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Gianni Ferracuti: In vino veritas…: Dionisismo e fine della filosofia in Ortega y Gasset (2023)

Gianni Ferracuti:
In vino veritas…: Dionisismo e fine della filosofia in Ortega y Gasset
Prima edizione
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Negli ultimi quindici anni circa della sua attività, José Ortega y Gasset ha cercato una filosofia che non solo fosse nuova rispetto alle precedenti, come spera ogni filosofo di razza, ma fosse anche rivoluzionaria rispetto alla sua, quella che aveva pensato e comunicato a partire dalle Meditaciones del Quijote del 1914. La sua idea di base fu che, se la filosofia è pensiero esatto e razionale, indirizzato allo studio dellessere, allora questa splendida attività intellettuale, durata 2.500 anni, si poteva considerare conclusa: sarebbe cominciata una «seconda navigazione» e un’«ultra-filosofia».

In vino veritas il titolo che Ortega progettava per un capitolo non scritto del suo commento al Convito platonico, con un simpatico riferimento al «pensiero mitico» e al dionisismo – il quale, va precisato, non rappresenta un’alternativa alla filosofia, un atteggiamento a cui in qualche modo si dovrebbe tornare. Ortega non aveva alcun atteggiamento regressivo e la critica alla nozione di essere era per lui l’esigenza di procedere in avanti, non di recuperare interpretazioni pseudo-tradizionaliste.

Nell’ottica saldamente storica di Ortega, la filosofia, pur con tutti i suoi difetti, è stata scoperta proprio perché si aveva l’esigenza di risolvere le questioni che il pensare mitico aveva lasciato irrisolte: era dunque un tentativo di colmarne un’insufficienza e il suo valore aggiunto rimane anche se successivamente, con migliori informazioni, si ritrova nel mito un modo del pensiero degno della massima attenzione e di ogni rispetto.

Mito e filosofia sono entrambi fasi storiche di un cammino: applicando la ragione storica, si riconosce a ciascuna un luogo, un significato, un valore, ma nel fare questo idealmente ci si colloca fuori dalla prospettiva storica, come se la si guardasse a distanza, apprezzando quel che c’è da apprezzare, senza tuttavia identificarsi con alcuna fase.

Nondimeno le culture mitiche suscitano oggi un interesse enorme. Di là dalla svalutazione del positivismo ingenuo dell’Ottocento, oggi si riconosce in esse un modo del pensare che, oltre a precedere la filosofia, i suoi metodi e i suoi presupposti, si acc osta al reale in forma pre-intellettuale, con estrema aderenza all’esperienza vitale e a ciò che essa mostra in modo immediato, vale a dire non mediato dalle teorie posteriori, dalle credenze, da giudizi e pre-giudizi.

Il pensiero primigenio o pensiero mitico è la prima reazione intellettuale al vivere di cui abbiamo notizia e, decodificato dal suo esprimersi per immagini, si mostra coerente e ricco di intuizioni. Ortega lo considera appunto un pensiero, una meditazione, un processo di elaborazione di idee, benché questa elaborazione non segua i nostri metodi (per esempio, prescinde dalla logica).

Ortega è saldamente installato nella ragione storica, che considera una forma nuova di ragione. Da qui può relativizzare ogni forma di pensiero del passato e soprattutto quella lunga fase che chiamiamo filosofia. Questa fase viene ritenuta esaurita, perché non è più accettabile la pretesa di raggiungere un sapere assoluto e razionale: la ragione non può aspirare a tanto, e l’essere, di cui va in cerca, non esiste, è solo un concetto vuoto.

Per uscire fuori dal solco tracciato da Parmenide, Ortega ha sentito l’importanza di Eraclito e Dioniso: la concezione dinamica della realtà, la certezza che questo mondo dinamico, instabile, senza alcun retromondo che lo fondi, fosse però salvato dagli dèi, e il suggerimento che l’intera vita dell’universo sia espressione di un dio accessibile, appena fuori dagli schematismi che hanno imprigionato un io fittizio.