Gianni Ferracuti
Lo Sciamano e il Pensatore
(Arkhé, 1)

«Se il divino, paradossalmente, si rivela attraverso il mondo, quest’ultimo può esser vi-sto secondo due diverse prospettive: a) ciò che le cose sono fisicamente; b) ciò che esse si-gnificano in quanto ierofanie. L’uomo arcaico si è occupato della seconda prospettiva. Se la divinità può manifestarsi attraverso il mondo sensibile, questo, allora, non può essere radicalmente altro dalla divinità. Come minimo è necessario che esso sia assoggettato al potere del divino. più specificamente, nella mentalità arcaica e mitica, il mondo «è», formal-mente, un potere del divino. Così l’uomo non si preoccupa di ciò che l’oggetto è secondo la prospettiva scientifico-razionale, non perché non abbia le capacità intellettuali per porsi tali problemi, ma perché sa già che cosa l’oggetto è in ultima analisi: è un potere del divino. Il significato dell’universo si racchiude nel fatto che esso, ontologicamente, è espressione di una realtà trascendente e illimitata, che però, in un certo senso, si autolimita nelle cose, per manifestarsi attraverso di esse, senza che la sua trascendenza venga meno. Ciò dà all’universo una struttura intima, che è cosmos, alla vita un significato interiore, che è rito, pur dentro l’ambito della concreta libertà umana.»

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Sommario:
Arkhé: lo Sciamano e il Pensatore
Il nuovo orizzone dell’ontologia contemporanea
La porta del dharma
Morgana o il giardino delle delizie
La metafisica dello sciamano

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