Julius Evola: Lo spirituale nell’arte – retrospettiva al MART di Rovereto

Julius Evola: Lo spirituale nell’arte

Mostra al MART di Rovereto,
Da un’idea di Vittorio Sgarbi. A cura di Beatrice Avanzi e Giorgio Calcara
Da domenica 15 maggio 2022 a domenica 18 settembre 2022

Nella splendida cornice  del MART di Rovereto è allestita la retrospettiva dedicata a Julius Evola, con la presentazione di una settantina di dipinti risalenti agli anni della sua attività artistica d’inizio Novecento, nel complesso quadro delle avanguardie italiane; sono anche esposte alcune opere degli Anni Sessanta, quando Evola torna alla pittura realizzando repliche dei suoi quadri degli Anni Dieci e alcuni dipinti originali, in particolare tre ritratti femminili con ricco simbolismo alchemico.

Il contesto del MART, con la sua ricca collezione di arte d’avanguardia, permette di collocare le opere di Evola in un quadro culturale adeguato: ad esempio, al confronto con le testimonianze dell’astrattismo italiano risulta che il Maestro romano aveva anticipato tale corrente di una decina di anni, sviluppando una tecnica di composizione molto originale.

L’ampia raccolta di opere permette di vedere con chiarezza il passaggio dall’influenza futurista, legata alla frequentazione di Balla, al dadaismo, con il quale Evola sente una maggiore affinità culturale. Va detto, tuttavia, che il titolo della mostra – “Lo spirituale nell’arte” – non fa riferimento alla visione tradizionale, che Evola matura alla fine degli Anni Venti: nel suo periodo avanguardista, infatti, non c’è alcun rifiuto della modernità ed anzi, come ho mostrato nella mia monografia  Julius Evola, c’è nelle sue opere un’accettazione piena della cultura moderna, legata all’influenza della filosofia idealista; il riferimento allo spirituale è invece legato a Vasilij Kandinskij.

Solo alla fine degli Anni Venti Evola elabora un’originale concezione della tradizione (e accosto deliberatamente i termini originaletradizione), rielaborando alcune idee di René Guénon e aprendo una “fase tradizionalista”, che lo impegna per tutto il decennio successivo e che, nel Cammino  del cinabro, considera conclusa nel secondo dopoguerra (cfr. il mio L’invenzione del tradizionalismo: Julius Evola visto da sinistra).

Interessante è anche il confronto con le opere presentate, sempre al MART, in una mostra temporanea dedicata alla Nuova Oggettività. Negli Anni Sessanta, quando Scheiwiller prova a riaprire il discorso critico su Evola riportando l’attenzione sulla sua attività artistica, il Maestro romano è impegnato in una profonda rielaborazione del suo pensiero, dalla quale emerge in primo piano la problematica esistenziale.

In una condizione storica e sociale che considera pienamente nichilista, egli cerca di fornire elementi in grado di dare significato all’esistenza personale e, ove possibile, per realizzare un aggancio con la trascendenza. Si tratta di una fase in cui sente il bisogno di dare orientamenti, dialogando idealmente con singoli individui colti in circostanze diverse. Dà allora spazio a una riformulazione in senso anarchico del suo pensiero, anche ricorrendo ad alcune idee di Ernst Jünger, o fornisce indicazioni per l’elaborazione di un pensiero conservatore, ma radicalmente separato dal fascismo, che Evola condanna esplicitamente nel Fascismo dal punto di vista della destra. Peraltro, si tratta di un pensiero conservatore non privo di originalità, perché, se si decodifica bene l’introduzione a Gli uomini e le rovine, si vede che la prospettiva evoliana è pi rivoluzionaria che restauratrice o regressiva.

Anzi, c’è una notevole coerenza tra quest’opera e Cavalcare la tigre, dove si teorizza una forma di pensiero anarchico, coerenza data dal costante rigerimento comune, a volte esplicito e a volte sottinteso, al clima culturale e spirituale della Repubblica di Weimar.

In Cavalcare la tigre Evola propone la Nuova oggettività come modello di sguardo realistico e visione oggettiva del reale. Ma lo sguardo oggettivo, e direi anche impietoso, della Nuova oggettività penetrava oltre le maschere e le apparenze della realtà sociale, mettendone a nudo il vero volto, anche con il ricorso al grottesco, e rivelando sia un forte interesse per i problemi sociali, sia un fecondo dialogo tra posizioni ideologiche che poi sarebbero entrate in conflitto.

Io sono fermamente convinto che il richiamo alla Nuova oggettività avesse per Evola anche un senso politico, quasi a suggerire un’alternativa allo stantio neorealismo italiano del dopoguerra, da sostituire con qualcosa di più corposo, sia nella componente artistica sia in quella politica. Che questo rappresenti un tentativo di dialogo con la sinistra è fuor di dubbio, e non deve stupire. Il problema di Evola non è mai stato quello di aderire a un’ideologia.

Negli Anni Venti Evola è “nel” fascismo, come vi si trovano quasi tutti gli italiani – in un movimento che ha visto la confluenza di molteplici correnti, anche contrapposte tra loro, e che si sta trasformando da amalgama rivoluzionario in un regime che tradisce la rivoluzione. Poi, a  partire dalla sua visione della tradizione e della trascendenza, il problema di Evola, in materia politica, sarà sempre trovare nella situazione empirica data gli agganci per  ricollegare il presente storico alla dimensione trascendente.

Così il Nostro fu sempre, nella situazione in cui si trovava, un rettificatore, uno che assumeva il punto di partenza dato, per poi dirigersi altrove. Lo fa con il fascismo – si ricordi il giudizio: “Per noi l’antifascismo e nulla, ma il fascismo è troppo poco!”. Poi lo fa con la propaganda razziale, trasformando il razzismo biologico del regime in una sorta di teoria di modelli caratteriali slegati dal sangue; e lo fa nel dopoguerra, sia partendo dalla tabula rasa nichilista, sia partendo dalle forze che si oppongono al nuovo regime.

Sul piano individuale, la condizione nichilista dell’epoca consente che ciascuno possa scegliersi la propria tradizione (è una sua espressione: “scelta della tradizione”); sul piano sociale, passando dal battersi su posizioni perdute, ad un atteggiamento aggressivo e di dominio della civiltà della tecnica (L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger) o alla prospettiva di una rivoluzione conservatrice sul modello di Weimar – dove, bisogna riconoscere, l’accento cadeva sulla rivoluzione, non sull’altro termine.

Questo suo atteggiamento critico e la sua libertà di giudizio hanno fatto sì che fosse osteggiato durante il Ventennio ed emarginato dal regime venuto dopo: chissà che questa mostra non consenta di riaprire definitivamente il discorso e di rendere giustizia ad uno degli intellettuali più originali e profondi del Novecento.

Gianni Ferracuti

(immagine di apertura: Julius Evola, Five o’clock tea, 1917-1918)