di Guénon conserva tutti i di­fetti del monismo vedantino e, pensato fino in fondo, comporta l&#8217;af­fermazione che il reale è illusorio. Al contrario, la concezione evo­liana del Principio non implica mai l&#8217;illusorietà del mondo, anche se poi va a imbrigliarsi in altri problemi legati alla dottrina delle due nature. Per Guénon il Principio è inesprimibile in sé. Scrive Di Vona: «Riteniamo preminente la dottrina dell&#8217;inesprimibile nel pensiero di Guénon, e fondamentalmente islamica. A ben vedere, essa forma il fondamento stesso della sua idea di tradizione».[7] Inoltre, il Prin­cipio viene caratterizzato come uno. Infine, tutta l&#8217;esistenza, tutto il reale è unità: «Presa in tutta la sua universalità, l&#8217;esistenza è unica e comprende la realizzazione effettiva di tutte le possibilità e di tut­te le molteplicità della manifestazione. L&#8217;esistenza trae la sua unità dall&#8217;essere che abbraccia tutti gli stati di manifestazione e di non manifestazione».[8] Se l&#8217;interpretazione di Di Vona è giusta (e io credo che lo sia) siamo in pieno clima parmenideo. Si può obiettare che Guénon concepisce un al di là dall&#8217;essere, inteso come stato incondizionato o possibilità universale, totale, in­finita e assoluta; ma si tratta di un «al di là» del tutto illusorio. L&#8217;unità del reale si riferisce sia a ciò che è manifestato, sia a ciò che non è manifestato. Infatti il passaggio del non manifestato dalla possibilità all&#8217;atto è un&#8217;illusione relativa al punto di vista umano, interno alla manifestazione. Dal punto di vista del Principio, esso non esiste; tutto è simultaneo, il non manifestato è tanto in atto quanto il manifestato; per il Principio, la possibilità assoluta è tutta in atto, e dunque l&#8217;attualità del divino e la sua possibilità coincido­no, non nel senso che la potenza è preminente sull&#8217;atto, ma nel sen­so che tutto è ridotto ad attualità che esclude il divenire (dal «punto di vista» del Principio). Dunque, l&#8217;al di là dell&#8217;essere è, per il Prin­cipio, attualità, e si può parlare di aldilà e di non manifestazione solo dal punto di vista illusorio dell&#8217;uomo. Checché ne dica Gué­non, questa è filosofia, posta nel solco di Parmenide con tutti i suoi problemi, ed è filo­sofia che non sta in piedi. Le conferme si hanno nell&#8217;accettazione guénoniana dell&#8217;unicità dell&#8217;atto di essere; nel significato puramente analogico e simbolico di essere ed esistenza (intesa quest&#8217;ultima etimologicamente come dipendere e non come emergere); nella concezione dell&#8217;intelletto divino come luo-go dei possibili, che sono attuali in Dio. Per Gué­non non può esistere niente di virtuale nel Principio, ma solo la permanente attualità di ogni cosa in un «eterno presente», ed è que­sta attualità che costituisce l&#8217;unico fondamento reale di ogni esi­stenza. Il fondamento del reale è l&#8217;attività della mente divina: attivi­tà in senso improprio, visto che il pensiero di Dio è la presenza contemporanea di tutti i pensieri possibili. Anche il termine pensie­ro è improprio, ma insostituibile. L&#8217;unico senso in cui si può parla­re di trascendenza è che il mondo è il pensato e Dio il pensante. Dio pensante (ma non si abbia in vista il pensiero razionale, discor­sivo) è il nucleo di ogni essere (essere = pensato da Dio). In questo senso il trascendente è anche immanente, pur non esaurendosi nel­l&#8217;immanenza. È il Sé (Soi), assolutamente impersonale: l&#8217;essere umano, gli esseri particolari, sono contingenti modificazioni che non hanno alcuna influenza sul Principio. Il Sé non è mai individuato, né può esserlo, perché deve essere sempre considerato sotto l&#8217;aspetto dell&#8217;immutabilità e dell&#8217;eternità. È Dio in quanto pensante, necessariamente presente in me, in quan­to pensato, ma presente come altro da me; immutabile lui, e immu­tabile alla fine anche io, perché il passaggio dalla possibilità all&#8217;atto è relativo. Fuori dalla manifestazione non può esserci successione, ma solo simultaneità: anche il virtuale è realizzato nell&#8217;eterno pre­sente. Sotto il particolare punto di vista dell&#8217;eternità, la vita non si svolge, ma tutto è, ed è intelligibilità, intellezione. Ora, il punto di vista dell&#8217;eternità è vero, mentre quello umano è illusorio: si può vedere qui uno sviluppo in senso razionalista e idealista. La persona umana ne risulta negata: «L&#8217;unicità della persona in tutte le sue manifestazioni e nell&#8217;im­manifestato, e l&#8217;unicità dell&#8217;intelletto trascendente e non umano che collega tutti gli stati dell&#8217;essere, comportano la negazione della singola persona umana e della pluralità delle persone divine ed umane».[9] Alla base di tutta la sua visione, e come una garanzia di autenti­cità, Guénon pone il fatto dell&#8217;iniziazione e la conseguente tra­sformazione in essa della persona, che acquista la capacità di nuove evi­denze. Tuttavia, ammessa la realtà dell&#8217;iniziazione, resta la possibi­lità di discutere l&#8217;elaborazione teorica che essa subisce. L&#8217;esperien­za del sacro precede necessariamente la concettualizzazione del sa­cro, ma non garantisce che questa concettualizzazione sia ineccepi­bile. D&#8217;altro canto, tradizionalmente, l&#8217;iniziazione presenta almeno due interpretazioni (ve ne sono anche altre, ma sarebbero conside­rate poco ortodosse, in questo contesto, dagli scolastici guénoniani ed evoliani). Nel modo contemplativo alla Guénon, il punto che opera la trasformazione reale dell&#8217;uomo è l&#8217;intuizione intellettuale (buddhi), cioè qualcosa che non appartiene all&#8217;uomo, pur essendo dentro di lui come ingrediente costitutivo. Nell&#8217;altra interpretazione, invece, la forza che produce la tra­sformazione si innesta nell&#8217;uomo, ma questo innesto avviene a se­guito di un preciso comportamento umano, di una tecnica, persino di un modo che spesso viene simbolicamente descritto come vio­lento. L&#8217;iniziazione sarebbe, in questo caso, la conse-guenza di un&#8217;a­zione, che può anche non essere la contemplazione (che è, peraltro, un atto umano). Nel primo caso si ha una pre­minenza del momento intellettivo sull&#8217;azione e sul fatto: l&#8217;agente della trasfigurazione non può che essere di natura intellettiva e non personale; l&#8217;uomo può disporsi a riceverne l&#8217;opera trasfigurante, accedendo al massimo grado possibile di astensione dall&#8217;agire &#8211; la contemplazione, appunto, l&#8217;estensione dell&#8217;intelletto oltre ogni mi­sura. La metafisica che ne deriva è necessariamente intellettuale, e sfocia in idealismo per la necessità di tener fermo il principio di unità all&#8217;interno di una speculazione in cui la realtà metafisica vie­ne differenziata completamente da ogni modo umano di vivere. L’aspetto problematico consiste nel fatto che, a seguito dell&#8217;iniziazione, l&#8217;uomo supera la condi­zione umana, tuttavia non cessa di essere persona; però è proprio questo carattere personale che risulta incompatibile con la concezione dell&#8217;essere come intelligibile. La comprensione concettuale della persona (compito inevitabile in quanto la persona è una realtà di fatto) implica una concezione dell&#8217;essere che non sia intellettuale e astratta, oltre che incapace di esprimere adeguatamente la vita reale. In un sistema intellettuale che perda l’aggancio con la concretezza, vivere risulta un’illusione. L&#8217;iniziato non cessa mai di essere persona, non si confonde mai con Dio, in nessuna tradizione. Nella concezione magica di Evola, il ruolo assegnato all&#8217;uomo, che propizia l&#8217;innesto della forza trasfigurante, sfocia in una dottri­na di potenza, le cui conseguenze a volte fanno inorridire i contem­plativi: si finisce con l&#8217;accettare qualunque modo, purché sia effica­ce, per causare l&#8217;innesto. Si salva la realtà del mondo e della perso­na, ma si concepisce la realtà metafisica quasi nei termini di una forza meccanica. È il grosso pericolo del pensiero evoliano. Il limite maggiore della metafisica immobilista è che si tiene ferma l&#8217;idea dell&#8217;unità del reale, concettualizzandolo attraverso il principio d&#8217;identità, al quale viene riconosciuto un valore ontologi­co. Questo principio grossolano, affermabile solo sulla scorta di una concezione dell&#8217;essere che solo esso rende possibile (plateale petizione di principio) è responsabile della caratterizzazione della realtà metafisica come realtà immobile, nonché della sopravvaluta­zione dell&#8217;intelletto come unica facoltà che consenta la concettua­lizzazione del reale. Naturalmente, i concetti sono entità immobili, ma questo non basta per parlare di razionalismo. Il razionalismo si ha quando questa concezione, proprio per la sua immutabilità, viene considerata più reale della real­tà sperimentata e vissuta. È un pre­giudizio che, una volta diventato operante, vanifica ogni distinzio­ne tra la ragione umana (che produce ipotesi) e l&#8217;intelletto divino. L&#8217;intelletto divino è superiore a quello uma-no, e non possiamo averne una concezione adeguata; però, se lo caratterizziamo come ragione, la distinzione tra i due livelli tende a scomparire. Inoltre, per Guénon l&#8217;intelletto, inteso come organo della meta­fisica, è in realtà Dio che illumina l&#8217;uomo: non si tratta di una sem­plice facoltà umana, ma di un elemento trascendente e non umano. Come per Spinoza, l&#8217;intelletto umano concepito da Guénon, è «parte» dell&#8217;intelletto superiore e infinito che procede immediata­mente da Dio. Ma, come si diceva, l&#8217;intelletto divino è puro atto: dunque, se così stanno le cose, non riusciamo più a capire cosa sia l&#8217;igno­ranza e come essa sia possibile nell&#8217;uomo. La risposta,...]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Modernità di Evola (1987)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 09:54:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Modernità di Evola Gianni Ferracuti [«Modernità di Evola» è un saggio del 1987 disponibile anche in volume cartaceo nella raccolta «L’invenzione del tradizionalismo», dello stesso autore, disponibile online] &#160; Idealismo e tradizione nei primi scritti di Evola Nella presentazione della prima edizione di Fenomenologia del­l&#8217;Individuo Assoluto, scritta nel 1924 ma pubblicata sei anni dopo, quando aveva abbandonato l&#8217;idealismo filosofico, Evola afferma che la sua opera idealista «costituisce l&#8217;esposizione della nostra dottrina in termini puramente filosofici».[1] Pone così un&#8217;evidente differenza tra la «dottrina» e la sua «esposizione» secondo un particolare lin­guaggio, ovvero secondo le regole di una disciplina quale la filoso­fia. Precisa infatti: «Nei suoi elementi essenziali, ciò che esponiamo non è il sempli­ce prodotto della speculazione soggettiva di un filosofo moder­no, sì invece la trasposizione intellettuale di certe dottrine tradi­zionali, primordiali, non soggette, in un certo senso, al divenire».[2] Spiega anche in che senso sia da intendere quest&#8217;idea di un&#8217;espo­sizione in termini filosofici di una dottrina non filosofica: «Noi siamo partiti da una certa conoscenza di carattere non-filo­sofico, atta a render conto deduttivamente di quanto si cela in simboli e miti tradizionali, e da essa, con una adattazione, una ri­duzione e una negazione, abbiamo ricavato un &#8220;sistema&#8221; filosofi­co».[3] Questa posizione di Evola, a dispetto della sua apparente chiarez­za, lascia qualche perplessità relativa alla natura di ciò che Evola chiama conoscenza non filosofica o, nel Cammino del Cinabro, re­troscena «extra-filosofico».[4] È probabile che si alluda sia a esperien­ze personali di una certa intensità, sia a una particolare cultura i cui fondamenti (a torto o a ragione) vengono esonerati dalla necessità di una giustificazione razionale. Nel Cammino del Cinabro, ripercor­rendo negli anni Sessanta del Novecento le fasi della sua biografia intellettuale, Evola parla di una sua crisi profonda negli anni giovanili della for­mazione, risolta con il destarsi in lui di una forza capace di orientare positivamente tutta la sua vita. Però specifica anche che gli strumenti culturali, di cui disponeva all&#8217;epoca, erano molto precari e poco affi­dabili. Sembra di capire che si riferisca proprio alla conoscenza non filosofica cui si alludeva: «Subito dopo la guerra, la mia attenzione si era portata diretta­mente su dottrine sapienziali, specie orientali, a tutta prima fa­cendo da tramite, spesso, quel che di esse era stato fatto conosce­re da correnti spurie contemporanee, teosofistiche e “occultisti­che&#8221; [&#8230;]. Si trattava però di miscugli».[5] Aggiunge ancora: I miei primi scritti del periodo filosofico (anche saggi e confe­renze) risentirono dunque di una commistione tra la filosofia e le accennate dottrine, commistione che talvolta si presentò come una contaminazione non nei riguardi della prima, ma piuttosto delle seconde, le quali &#8211; come in seguito dovevo nettamente rico­noscere &#8211; subivano una forzata, estrinseca razionalizzazione.[6] È chiaro che, in tempi diversi, Evola ha dato due valutazioni dello stesso fatto, la congiunzione tra filosofia idealista e dottrine sapien­ziali: da giovane credeva di esporre in termini filosofici una dottrina che, in sé, non aveva nulla a che fare con la filosofia; posteriormente ha riconosciuto che questa dottrina non filosofica in realtà egli l&#8217;ave­va mal compresa, proprio perché, inconsapevolmente, l&#8217;aveva previa­mente interpretata con l&#8217;ottica deformante della filosofia idealista. Era giunto a conoscenza delle dottrine sapienziali attraverso la me­diazione, non neutrale, di correnti spurie, che avevano deformato il sapere tradizionale. Da qui il fallimento del tentativo filosofico e l&#8217;i­nizio di una lunga serie di revisioni e «superamenti»: dal 1929 Evola cercherà di purificare la sua interpretazione della cultura tradizionale, eliminando la razionalizzazione che essa aveva subito. Che il primo approccio di Evola alla cultura tradizionale avvenga a partire da una prospettiva idealista è del tutto evidente nei testi del­l&#8217;epoca. Nell&#8217;introduzione a L&#8217;uomo come potenza, del 1926, Evola sottolinea che il crescente interesse per l&#8217;Oriente e la sua cultura, da parte del pensiero occidentale, si deve alla natura stessa delle «forme a cui l&#8217;ultima cultura europea è stata portata autonomamente, secon­do una storica continuità».[7] Tale continuità ha una notevole impor­tanza in questa fase: si tratta di una nozione con sorprendenti tratti di progressismo, opposti alla concezione matura del nostro pensatore, che in seguito sarà più incline a pensare al percorso storico come a un processo di decadenza. In questa fase giovanile Evola non mostra segni di antiprogressismo, anzi ritiene positivo il cammino culturale dell&#8217;Occidente, in linea con il modo idealista di intendere la storia. Scrive, ad esempio, nei Saggi sull&#8217;idealismo magico, del 1925, che non bisogna ignorare che l&#8217;ultima filosofia europea (l&#8217;idealismo) «contiene una concezione del mondo comprensiva ed inevitabile, fio­re di una bimillenaria civiltà».[8] Evola ha dunque fatto propria in que­sti anni la concezione evolutiva del cammino storico, che rifiuterà in seguito, a partire dagli Anni Trenta, e la riprova sta nel fat-to che, quando inizierà la sua critica all&#8217;idealismo, proprio questa concezio­ne verrà attaccata: nel 1934 l&#8217;idealismo sarà accusato di aver costrui­to arbitrariamente un&#8217;interpretazione del passato storico a proprio uso e consumo, per sostenere l&#8217;inevitabilità dei suoi presupposti filosofi­ci. L&#8217;approccio evoliano in questi anni è dunque quello di chi, come molti altri idealisti, si sente portato a interessarsi della cultura orien­tale partendo da una serie di principi elaborati dall&#8217;idealismo stesso. Evola se ne scuserà parecchi anni dopo, in varie occasioni, ad esem­pio in una nuova redazione della sua traduzione del Tao-te-king di Lao-tze, in cui, riferendosi alla prima versione del 1923, scrive: «In quella edizione l&#8217;opera di Lao-tze era stata assunta isolata­mente, e al suo contenuto noi avevamo dato un inquadramento interpretativo seguendo una linea di pensiero risentente dell&#8217;idea­lismo trascendentale».[9] Che le categorie dell&#8217;idealismo non comportino necessariamente il fraintendimento della metafisica orientale è forse possibile. Però, nel caso di Evola, il problema vero è che non ci si curava affatto di evitare un simile fraintendimento, anzi si cercava deliberatamente una contaminazione o una commistione. Infatti, ne L&#8217;uomo come po­tenza, egli si pone la questione delle difficoltà cui va incontro il tra­duttore occidentale di testi orientali, per la diversa natura della lin­gua, della cultura, delle esperienze. Si rende conto, giustamente, che «tradurre un testo orientale non dovrebbe significare porre parole europee al posto, mettiamo, di parole sanscrite, bensì cercare, per una ricostruzione interiore, di rendersi conto della ragione pro­fonda di quel contenuto che nell&#8217;orientale poggiava non sull&#8217;e­spressione, bensì su un&#8217;interna appercezione».[10] Poi, però, mostra chiaramente l&#8217;equivoco di fondo che caratterizza tutta la sua opera in questi anni, perché esige che il traduttore occi­dentale si impegni a «rendere questo contenuto secondo la giustifica­zione propria alla mediazione razionale».[11] Chiede cioè che ci sia un&#8217;interpretazione su base razionale (idealista) di quei testi orientali che pure parlano di esperienze sapienziali, perché «è soltanto a questa condizione che la metafisica orientale può ingranare nella mentalità occidentale».[12] Insomma Evola si propone ciò che, nella sua fase matura, lo farà semplicemente rabbrividire: far «ingranare» la metafisica orientale (grazie alla favorevole ed inevitabile circostanza dell&#8217;idealismo) nella nostra metafisica, occidentalizzando le fonti orientali. Evo-la non rifiuta l&#8217;obiezione secondo cui ciò equivale a interpretare i testi in modo soggettivo e conformemente a un pensiero personale: questo è per lui inevitabile, giacché quel che conta è «determinare ciò che l&#8217;Oriente può essere per noi».[13] Chi ha letto le opere tradizionaliste di Evola, si renderà conto che i suoi scritti giovanili idealisti vanno in tutt&#8217;altra direzione, e non ha alcun senso considerarli come la controparte filosofica di una concezione tradizionale e sapienziale. Non si tratta affatto di esprimere le stesse dot­trine secondo due linguaggi, ma di teorie e metodologie diverse e contrastanti. Quando scrive la frase con cui si è aperto questo para­grafo, siamo nel 1930, nel momento in cui ha appena conqui­stato nuovi punti di vista, e deve giustificare la pubblicazione di un libro scritto nel 1924, in piena fase idealista. In questo momento, in cui verosimilmente il concetto di cultura tradizionale non è stato an­cora elaborato in tutti i suoi dettagli, il rapporto tra idealismo e tradi­zione gli appare esattamente invertito rispetto a come lo vedrà venti anni dopo, quando tra le due fasi speculative gli sembrerà più oppor­tuno mettere uno iato. &#160; L&#8217;idealismo assoluto Nondimeno, dalla fase idealista di Evola non si può prescindere, se non altro per la sua originalità nell&#8217;ambito dell&#8217;idealismo italiano. La sua teoria dell&#8217;idealismo assolu-to si presenta come un tentativo di mettere a nudo la reale natura dell&#8217;Io e dei suoi attributi: non solo ra­gione e conoscenza, ma anche volontà, potenza, libertà. Preliminarmente, nella Teoria dell&#8217;individuo assoluto, Evola defi­nisce i concetti di essere e valore. Valore è la «relazione assoluta fra il nudo principio dell&#8217;Io e quanto nell&#8217;Io è distinto da tale principio»,[14] cioè tra Io e non-Io. La nozione di non-Io equivale alle realtà concretamente esistenti nel mondo, a ciò che almeno inizial­mente ci si presenta come cosa, oggetto, altro dall&#8217;Io e dotato di una sua indipendenza: poiché un albero sembra inizialmente del tutto di­verso da me, e indipendente da me, questo albero è non-Io. Nell&#8217;idea­lismo assoluto si fa proprio il principio idealista fondamentale che ogni realtà è una rappresentazione dell&#8217;Io: a partire da Berkeley vale il principio che esse est percepi, cioè che intanto esiste l&#8217;albero in quanto lo percepisco, e fuori dalla mia percezione nulla posso dire: non so neppure se esiste l&#8217;albero; so solo che l&#8217;albero, in quanto per­cepito, esiste come posto dall&#8217;io e consiste in una percezione dell&#8217;io. Di fatto l&#8217;io è l&#8217;unica realtà di cui ho certezza, e se il valore è la rela­zione tra io e non-io, allora il valore dell&#8217;albero, del non-io, equivale alla sua riduzione all&#8217;io. La realtà apparente non esiste separatamente dall&#8217;io, ma è un significato, cioè è «il modo del semplice esistere di fatto di un oggetto o potenza per l&#8217;Io».[15] Il problema fondamentale di ogni pensiero idealista è sempre ricondurre all&#8217;io il mondo esteriore, apparentemente separato nella sua apparenza immediata: questa se­parazione è contestata attraverso una riflessione di carattere gnoseo­logico che, al di là dell&#8217;atteggiamento irriflessivo, scopre nell&#8217;altro una percezione, una posizione dell&#8217;io. Se soggetto e oggetto sono radicalmente separati, senza alcun punto di contatto, «non vi è più alcun modo di intendere come quella lor congiunzione, in ciò consiste il conoscere, sia possibile»,[16] scrive Evola in L&#8217;individuo e il divenire del mondo, facendo propria una cri­tica degli idealisti al realismo dualista: l&#8217;oggetto della conoscenza (l&#8217;albero quale io lo percepisco) non può essere nettamente e radical­mente separato dal soggetto che lo percepisce e lo conosce, ovvero se lo rappresenta; io posso parlare solo di questa rappresentazione: «Senza un assenso, senza un atto, non v&#8217;è oggetto per l&#8217;Io e nell&#8217;Io».[17] Il realismo non può contrapporsi alla teoria idealista della conoscen­za perché esso «è confutato dal suo stesso porsi come verità, poiché se è vero che l&#8217;idea è estrinseca al reale, il realismo, che in ogni caso non può essere che un&#8217;idea o sistema di idee, non può avere un carat­tere di verità».[18] Nessuna realtà è comprensibile senza il riferimento all&#8217;io. Tutta­via, per Evola, non è necessario pensare l&#8217;io soltanto in riferimento a un&#8217;altra realtà; l&#8217;io, che nella conoscenza è sempre alle prese con un altro, con un non-io, può essere anche considerato in se stesso, nella sua realtà assoluta: «È possibile staccare questo principio di autoriferimento dai par­ticolari contenuti delle esperienze per ripiegarlo in un certo modo su se stesso. Allora si ha Io uguale Io, cioè una nuda espe­rienza, un possesso, qualcosa di semplice ed ineffabile».[19] Qualunque oggetto è sempre riconducibile a un atto dell&#8217;io, che lo determina. Dunque, se la realtà è una determinazione dell&#8217;io, eviden­temente questa realtà stessa richiede un incondizionato che la deter­mini: «Il fatto stesso che si parla di un oggetto, anzi di più oggetti, e che da un oggetto si passa ad un altro, pone la trascendenza del­l&#8217;Io all&#8217;attualità».[20] L&#8217;io, dunque, non solo pone il non-io, determinandolo, ma è tra­scendente rispetto all&#8217;intera realtà che determina, è cioè quella nuda esperienza di se stesso, di Io uguale Io, che «media tutto e, essa, da nulla è mediata».[21] Questa realtà dell&#8217;io è il presupposto di qualunque esperienza. Evidentemente questo io di cui si parla non è un&#8217;entità separata da noi, si tratta anzi «del mio Io, di quella assoluta presenza che sono nella profondi­tà del mio essere individuale. Ora, che un tale Io sia qualcosa di immoltiplicabile, qualcosa che è “solo e senza un secondo&#8221;, è troppo evidente. Parlare...]]></description>
		
		
		
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		<title>Julius Evola: Intervista sull&#8217;avanguardia (1969-1971)</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Aug 2024 16:57:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La straordinaria intervista a Julius Evola, completa e prima del montaggio, effettuata in due tempi &#8211; fra il 1969 e il 1971 &#8211; da Dominique de Roux, pochi anni prima della scomparsa dello scrittore che fu il teorico principale del Tradizionalismo e il più importante esponente del movimento Dada in Italia. In lingua francese, con sottotitoli e indice degli argomenti in italiano. 0:00:00 &#8211; INTRO 0:01:01 &#8211; FUTURISMO E DADA 0:03:27 &#8211; DADA E SPIRITUALITÀ 0:07:17 &#8211; IL SURREALISMO 0:07:35 &#8211; REAZIONI DEL PUBBLICO A DADA 0:07:51 &#8211; IL CONTRIBUTO A DADA 0:14:27 &#8211; LE RAGIONI DEL RITIRO 0:15:14 &#8211; MARINETTI 0:15:36 &#8211; L’ESPERIENZA DADAISTA 0:20:04 &#8211; INTERESSE ODIERNO PER DADA 0:23:24 &#8211; FUTURISMO E POLITICA 0:29:03 &#8211; LE FASI DELLA PITTURA DI EVOLA 0:32:51 &#8211; ORIGINI E GIOVINEZZA DI EVOLA 0:34:06 &#8211; EVOLA E LE AVANGUARDIE 0:36:53 &#8211; L’ALLONTANAMENTO DALL’ARTE 0:38:38 &#8211; LE CONCEZIONI FILOSOFICHE 0:40:37 &#8211; SU NOVALIS 0:41:03 &#8211; DOTTRINE DEL RISVEGLIO 0:46:27 &#8211; DISTACCARSI DA SÉ 0:46:49 &#8211; RIVOLTA CONTRO LA MODERNITÀ 0:52:13 &#8211; RENÉ GUÉNON 0:59:41 &#8211; IL RE DEL MONDO 1:01:36 &#8211; NAZIONALISMO E FASCISMO 1:07:40 &#8211; RAZZA E RAZZISMO 1:11:52 &#8211; CAVALCARE LA TIGRE 1:17:30 &#8211; METAFISICA E SESSUALITÀ 1:24:42 &#8211; IL MATRIMONIO 1:25:31 &#8211; MAGIA E TANTRISMO 1:29:19 &#8211; L’ETÀ OSCURA 1:31:59 &#8211; ALDILÀ E VITA ETERNA 1:33:01 &#8211; TEISMO E METAFISICA 1:41:02 &#8211; FUTILITÀ DELLE DOMANDE 1:42:54 &#8211; SU EZRA POUND 1:47:27 &#8211; POUND, FASCISMO E RAZZISMO]]></description>
		
		
		
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		<title>Studi Interculturali 29 / 2024</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2024 10:02:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Studi Interculturali 29/2004 Scarica il pdf gratuito Raffaele Federici: Il mutamento dei valori tra composizione architettonica e funzione urbanistica: Alfredo Niceforo e la Parigi rinnovata Alfredo Niceforo: Parigi. Una città Rinnovata Gianni Ferracuti: “&#8230;e quindi uscimmo a riveder le stelle”: nuova visione del reale e nuovo lessico filosofico in Ortega e Zubiri Pier Francesco Zarcone: Mutazione e morte del Partito Comunista Italiano Pier Francesco Zarcone: 3 giugno del 2006: Jugoslavia ultimo atto NOTE Gianni Ferracuti: Socialismo e sovranismo &#8212;: F.T. Marinetti: gli aeropoemi del dissenso sansepolcrista &#8212;: Ramadan e stato laico Pier Francesco Zarcone: Dio veterotestamentario e Dio cristiano &#8212;: Il ricorrente problema etico dell&#8217;Antico Testamento &#8212;: Il problema storico dell’antico testamento &#8212;: Cosa sta succedendo nell’ortodossia ucraina &#8212;: L’Ucraina: “nazione” giovanissima, se è nazione Traduzione dell’intervista rilasciata da Vladimir Putin a Tucker Carlson]]></description>
		
		
		
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		<title>Andrea Scarabelli: Vita avventurosa di Julius Evola (2024)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2024 12:26:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non è facile definire Julius Evola: per qualcuno è un luciferino &#8220;cattivo maestro&#8221;, per qualcun altro una specie di messia. Dietro a questi luoghi comuni si nasconde una personalità complicata e controversa: dadaista e filosofo, antimoderno e orientalista, cultore di magia ed esoterismo, vicino al Regime mussoliniano ma giudicato &#8220;antifascista&#8221; dall&#8217;Ovra, teorico di un &#8220;razzismo spirituale&#8221; ostracizzato dai razzisti ufficiali… Nato da un decennio di ricerche tra archivi, epistolari, interviste e testimonianze inedite, questo libro racconta una vita non comune, tra grotte capresi e capitali in fiamme, la Roma degli anni Venti e dei Sessanta, la declinante Mitteleuropa e la roboante Parigi, redazioni di giornali e silenziosi chiostri invernali, locali notturni e passeggiate alpine, restituendo alla sua figura una complessità irriducibile a facili etichette politiche. (* Immagine di copertina tratta da: www.liberecomunita.org/filosofia/72-julius-evola-il-primo-no-global.html) &#160;]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: &#8230;di destra e di sinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jun 2023 13:13:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti &#8230;di destra e di sinistra Weimar Caffè 2023 Sono qui raccolti articoli e saggi pubblicati negli Anni Ottanta del passato secolo (ad eccezione di uno posteriore nella data di pubblicazione ma non nel contenuto). Il titolo del volume deriva da un’affermazione famosa di José Ortega y Gasset, nel «Prólogo para franceses» della Rebelión de las masas: «Né questo volume né io siamo politici», con aggiunta, qualche riga dopo: «Essere di destra, come essere di sinistra, è uno degli infiniti modi che l’uomo può scegliere per essere un imbecille». Notoriamente, queste parole non implicano alcuna svalutazione della politica e della partecipazione attiva alla vita sociale, bensì indicano un ordine di priorità; continua infatti Ortega: Quando qualcuno ci domanda che cosa siamo in politica, o, precedendoci con l’insolenza che fa parte del nostro tempo, ci ascrive a qualcuna, invece di rispondere dobbiamo domandare all’impertinente cosa pensa lui che siano l’uomo e la natura e la storia, cosa la società e l’individuo, la collettività, lo Stato, l’uso, il diritto&#8230; Viene affermato, dunque, con forza il principio che non si parte dalla politica: il politique d’abord, proclamato spesso negli Anni Trenta del Novecento, è quasi come un mettere il carro davanti ai buoi. La politica è chiamata ad agire secondo un progetto di governo della società &#8211; il che richiede un’idea di società e di persona e di vita umana e di natura&#8230; insomma una completa visione del mondo; nelle epoche di crisi è possibile che sul terreno politico confliggano visioni del mondo diverse, ma ciò non toglie che tale terreno rappresenti un punto di arrivo e non il momento di partenza. Ora, mentre una visione del mondo ha un carattere organico e sistematico, il programma politico di un partito è, come dice il nome stesso, parziale, di parte; inoltre, i punti essenziali di una visone generale della vita possono essere disposti in vari progetti politici con un diverso ordine di priorità, il che rende la fazione un ambito più ristretto rispetto alla visione. Da qui l’avvertenza di Ortega: inserire la dialettica tra destra e sinistra a un livello subordinato rispetto alle grandi questioni della società, dello stato, del diritto, ecc. &#8211; partendo dalle quali è possibile che la casella in cui vorrebbero inserirci fanatici, faziosi, schematici attivisti politici risulti eccessivamente angusta. La contestazione giovanile degli Anni Sessanta del secolo scorso era stata un’esplosione di sana vitalità che aveva travolto i vecchi schemi mentali. A volte ho l’impressione che l’intero XX secolo sia stato un ininterrotto conflitto tra le paranoie ideologiche ottocentesche e il vitalismo gioioso e antiborghese che il vecchio mondo deve reprimere ogni due o tre generazioni. Nei primi Anni Settanta facevo parte di una rete di circoli universitari intitolati a Ezra Pound (niente a che vedere con l’odierna Casa Pound), che avevano come slogan “né destra, né centro, né sinistra”; c’era una giovanile petulanza, ma ci si interessava alle idee economiche di Giacinto Auriti, che poi sarebbero state riprese (parzialmente) dal nucleo originario del Movimento 5 Stelle e oggi sono un tema di discussione frequente, insieme agli scritti economici di Ezra Pound. Successivamente, i 5 Stelle non seppero gestire il loro patrimonio elettorale: si presentarono in parlamento con una schiera di politici comprati su internet che, incapaci di fare alcunché, entrarono presto nel mercato politico in veste di prodotti in offerta promozionale. Ma questa è un’altra storia. Sul finire degli Anni Settanta, in modo più metodico e con ben più ampia visione culturale, la Nuova destra di Marco Tarchi lanciò lo slogan: “né destra, né sinistra” &#8211; successivamente modificato come: “e destra, e sinistra”. Gli intellettuali gravitanti intorno al progetto della nuova destra furono effettivamente capaci di creare un dibattito culturale ampio e spesso molto originale, trovando interlocutori qualificati a sinistra e riproponendo personaggi “di confine”, come Jünger o Schmitt. Contemporaneamente, altri gruppi reinterpretavano con nuove categorie le tematiche religiose o identitarie &#8211; come la cooperativa Il Cerchio di Rimini, animata da Adolfo Morganti (oggi Fondazione Comunità, presieduta da Franco Cardini) e la rivista I Quaderni di Avallon-, i temi letterari e artistici, come la rivista Parsifal di Pescara, diretta da quel bravo intellettuale prematuramente scomparso che è stato Vincenzo Centorame. La rottura dei vecchi schemi era in atto anche a sinistra, ad esempio con la bella ma breve stagione del Manifesto diretto da Valentino Parlato o con il lavoro di intellettuali e studiosi di varia estrazione, come Lidia Menapace o Pier Francesco Zarcone. Disgraziatamente, questo fermento culturale non si è tradotto in un conseguente rinnovamento dei movimenti e dei partiti politici. In occasione della recente morte di Silvio Berlusconi la stampa ha ricordato che fu lui a “sdoganare” la destra estrema inserendola in un progetto di governo del Paese; in realtà, la destra nata dal Movimento Sociale Italiano era da molto tempo radicata nel sistema democratico italiano e lo “sdoganamento” era un’ovvietà fattuale. Piuttosto, il difetto di Gianfranco Fini, allora segretario Alleanza Nazionale e uomo di non brillante ingegno politico, fu di ridursi a una sorta di appendice berlusconiana, facendo perdere identità alla sua formazione e sbiadendone i contorni fino a renderla indistinguibile da un vecchio partito liberale. Ancora peggio andarono le cose a sinistra. Qui il rinnovamento del Partito Comunista, che non era evitabile dopo la morte di Enrico Berlinguer, cominciò con interessanti spunti dottrinali e dichiarazioni congressuali, ma poi venne mal gestito da Achille Occhetto, segretario politicamente piuttosto ingenuo, che mise in piedi una caotica “macchina da guerra” con formazioni che non avevano nulla in comune salvo identificarsi nel nome di “progressisti”, non si rese conto dei profondi mutamenti avvenuti nella società e quindi evitò un’interlocuzione con Berlusconi, all’epoca potente imprenditore nella comunicazione, per di più di area socialista, e andò alla catastrofe elettorale. Poi, nell’oscuro periodo di sospensione del diritto, passato sotto il nome di “mani pulite”, gli ex-PCI si sentirono in dovere di assistere alla distruzione del Partito Socialista Italiano come se la cosa non li riguardasse (regalando a Berlusconi ampi settori dell’elettorato che a quel partito socialista faceva riferimento). Infine, passando per la meteora dalemiana di un imperscrutabile “Democratici di Sinistra”, gli ex-comunisti finirono vittime del diversamente abile Walter Veltroni, che ebbe la geniale idea di costruire un grande contenitore, il PD, non occupandosi di quali contenuti vi sarebbero entrati, sicché oggi quell’area politica nata da Gramsci non trova sconveniente difendere la compravendita di figli al supermercato della maternità detta surrogata o specializzarsi nella catalogazione scientifica di ogni forma di devianza sessuale. Il risultato è che in Italia non esiste più una sinistra, per la prima volta nella storia del Paese, ma dopo Fini si è riorganizzata, grazie all’abile politica di Giorgia Meloni, una destra ben inserita nelle istituzioni nazionali ed europee, di chiaro segno conservatore e nel solco di una tradizione politica che merita rispetto e dignità anche da parte di chi, come il sottoscritto, non si riconosce in essa e auspica che il vuoto a sinistra sia colmato quanto prima da un  nuovo partito socialista che sia seriamente tale. Il sostanziale fallimento ideologico della Seconda Repubblica, che mi sono preso la libertà di descrivere in modo eccessivamente rapido, non ha comunque interrotto l’opera di elaborazione delle idee e in tempi recenti è risultata molto interessante la proposta neo-marxiana di Diego Fusaro, sia con i suoi testi (per esempio il fondamentale Storia e coscienza del precariato, Bompiani 2018), sia con la diffusione in Italia del pensiero di Aleksandr Gel&#8217;evič Dugin, al  quale wikipedia italiana dedica una pagina contenente una tale quantità di idiozie difficilmente rintracciabile altrove. Gran bravo teorico, Fusaro si era scelto tempo fa uno slogan infelice: “valori di destra, idee di sinistra”. Ora, a parte la mostruosità semantica del “valori di destra”, questo slogan dà l’idea che si tratti di assemblare un pezzo preso da qua e uno preso da là in una sorta di Frankenstein ideologico (difetto forse presente anche negli altri slogan citati poco fa). Tra i saggi raccolti nel presente volume, il lettore troverà una recensione del libro di Zeev Sternhell Né destra, né sinistra, che effettivamente sembra costruire un’idea di sommatoria ideologica non del tutto organica, secondo la sua ricostruzione (ho inserito alcune note attuali al testo per evidenziare non tanto gli errori di Sternhell quanto i miei, nell’interpretazione del fascismo nella metà degli Anni Ottanta). In realtà il grande rinnovamento del socialismo verso la fine del XIX secolo, che in Italia vide all’opera Corradini, Corridoni, de Ambris, Marinetti, D’Annunzio&#8230;, non è una somma di diverse ideologie o di frammenti ideologici di varia provenienza, bensì un superamento radicale di tutte le ideologie ottocentesche: questo era il compito che le generazioni intellettuali di dine XIX secolo sentivano come urgente &#8211; e si tratta di un compito che investe la politica insieme alle arti, al pensiero, alla scienza. Nell’Ottocento, che per molti versi fu davvero un secolo stupido, il positivismo materialista impediva l’esistenza di una sinistra che fosse al tempo stesso rivoluzionaria e legata a valori religiosi; e la deformazione ideologica del tradizionalismo impediva che esistesse una visione tradizionale che fosse anche rivoluzionaria sul piano sociale, dovendo affrontare le urgenze sociali nate dalla rivoluzione industriale e dal capitalismo, che non esistevano nell’Europa cristiana del medioevo. Il rinnovamento contemporaneo, il superamento della modernità borghese, coincide con la demolizione critica di entrambe quelle ideologie parziali e astratte e l’elaborazione di un pensiero nuovo, non di una somma di pensieri, centrato sulle nozione di persona, vita umana, autodeterminazione del proprio destino, rete di autonomie sociali, difesa della società dallo stato che, per molti versi, è un male inevitabile. Un socialismo ripensato in chiave personalista e un’identità nazionale, o tradizionale, che rimetta in primo piano la questione sociale sono l’incompiuta missione politica del XX secolo: una grande impresa di rinnovamento tuttora in corso e più attuale che mai di fronte al mostruoso potere di controllo sociale derivante dalla rivoluzione digitale, come di fronte alla distruzione delle tradizioni culturali, delle identità collettive e personali &#8211; in una parola, di fronte all’alienazione di sovranità che hanno subito i singoli e le collettività. Questo progetto è in grado di coniugare i valori della nazione e quelli del socialismo non nel senso di una somma, bensì nel senso che individua nel socialismo un valore della nazione e nella nazione il soggetto che cerca nel socialismo la migliore realizzazione possibile della giustizia sociale. È stupefacente come sedicenti democratici abbiano potuto accettare, anche festevolmente, la rinuncia a ogni forma di sovranità: dovrebbe essere evidente che se una persona non è sovrana allora è eterodiretta; se una società non è sovrana allora è inserita in un contesto totalitario; se una nazione non è sovrana allora è una colonia o un protettorato: dovrebbe essere ovvio che ogni progresso della democrazia sul piano internazionale dovrebbe essere realizzato con il concorso delle nazioni, non contro di esse &#8211; perché quando si pratica una politica internazionale contro l’idea stessa di nazione allora vuol dire che alcune nazioni forti stanno praticando una politica imperialista mascherata da fumosi valori umanitari. È stupefacente che l’ultimo atto di sovranità dell’Italia sia stato compiuto da Bettino Craxi, che era segretario del Partito Socialista Italiano, a Sigonella. Così, osservando la strana situazione politica italiana di oggi, mentre il termine sovranità torna nell’uso mentre il termine socialismo non si vede all’orizzonte, sono andato a rileggere quegli articoli, scritti quasi quarant’anni fa, quando la destra e la sinistra ci sembravano spazi troppo angusti, e tuttavia non volevamo rinunciare all’uno né all’altro. Rileggendoli con l’umano interesse con cui le persone avanti negli anni cercano di verificare il positivo e il negativo del loro cammino, ho trovato molte cose che oggi non scriverei e molte altre che mi hanno sorpreso perché le collocavo molto più avanti nel tempo: ho fiducia che nel complesso contengano spunti ancora utili per chi cerca motivi di impegno in difesa della persona. DISPONIBILE SU AMAZON]]></description>
		
		
		
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		<title>Un&#8217;idea di Socialismo e di Nazione, di Gianni Ferracuti</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 16:06:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti Un&#8217;idea di Socialismo e di Nazione (2023) Questo volume nasce dal recupero e dalla riscrittura quasi completa di un vecchio articolo intitolato Identità personale, identità culturale ed equivoco tradizionalista, pubblicato nel 1999 ma scritto qualche tempo prima, durante la guerra civile jugoslava, e da altri testi risalenti alla stessa epoca. Durante quel conflitto le manipolazioni della propaganda avevano raggiunto livelli tali da riportare la memoria alla seconda guerra mondiale, con crimini giustificati da ideologie razziste e pulizia etnica, deformando con malafede il senso dell’identità nazionale e delle tradizioni storiche. A mio parere, questa deriva razzista e criminale poggiava su una deformazione precedente e pericolosa, vale a dire la trasformazione dell’idea di tradizione in un’ideologia: il tradizionalismo, inteso come costruzione teorica assolutizzata in modo acritico e autoritario. L’opposizione fra tradizione e tradizionalismo è uno dei temi principali qui affrontati. Anche oggi è in corso un conflitto di vaste proporzioni, che presenta aspetti di intolleranza verso culture altre, soprattutto là dove i sostenitori di un mondo  monopolare, a guida unica  occidentale, si presumono portatori e interpreti di una superiore idea di civiltà. Così mi è sembrato utile tornare a quel vecchio saggio e ampliarlo riproponendo temi forse inediti per i giovani che da molto tempo ormai vivono acriticamente immersi in un flusso di informazioni manipolante &#8211; false informazioni, in realtà, per costruire una narrazione che prescinde dalla ricerca critica del vero, ma coincide con gli interessi di poteri non sempre individuabili con chiarezza. All’epoca della prima stesura, esattamente come oggi, le questioni relative alle tradizioni culturali, intese come fattore identitario, erano state pressoché abbandonate dalla cultura di sinistra, nonostante la grande lezione di Pasolini, ed erano gravemente fraintese (appunto in chiave nazionalista e di separatezza tra le diverse identità nazionali) anche dalla cultura di destra, nonostante il grande lavoro intellettuale svolto da autori come Julius Evola, in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Il lavoro di difesa e revisione delle culture tradizionali fu, ed è, compito di una minoranza di giovani intellettuali, situati, peraltro, nel quadro di una generale revisione della geografia politica dell’epoca, dopo le fratture ideologiche degli Anni Settanta e una stagione di violenze di piazza che, nella loro irragionevolezza, avevano fatto solo l’interesse di quel potere che si voleva criticare. Fu un elemento favorevole anche il calo di tensione della guerra fredda, che di lì a poco si sarebbe esaurita, permettendo che venisse meno la necessità, per non dire la costrizione, di schierarsi con una parte o con l’altra, senza possibilità di incontri trasversali e, in definitiva, rimpicciolendosi in uno spazio ideologico troppo stretto per essere soddisfacente. Disgraziatamente, le nuove formazioni politiche, che hanno sostituito i vecchi partiti della prima repubblica, non si sono rivelate all’altezza delle necessità: in particolare le nuove sinistre, in realtà sedicenti tali, si sono precipitate, come i villani nel pranzo al buffet, sui piatti da portata approntati dalle nuove oligarchie finanziarie, osannando festevolmente un capitalismo internazionale più che mai aggressivo, moralmente apolide, ostile a ogni forma di interesse nazionale, a ogni questione sociale e, in generale, a ogni identità che fornisca sostegno e autonomia alla persona. Si preferisce piuttosto alimentare una fluidità informe e inondare lo spazio sociale di individui disorientati, deboli, ignoranti, facilmente manipolabili, che il capitalismo odierno sfrutta come masse umane usa e getta. L’identità a cui qui si fa riferimento è sia personale sia collettiva. Per indicare quest’ultima è oggi comune l&#8217;uso di termini come etnia, o etnico, che sono del tutto fuorvianti: il vescovo di Bologna e io apparteniamo alla stessa etnia, ma non alla stessa cultura, quindi è discutibile che abbiamo la stessa identità; non tutti coloro che sono etnicamente arabi sono anche musulmani, e non tutti i musulmani sono arabi. Che un italiano si converta all&#8217;islam non rappresenta una sorta di tradimento della tradizione dei padri. La separazione dell&#8217;identità tradizionale e culturale dal sottofondo etnico è una conquista e un superamento del pregiudizio per cui, essendo nati casualmente in un certo luogo geogra­fico, si avrebbe l’obbligo di identificarsi con il pensare collettivo di quel luogo. In modo singolare, chi si è spinto maggiormente in avanti verso questa separazione «laica» di cultura ed etnia è stato un autore solitamente considerato razzista da chi non lo ha letto con attenzione, cioè Julius Evola. Ne Gli uomini e le rovine Evola afferma: «L&#8217;idea, soltanto l&#8217;idea, deve essere per costoro la vera patria. Non l&#8217;essere di una stessa terra, di una stessa lingua o di uno stesso sangue, ma l&#8217;essere della stessa idea deve essere per loro ciò che unisce e che divide». Questo lo conduce a porre la questione, inedita e modernissima, della «scelta delle tradizioni», che «implica la rinuncia alla infatuazione nazionalistica». Un&#8217;interpretazione «laica» di Evola è mancata perché la cultura di sinistra si è trovata a disagio con le dottrine di un «fascista dichiarato» (in realtà, presunto tale), e la cultura di destra ha alimentato l&#8217;equivoco che realmente fosse tale, favorendone l’emarginazione. Se finalmente si facesse una rigorosa au­topsia del fascismo italiano, si potrebbe discutere questo punto, trovando non poche sorprese. Naturalmente, le scelte di singoli individui in dissenso con la cultura dominante non alterano, nel breve periodo, la vigenza sociale della cultura comune; perciò, se da un lato sono legittime, dall’altro lato non esonerano dal tener conto delle credenze collettive, altrettanto legittime e, inoltre, in grado di esercitare una maggiore pressione sociale. Né il singolo individuo può imporre il suo parere alla massa (secondo un reiterato errore progressista e illuminista), né la massa può solidificarsi al punto di non ammettere dissensi o innovazioni, critiche e contaminazioni intellettuali, secondo un inveterato errore tradizionalista o fondamentalista: né il progresso individualista, né la fine della storia, ma il progresso collettivo per selezione e accumulazione del nuovo e del vecchio è il ruolo della tradizione; la dinamica che articola conservazione e innovazione nella continuità è il processo storico che dà forma alle identità collettive e personali che vivono nella storia. [&#8230;] DISPONIBILE SU AMAZON]]></description>
		
		
		
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		<title>Georg Simmel: Il conflitto della civiltà moderna (1919) &#8211; pdf gratuito</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2022 13:21:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Georg Simmel IL CONFLITTO DELLA CIVILTÀ MODERNA (1919) Traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi della R. Università di Genova Weimar Caffè Modernità e Memorie 2022 www.ilbolerodiravel.org Weimar Caffè &#8211; Modernità e memorie è una navigazione alla ricerca delle sinistre perdute: quelle che sono state dimenticate, quelle che non sono più attuali, quelle eretiche, quelle che non vengono più riconosciute come sinistra da chi oggi con questa etichetta giustifica politiche di destra. Weimar Caffè &#8211; Modernità e memorie è l’opposto della cancellazione della memoria: è l’ampliamento dei ricordi, la discussione critica sul passato, la consapevolezza vigile contro la coscienza ebete del tempo attuale, che conosce solo il presente, la verità unica del dio televisivo e l’olocausto dell’intelligenza sull’altare dell’emergenza continua. [Immagine di copertina di Gyula Asztalos] Scarica il pdf gratuito Gianni Ferracuti su Amazon]]></description>
		
		
		
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		<title>Gianni Ferracuti: Compagno D&#8217;Annunzio, alalà!</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2022 19:36:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gianni Ferracuti: Compagno D&#8217;Annunzio, alalà! Compagno D&#8217;Annunzio, alalà! Italianità e socialismo nell’impresa Fiume: scritti di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris Agli inizi del Novecento in Italia si sviluppano movimenti di sinistra fortemente critici nei confronti del Partito Socialista, ritenuto inadeguato a difendere gli interessi dei lavoratori e troppo compromesso con la classe borghese. Ne fanno parte i nazionalisti, che sotto la guida di Corradini si collocano a sinistra; i futuristi, il cui partito è su posizioni anarchiche, laiche, anticlericali; gli irredentisti, per i quali l&#8217;ampliamento dei confini alle &#8220;terre irredente&#8221; deve accompagnarsi a una riforma completa della struttura economica del Paese e dei rapporti di classe; i sindacalisti rivoluzionari, che hanno ben chiaro il primato della società sullo Stato, del lavoro sulla proprietà, e vogliono usare il sindacato come strumento rivoluzionario. Poi, naturalmente, ci sono D&#8217;Annunzio e Mussolini. Il primo trasformerà questo amalgama di movimenti diversi in un progetto organico, che si incarna nell&#8217;impresa di fiume e nella Costituzione ideata insieme al sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris; il secondo, Mussolini, abbandona la battaglia del Poeta, si accorda con Giolitti per la resa di Fiume e, dopo l&#8217;inevitabile uscita di scena di D&#8217;Annunzio, si impadronisce di tutta l&#8217;immagine legata al fiumanesimo, si propone come erede del Poeta, ma ne tradisce tutti i valori di democrazia, libertà e rivoluzione sociale. Il libro documenta il dibattito di questa sinistra alternativa tra il 1910 e il 1920, pubblicando in appendice i seguenti testi completi: &#8211; Alceste de Ambris: La questione di Fiume &#8211; Gabriele D’Annunzio: Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato Libero di Fiume (Carta del Carnaro: in nota anche il testo primitivo predisposto da De Ambris) &#8211; Gabriele D’Annunzio: Disegno di un nuovo ordinamento dell’esercito liberatore &#8211; Alceste de Ambris: La Costituzione di Fiume, commento illustrativo. &#160; Disponibile su Amazon Gianni Ferracuti su Amazon]]></description>
		
		
		
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