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José Ortega y Gasset: Arte di questo mondo e dell’altro (1911)

José Ortega y Gasset
Arte di questo mondo e dell’altro
(1911)

Traduzione: Gianni Ferracuti

«Io non sapevo che dentro una cattedrale gotica abita sempre un turbine; il fatto è che, appena messo il piede all’interno, sono stato strappato dalla mia stessa pesantezza sulla terra -questa buona terra dove tutto è fermo e chiaro e si possono palpare le cose e si vede dove cominciano e dove finiscono. All’improvviso, da mille luoghi, da mille angoli scuri, dai confusi vetri dei finestroni, dai capitelli, dalle chiavi di volta lontane, dagli spigoli interminabili, mi piombarono addosso miriadi di esseri fantastici, come animali immaginari ed eccessivi, grifi, doccioni, cani mostruosi, uccelli triangolari; altri, figure inorganiche, ma che nelle loro accentuate contorsioni, nella loro figura zigzagante, verrebbero presi per animali incipienti. E tutto questo venne su di me rapidissimamente, come se, avendo saputo che io stavo per entrare in quell’istante di quel pomeriggio, ogni cosa si fosse messa ad aspettarmi nel suo cantuccio o nel suo angolo, l’occhio vigile, il collo allungato, i muscoli tesi, pronti per il salto nel vuoto. Posso dare un dettaglio in più, comune a quell’algarabia, a quel pandemonium mobilitato, a quell’irrealtà semovente e aggressiva; ogni cosa, infatti, arrivava fino a me in una corsa aerea ardita, ansante, perentoria, come per darmi notizia con frasi veloci, spezzate, affannose, di non so quale terribile avvenimento incommensurabile, unico, decisivo, appena accaduto lassù in alto. E immediatamente, con la stessa rapidità, quasi avesse compiuto la sua missione, spariva, forse ritornava al suo covile, al suo trespolo, al suo cantuccio ogni bestia inverosimile, ogni impossibile uccellaccio, ogni spigolosa linea vivente. Tutto svaniva come se avesse esaurito la sua vita in un atto unico.

Uomo senza immaginazione, a cui non piace trattare con creature di una condizione equivoca, instabile e vertiginosa, ebbi un movimento istintivo, tornai sui miei passi, chiusi la porta dietro di me e di nuovo mi ritrovai seduto fuori, guardando la terra, la dolce terra quieta e dorata dal sole, che resiste alle piante dei piedi, che non va e viene, che sta lì e non fa gesti né dice alcunché.»

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