In Juego y teoría del duende, conferenza letta per la prima volta a Buenos Aires nel 1933, García Lorca definisce una connessione, poi divenuta pressoché indissolubile, tra l’autentica arte del flamenco (canto, ballo, e toque, ovvero esecuzione musicale) e una condizione emozionale dell’artista che si realizza a seguito dell’ “irruzione del Duende”, cioè una forma, tutta da precisare, di invasamento o enthousiasmos che ha somiglianze con l’esperienza del dionisiaco. La critica si è chiesta fino a che punto questa esperienza interiore del Duende fosse effettivamente, al tempo di García Lorca, una nozione comune nell’ambiente del flamenco, o se invece non sia stato proprio lo stesso poeta a crearne il mito, magari sistematizzando e ampliando dei riferimenti occasionali a duendes presenti nella tradizione popolare andalusa.
In realtà, García Lorca compie un’operazione più complessa. Partendo da un’esperienza di tipo dionisiaco, attraverso cui si esprime l’arte flamenca, procede a un confronto con l’ispirazione caratteristica della poesia classica (o classicista), raffigurata nella Musa e quella caratteristica del romanticismo, raffigurata nell’Angelo: Angelo, Musa e Duende sono tre diverse esperienze del processo creativo e in ciascuna ha un ruolo determinante una dimensione della personalità: la razionalità (apollinea) nel caso della Musa, il trasporto emotivo, psicologico, nel caso dell’Angelo, e nel caso del Duende l’intera dimensione fisica della persona che, per essere carne, è anche al tempo stesso psiche e intelletto.
Distinto e contrapposto per molti versi al classicismo e al romanticismo, il carnale flamenco è il punto di partenza di una completa teoria estetica d’avanguardia. Più ancora, per le caratteristiche della sua concezione dell’arte, García Lorca deve affrontare l’analisi della persona umana descrivendone la fisicità, la carne vivente, come aperta verso l’esterno al mondo reale e verso l’interno a una interiorità personale che, nelle sue ultime propaggini, comunica con il divino e in tale contatto trova la sua autenticità e la sua origine. Di particolare interesse riguardo a questo tema è il confronto tra la visione lorchiana e la concezione tripartita della persona – vitalità, psiche e spirito – formulata da José Ortega y Gasset in un saggio degli Anni Venti, Vitalidad, alma, espíritu.
I tre piani dell’arte, della realtà (che comprende la persona come un frammento dell’esistente), del divino su cui tutto poggia, sono strettamente articolati e il loro punto di fusione è espresso nell’immagine dell’irruzione del Duende: non un’entità estranea che si impossessa dell’individuo, bensì la riscoperta, con un’esperienza vissuta, della propria autenticità e, di conseguenza, dell’originalità della propria arte.
Oltre al commento l’autore presenta una nuova traduzione annotata delle due conferenze di García Lorca dedicate al flamenco: quella  sul Duende e El cante jondo, primitivo canto andaluz, pronunciata in occasione del Concurso de cante jondo organizzato da Manuel de Falla, da Lorca e da altri scrittori d’avanguardia a Granada nel 1922, con cui inizia la rivalutazione del flamenco e viene rivendicata la sua piena dignità artistica.

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