Studi Interculturali

Gianni Ferracuti: 1967

Gianni Ferracuti
1967

“L’ingresso di via Lombardia 254 si trova tra i numeri 57 e 59 di via San Daniele”

(Autentica segnalazione, Udine 2003)

# 1

Stamattina mi sono colto in un istante di lucidità. Non è un vero satori – quello l’ho avuto nell’83. Ho solo messo a fuoco uno scorcio dell’anima che frequento di rado. Mi sono visto nella mia Ford ka rossa, comprata a rate e perennemente in riserva, mentre scendo a folle sulle vecchie strade di Trieste: autoradio Majestic con lettore cd a basso costo, ma che suona da dio e non salta nemmeno su un campo minato – Up from the sky a tutto volume: good evening mr. Corusoe.

Persino i caseggiati mal tenuti di Trieste si trasformano al tramonto, ed è piacevole girare a caso per passare un’ora prima di cena. Trovare Hendrix in offerta speciale al supermercato dà qualche brivido, ma perché perdere l’occasione? Se ha trentacinque anni, si nota poco – e magari il passato è solo un’utopia se, passata una vita, ogni nota ti ricorda la successiva, e riesci a tenere il ritmo con la mano sul volante, sperando che non parta l’airbag.

Così squadro dal basso i palazzi storici, a destra e a sinistra, nella luce radente del tramonto; il suono ondeggia da un altoparlante all’altro, attraversandomi come due pensieri ugualmente chiari e distinti, benché contrapposti – quasi una stereofonia mentale, stando tra due specchi paralleli, e prolungandomi all’infinito in due opposte direzioni, che non s’incontreranno più.

Sono sempre io (primo pensiero), trentacinque anni dopo. Continuo a pensare che Noel Redding era capitato lì per caso, e persino Daniele avrebbe potuto sostituirlo; Clapton non ha mai suonato un blues con le budella, eccetto forse Crossroads dal vivo; continuo a giocare inconcludente e sempre uguale, dietro la maschera di idee nuove, piccoli bluff quotidiani e cravatte intonate alla camicia.

Non sono più io (secondo pensiero), sono depresso, deluso, inconcludente comunque, emigrato, con un paio di progetti da svendita, tanto per passare il tempo, disposto persino a giurare che B. B. King è dio e Clapton il suo profeta.

Proiezioni contrastanti, nevrotiche scissioni o semplici segnali di una verità poligona – o tempi diversi che ci si ostina a mettere in sincronia. E se a volte tutto sembra chiaro e coerente, è perché qualcosa si è nascosto: un occhio si acceca, e l’altro constata soddisfatto che tutto è in ordine.

Non si dovrebbe tornare, non si dovrebbe partire. Dopo, tutto sembra uguale: le case, il paesaggio, la gente – pretendiamo che tutto sia rimasto com’era e come il virus della nostalgia lo ripone nella mente con ricordi purificati.

Sui marciapiedi del viale alcuni ingenui corrono respirando ossido di carbonio. Vengono puntuali per il traffico dell’ora di punta, al mattino presto, perché ci si infetta in modo più salubre, o al rientro, per rilassarsi con lo scarico canceroso dei pendolari. Accendo il filtro che isola il mio abitacolo dall’inquinamento, mentre al semaforo gli ingenui mi passano di lato senza fare rumore. Se fosse una scena da film, li farei scorrere al rallentatore, ma dovrei cambiare la colonna sonora, sullo sfondo del cielo grigio.

Si muovono a tempo, come un balletto o una teoria di ombre dell’altro mondo, che vanno senza peso. Alla fermata dell’autobus nessuno li degna di uno sguardo: potrebbero non esistere, sono una trasposizione di pensieri che seguono il loro corso, sono una metafora.

Mi ricordano la volta che decidemmo di andare a correre dopocena, per sconvolgere gli orari: fissammo a mezzanotte, per darci il tempo di digerire, e andammo. Eravamo sette, otto, con tute scure e scarpe di gomma che attutivano il rumore; uscimmo verso la campagna percorrendo strade laterali. Siccome c’è giustizia al mondo, cominciò a piovere come mai era piovuto nelle dolci colline dell’Italia centrale, ma noi si proseguì imperterriti, per coerenza e spirito guerriero, e perché jeunesse oblige, saltellando in fila indiana incuranti e persino divertiti.

Rientrammo dal paese vecchio su strade deserte: tacevano anche i cani, spaventati dalla pioggia. In silenzio passavamo lungo il viottolo che costeggia dall’esterno le vecchie mura di cinta, e superammo un’auto parcheggiata alla buona. C’era dentro una coppia che si era appartata e che deve aver dubitato della nostra comune natura mortale. La pioggia battente copriva ogni altro rumore; le luci elettriche distanti attenuavano il buio quanto bastava per trasformarci in sagome scure, ritmate dalla cadenza lenta di chi sente il peso di una lunga corsa.

Sfilammo accanto all’auto senza guardarla, come una sfida all’oggettività dello spazio-tempo: accesero i fari per confermarsi di vivere ancora nel vecchio mondo reale: la luce radente ci prese alle spalle e ci proiettò in ombre fuori misura, come se lo spirito delle antiche mura volesse alleggerire il nostro peso.

Pochi istanti dopo rientravamo in paese, riassorbiti dalla notte e dalla pioggia, lasciando alle spalle, al suo destino, un enigma irrisolto e futile.

C’è chi corre per diporto, chi per lavoro vuota i cassonetti, chi vaga senza meta perdendo le sue ore, ed io al centro del mondo, come tra due casse dello stereo, cercando di suonare la mia parte a tempo. Mitch Mitchell era incapace di dare un colpo secco sul rullante: sfrigolava lezioso sulla batteria come un manierista psichedelico, inseguendo il Maestro come un fronzolo, invece di dargli un ritmo marcato a cui ancorarsi. Ho sempre preferito procurarmi tempo libero piuttosto che ricchezze, ma sull’uso della mia libertà non do alcuna garanzia. Ho speso i miei talenti, senza che ne tornasse dietro un centesimo. Il caso non è contemplato nel sacro testo: non c’è guadagno e non c’è più il capitale. Il reato non è previsto, e forse questo mi assolve. Non giudicando, posso chiedere di non essere giudicato. Mi si lasci trasmigrare nel tempo e nello spazio, tra gli ingenui di altre ere.

# 2

All’aspetto sembra una libreria, o qualcosa di simile – forse è un circolo culturale a cui voglio iscrivermi, o devo lasciare l’indirizzo per avere informazioni.

Poi la scena si trasforma mostrando un’altra stanza: un soggiorno disordinato, mucchi di giornali a terra e mobili mai visti. Su un tavolino basso e rotondo, ingombro di tazzine da caffè, sto cercando di scrivere il mio nome, ma è un’impresa complicata e spreco fogli su fogli. Una volta non scrive la penna, una volta sbaglio, una volta non vedo bene e mi servono gli occhiali… Provo una certa angoscia.

Infine riesco a scriverlo, con caratteri molto grandi, come le lettere dei bambini che hanno cominciato da poco a tenere la penna – mi viene in mente ora. Non ho usato carta bianca, ma un foglio di giornale dov’è stampata una foto: sulla parte chiara del colore, un celeste che potrebbe essere un cielo. Sicché il nome si legge a fatica.

Ricordo allora, durante il sogno, che avevo già fatto l’iscrizione a quel circolo e, nel caos del tavolino, ritrovo l’appunto che avevo lasciato. Però c’è scritto un indirizzo vecchio, dove non abito più, e non c’è spazio per la correzione.

Poco dopo, sognando ancora, siedo sulla balaustra del lungomare del mio paese, anche se ora di fronte a me si apre un altro mare: al posto della distesa di sabbia che si adagia per chilometri invitando a passeggiare, c’è una costa rocciosa come in Croazia e in lontananza si perdono sentieri che a tratti seguono la scogliera e a tratti entrano nella macchia per rinfrescarsi. Sicuramente conducono a radure improvvise, da attraversare con imbarazzo, per non disturbare una conversazione di ninfe.

Si discute, seduti sulla balaustra, di un originale percorso che un’automobile potrebbe fare entrando nell’acqua, e, osservando con attenzione, l’idea sembra fattibile. Infatti ecco un’auto che s’infila sotto il pelo della superficie e scivola via verso destra.

Passando da uno scoglio all’altro, entro in acqua anch’io. Mi aspettavo che fosse fredda, invece è molto piacevole: mi ritrovo immerso in una corrente veloce, che mi porta nella giusta direzione.

L’interpretazione non mi è chiarissima, ma ora, fuori contesto, mi colpisce il cambiamento della costa, perché sono certo che la balaustra è quella del mio paese, del mio mare e della mia infanzia. Da ragazzo ci ho passato ore e giorni seduto a parlare con gli amici – ogni mezzora qualcuno chiedeva “che facciamo?”, e non si faceva niente: si stava, si parlava, si era.

La spiaggia della mia infanzia è lunga e larga, talmente lunga da non vederne la fine. Corre per chilometri tra mare e ferrovia – poco più in là le colline, alte abbastanza da mostrarsi al bagnante, ma non tanto da apparire minacciose-, costeggia fantasiosi stabilimenti balneari, qualche villa antica, e alberghi che si riempiono e si svuotano come un respiro.

È così lunga che non s’incontrano ostacoli: ci sarà sempre un tratto dove si può stare soli, o in compagnia a guardare un fuoco finché non torna il giorno. Vi si intrecciano e si disfano amori che, a raccontarli, sembrano il riassunto di teleromanzi di quarta serie, ma a viverli sembrano un’epopea al cui ricordo la vita futura, matura e ben sistemata, appare scialba e banale.

È come una strada aperta di cui si conoscono solo i pochi metri vicini: li proiettiamo lontano, un po’ perché il futuro è ancora un’ipotesi, e un po’ perché il presente è troppo vivo, e altro non lascia vedere.

È banale adesso notare che tutto è sparito rapidamente: è un piccolo luogo comune stantio e un po’ menagramo, ma se vogliamo giocare ai ricordi e cercargli un senso, eccoci qua, trentacinque anni dopo, su un’altra costa – rocciosa, in effetti, ma con mille sentieri imprevedibili, e la macchia con le radure misteriose che scopri solo quando arrivi sul limite.

Siedo su uno scoglio, dall’altra parte dell’Adriatico, immaginando più o meno che, oltre l’azzurro che riflette il sole del tramonto sugli occhi, c’è ancora la spiaggia sabbiosa e qualcuno che festeggia l’attesa della luna con un fuoco, la birra e un paio di chitarre.

Il mio fuoco ora è la piccola brace di una sigaretta tumorifera, che ha un sussulto di vita mentre aspiro, cacciando cattivi pensieri. Il fumo fugge nell’aria come la nebbia che, nei pessimi film, evoca il passato, e accetto il gioco di tornare indietro.

Ma tutto è vago: il fuoco, le sdraio disposte in cerchio, la luna a pelo d’acqua (o magari era un’altra luna), e gli stessi amici di oggi di cui so vita e misfatti. In realtà non ricordo quasi niente.

Le passioni epocali sono evaporate. Il tempo di finire la sigaretta, e nella mente c’è solo la chitarra di Carlos che improvvisa sul giro di do. È una variante un po’ country di Blue moon, con l’assolo che inizia con un fraseggio semplice e straordinario – e lo sento, lo seguo, senza più far caso alla gazzarra delle cicale croate, disposte a darci dentro senza posa, finché non muore il giorno, e anche oltre.

# 3

E insomma, dalla costa sabbiosa siamo partiti in molti, chi navigando con l’automobile, chi a nuoto, sfruttando le correnti, curiosi di conoscere l’altra sponda – dove appunto c’erano gli scogli, i sentieri, le macchie con le radure, e le cicale. E non poteva essere altrimenti, anche se ognuno immaginava una diversa traversata.

Carlos – questo lo ricordo – si era messo in testa di raggiungere la Yugoslavia con una zattera battezzata Kon Tiki 2. Ci si richiamava all’impresa del Kon Tiki 1, di cui al momento, a memoria, non ricordo in cosa consistesse, ma più concretamente si sperava nel finanziamento di un locale alla moda, che appunto si chiamava Kon Tiki. Era uno stabilimento balneare che, all’epoca, sembrava d’avanguardia e alternativo: aveva un arredo pacchiano in stile Africa nera, ma, nonostante questo, si ascoltava musica dal vivo e la compagnia era decente. Il proprietario, nell’occasione epica, si rivelò al di sotto delle aspettative: invitò i novelli odissei a tentare l’impresa a bordo di un pattino.

Non se ne fece nulla, ma fu il gran tema dell’estate: chi affermava, con ricca documentazione tecnica, che si trattava di una stronzata; chi, con fine esperienza politica, assicurava che le motovedette di Tito avrebbero affondato il coso… La sconfessione definitiva venne dalla locale radio libera. Si era di notte sul molo a pescare anguille, in un posto dove le anguille non c’erano, ma in compenso il segnale della radio arrivava perfettamente, quando il transistor assicurò che il Kon Tiki 2 era nato da un colpo di sole. “È invidioso perché lui non sa suonare”, commentò Carlos, e anche questa era un’ipotesi.

# 4

Nel 1967 avremmo dato l’anima per uno stereo decente. Si cercava di amplificare in qualunque modo, e non c’era dubbio che i Rolling Stones sarebbero andati in paradiso (altrimenti era meglio seguirli all’inferno). Però si era unilaterali e si lasciava poco spazio a musiche diverse. Un vantaggio della maturità è che l’estremismo si smorza e ci si permette il tocco di classe: Keith Jarret che canta A wonderful song di Elton John…

Frequentava la nostra scuola un tanghero che, invece di limitarsi a vivere tranquillo del suo, voleva far bella figura con gli altri, quasi a volersi sentir dire: perdincibacco ammirate come costui sia diventato un bravo rockettaro. Così, da perfetto pirla di provincia, ci dilettò decantando i pregi e le finezze dell’ultimo disco di John Elton…

Insomma, si era suscettibili in fatto di musica e non si ammetteva l’abbandono provvisorio a ritmi diversi da quelli con cui si muove il sangue: non sapevamo che tutti i ritmi affondano le radici nella stessa madre della musica e del mondo. Stan Getz e Astrud Gilberto, The girl from Ipanema…, con un sax invidiato da dio e una voce che gira la chiave della mente e dà il via alla visione: when she walks she’s like a samba… (basso e chitarra, con delicatezza, creano il ritmo, e ti muovi come lei – lento balanceo di un incredibile culo di mulatta sulla spiaggia assolata. La sua pelle nera si staglia controluce e sembra la vibrazione di mamma terra primordiale che partorisce ogni vita – nel caso, dando il meglio di sé – e la scaraventa nel mondo dal suo utero metafisico, attuale ed eterno).

Certamente non è una madonna. O, se lo è, deve essere nera dalla testa ai piedi, come la Madonna di Loreto, benché liberata da quel ridicolo vestito di lustrini che la imprigiona affinché i fedeli non si turbino, espansa dai numerosi parti e monumentale come una matrona del woodoo. In una piega delle nostre trippe, siamo tutti woodoo children e dondoliamo i fianchi nel cuore stesso della fluenza.

E questo è l’unico luogo in cui si può trovare un dio, se un dio c’è.

# 5

Posso ammettere che col mare abbiamo un rapporto sbagliato. La gente normale parla di “terre emerse” e capisce che l’intera superfice terrestre è una piccola zattera provvidenziale in mezzo al grande oceano; noi invece viviamo convinti del contrario: per noi il mare è un piacevole spazio tra le terre che bagna e rende vivibili. Le collega, persino. È un mare medi-terraneo, che noi adriatici non abbiamo mai chiamato nostrum (i tirrenici sì). Ogni popolo gli ha dato un nome, ma lui non ha mai riconosciuto i confini altrui e ha continuato a bagnare, collegare, comunicare.

Mi dicevano di un posto a Cipro, dove campeggia un cartello multilingue che inquieta il turista, evocando negli strati più arcaici del suo animo l’emozione che gli antichi legavano ai passaggi pericolosi. Dice: Qui finisce l’Europa – come se minacciasse la fine del mondo o l’inizio di una terra altra, che un antico cartografo avrebbe classificato con eleganza: Hic sunt leones. La realtà è più prosaica: il cartello lo hanno piantato due operai per dire che di là comincia l’Asia – la storia degli uomini ha tracciato una linea politica abbastanza stupida, e l’ufficio turistico l’ha tradotta in un tabellone dove il macaco mette in posa la moglie e i figli per la diapositiva. Ma il mondo degli dèi funziona in modo diverso.

Quando la cipride Venere nacque sul mare, in quale sponda sarà approdata con la sua conchiglia galleggiante, l’europea o la turca? Tra i gas tossici delle automobili occidentali in coda per la vacanza rilassante o tra i vapori di una fumeria clandestina di islamico hashish? Non lo sappiamo, né la cipride si poneva questi problemi. Dice il macaco: i turchi occupano l’isola che ha visto nascere Venere – come se Venere fosse occidentale. Ma nei tempi felici in cui l’occidente non esisteva, questo nostro oceano mancato, questo buffo progetto di mare realizzato a metà, o rubato per gioco all’oceano da un gigante primordiale con un mestolo ciclopico, era l’abituale dimora della madre dell’universo. La si poteva incontrare nelle sponde del sud, o nelle isole, o sulle verticali coste del nord, in forma di bella signora cui non dispiace la compagnia del giovane marinaio o dell’aitante guerriero. Il colore della sua pelle era un po’ più scuro di come l’ha dipinto Botticelli, ma è anche vero che amava cambiare aspetto.

Perciò il nostro mondo è diverso, e noi, rispetto alla gente normale, siamo sempre un po’ disadattati.

# 6

Carlos non ha compiuto imprese da ricordare e non è stato un eroe di paese. Non ha fatto nulla che lo distinguesse. Si gestiva alla meno peggio i problemi che si era ritrovato come gadget fin dalla nascita.

Siamo la generazione che ha visto il ’68, ma non lo ha fatto: eravamo ancora piccoli. Cominciammo a vederlo in televisione, in bianco e nero, perché in provincia arrivò qualche anno dopo, grazie allo zelo dei fratelli maggiori.

In qualche modo ci ritenemmo interni a quel movimento, quasi per dichiararci a vicenda la nostra maturità, e non ci rendemmo conto che il fermento originario, che era effettivamente nostro, veniva declinato dai fratelli maggiori con un’inflessione strana, una deviazione, una ricaduta nelle logiche di conflitto di un mondo superato. Oggi penso che lo spirito del sessantotto ha ucciso quello del sessantasette – e non è una battuta, ma un’indicazione: seguire il dito per trovare la luna…

Noi, che eravamo piccoli, non eravamo ancora caduti nelle trappole della Rivoluzione Con Maiuscola, dello scontro frontale, del colpo che abbatte il sistema… Piccoli e ingenui, eravamo legati alla fase precedente, più viva, pacifica e creativa. La fase in cui era stato inventato tutto. Poi vennero i politicizzati, gli scontri con la polizia, il morto, e la rivoluzione – che era già avvenuta – tornò sui suoi passi e pensò che non si potesse procedere pacificamente.

Era una balla. Il cambiamento era già avvenuto, il cambiamento è una cosa seria, che si fa con calma, andando per tentativi, e non si lascia nelle mani di capisezione e gruppettari. Lo spirito del 68, idiota e ideologico, imbrigliò lo spirito del 67, casinista e gioviale, e lo consegnò al sistema dicendo: eccoci qua, siamo i rivoluzionari. E alcuni dissero bravi, altri dissero al rogo – ma i cambiamenti erano già avvenuti e la nuova fase servì a fermarli. Non è difficile: basta che muoia un giovane in una manifestazione, poi si deve solo dividere e controllare.

Carlos aveva una sola aspirazione: liberarsi.

Si leggevano Miller e Kerouac, Ginsberg e i maudits Rimbaud e Baudelaire: soliti miti dell’inquietudine adolescenziale – direbbe il noto psicologo rispondendo alla posta dei lettori – miti, però, che insegnano a scrivere e inducono a pensare con la propria testa. Quando scoprimmo la musica di Hendrix, ci sentimmo installati nel nostro mondo. Del ballo liscio da sagra paesana non ci importava niente: nemmeno che qualcuno lo chiudesse in un lager: avevamo un’altra lingua e non perdevamo tempo a confliggere sui massimi sistemi. La brava gente, all’epoca si scandalizzava per l’abbigliamento, forse più che per le idee. Se oggi certe avversioni antiche per i capelli lunghi e le minigonne fanno sorridere, cercate di guardare meglio i vostri tempi da controriforma barocca: miracoli in diretta tv, piazze riempite da folle immense per la beatificazione di un padre arraffa qualunque, ricchi premi e cotillons per i bambini bravi, che i figli so piezz’e core, e bisogna onorare la mamma e il papà (e quindi anche il padrone del vapore e il gestore della baracca). L’intemperanza estetica tocca nervi scoperti (prima che la si neutralizzi trasformandola in moda) e oggi i tatuaggi e il piercing incidono sul decoro e la moralità.

Appunto nel 67 passò in paese il Cantagiro, uno spettacolo itinerante che per la prima volta dava spazio a gruppi musicali di tendenza. Il ciarpame era abbondante (confessiamolo), ma c’era del buono: i Nomadi, i primi Rokes, i mitici Corvi dal suono grintoso, insomma un ambaradan di capelloni, vagamente tendente all’anarchico, a Kennedy, papa Giovanni, Martin Luther King, e provos impegnati a far scappare gli impenitenti dal paradiso est-germanico. E le biciclette bianche di Amsterdam. L’inquadramento di masse proletarie sventolanti festevoli il libretto rosso di Mao non c’era ancora. Se avessimo avuto la cultura odierna, avremmo detto che Mao era un fottuto confuciano, mentre a noi piaceva un sano spontaneismo taoista. Il capello lungo e altri contrassegni tribali, secondo gli square, denotavano depravazione.

Benché dovrebbe essere chiaro a tutti che la storia insegna il contrario: Gesù aveva la zazzera fluente, mentre Hitler si rapava la zucca a spazzola.

Fatto sta che alcuni minorati locali andarono ad aspettare la carovana del Cantagiro, cercando di ricondurre alla ragione i depravati con spranghe e bastoni. La polizia impedì lo scontro e lo spettacolo si tenne regolarmente. La sera dopo i depravati dovevano suonare in un altro paese, a una trentina di chilometri di distanza, e i minorati, che non erano lesti di comprendonio, pensarono di ripetere l’impresa ingannando la polizia. Fu un bliz rapido, intelligente ed efficace – almeno dal punto di vista dei depravati che, capito l’ambiente, si erano preparati a riceverli e li pestarono con passione. La coerenza pacifista ne risentì un poco, ma è anche vero che a volte una piccola violenza è benedetta, se evita una violenza maggiore.

# 7

Ho imparato a riconoscere il momento. Viene al termine di una giornata strana e nervosa, passata senza concludere nulla e senza voglia di incontrare qualcuno.

Siedo a fumare in giardino, quasi opponendo resistenza, finché le luci notturne si impadroniscono di ogni percezione e, con un inizio lento e confuso, sbuffando come le vecchie ruote di una locomotiva a vapore, si delinea una teoria di ricordi che implorano una scrittura.

Sembrano danzare senza ordine, o forse seguono una coreografia associativa, come un gruppo di bambini accalcati davanti a una cinepresa, e li senti gridare, prima uno poi l’altro, per attirare la tua attenzione: ti volgi e li riconosci, come dopo una lunga assenza.

Sarebbe meglio distogliere lo sguardo e tirare diritto, come si fa coi postulanti, ma se sono qui, non chiamati, vuol dire che hanno trovato un accesso aperto, e ogni tentativo di chiuderlo sarebbe solo un patetico rinvio.

Affrontarli è comunque pericoloso. A voltarsi indietro si rischia di diventare una statua di sale e bisogna compiere la navigazione tra i propri passati senza perdere il flusso temporale.

Allora ci si sdoppia, come piccoli, innocui Jekill, da un lato ricordando, dall’altro plasmando i fantasmi perché possano essere pigiati nelle parole e trasformarsi in storie, ucciderli come ricordi, senza certezza che il sacrificio serva. Come una specie di centauro, resto sempre con un pezzo fuori dalla vita, per osservarla, in un gioco nevrotico di specchi e rifrazioni.

A volte è piacevole, anche se curarsi sarebbe più saggio.

# 8

Il mondo era bastardo e il mistero affascinava: credo che fosse un sintomo di salute. Almeno, non si nasce già squadrati e preadattati, e ognuno deve adattarsi da sé, a suo rischio e pericolo. Uno entra a gioco iniziato e vorrebbe almeno capire il senso: il destino, la vita, la morte, uno straccio di sopravvivenza… bisognava prendersi tutto in blocco, senza ragionarci sopra? In tal caso era meglio che si tenessero quel capolavoro di mondo e se ne andassero al diavolo: la donzelletta venga pure dalla campagna, dato il mortal sospiro, passando sotto i cipressi di Bolgheri alti e schietti, e si impicchi sul lago di Como, proprio dove il ramo volge a mezzogiorno, o Ermione.

La chiesa aveva le sue singolari paranoie, e Carlos era passato alla concorrenza: folgorato dalla moda orientale (il maestro Maharishi, i Beatles, l’India), vagheggiava su dharma e karma, senza che riuscisse mai a spiegarci questa faccenda dell’identità di atma e brahman.

“In ultima analisi, atma sarebbe io”.

“Esatto”.

“Però atma e brahman sono identici, quindi io sono brahman“.

“In un certo senso”.

“E allora com’è che non lo so? Oh, dico, non è mica una minchiata qualunque, questa è una cosa che ti cambia la vita. Perché dovrei stare qui a scazzarmi tutto il giorno invece di mandare il mondo a carte quarantotto e rifarmelo come piace a me?”.

“Perché non è così che funziona, salame. Il mondo è già come piace a te: è il karma oggettivo che procede senza fine. La tua ignoranza si disidentifica e si separa. Per ignoranza misconosci il processo”.

“Veramente io non misconosco un cazzo. Ti concedo che ignoro. Ma se uno mi illumina, non ignoro più. Arriva un maestro e mi dice: guarda che tu sei dio! Allora io mi dovrei riconoscere e direi: orca, ci ha ragione, dovevo essermi distratto. E poi com’è che io sarei dio e anche tu saresti dio, però io non sono te?”.

“Ma che cazzo stai dicendo?”.

A questo punto si cercava la metafora illuminante: “È come quando uno è coglione, ma non se ne rende conto, e non è che se tu glielo dici, lui smette di essere coglione; anzi, insisterà che il coglione sei tu, però, di fatto, è coglione”.

L’argomentazione teorica, effettivamente, ci difettava, ma la complessità della tesi metafisica sembrava un punto a favore del misterioso oriente.

“Quando facevamo le elementari veniva in classe un fottutissimo prete, che poi era anche un buon diavolo, faceva le domande e, a ogni risposta esatta, una caramellina (le liquirizie Saila da una lira). Se la domanda era difficile, due caramelline o addirittura tre. Una volta ne sparò una da finale dei campionati di catechismo e non rispondeva nessuno – qualcosa con lo spirito santo, che è la parte più difficile. Gelo in sala, tic tac del cronometro, il maestro allibito, convinto che comunque la figura da pirla ce la fa lui, tempo quasi scaduto… E questo impiastro di Carlos, che sta di banco con me, dice la soluzione sottovoce. Io mi facevo i cazzi miei, ma tu che avresti fatto? Ti passa la soluzione sotto il naso, sola soletta… Presa al volo e sparata al prete per fare il figurone, e mentre mi stanno portando in trionfo, arriva lui e dice: veramente l’ho detto prima io!”.

“Grande Carlos! Sputtanata pazzesca e addio caramelline”.

“Ma che? Il prete fa l’indagine, e un madonno che ci sedeva davanti conferma che l’aveva detto prima Carlos. Grande trattativa e poi l’onesto compromesso: l’avevamo detto insieme”.

“Cazzo, sei caramelline?”.

“No, maledetto prete, quattro: tre era il premio speciale se la risposta la sapeva uno solo”.

“Ma tu (Carlos) potevi anche fargliela passare: non ti bastava la gloria?”.

“La gloria? se era una caramellina, sì, ma tre erano un capitale”.

Comunque gli scorfani neri ne sanno una più del diavolo, e quando inventarono la messa beat, quasi quasi ci misero in crisi. Fortunatamente, sul piano musicale erano deboli. Mettevano due chitarre e una batteria di fianco all’altare, e noi andavamo lì con buone intenzioni. Il progetto era vago, ma vicino alla predica del reverendo James Brown nei Blues Brothers. La preteria invece aveva altri piani, tipo “Signore sei tu il mio pastor” (oh yeah), e in breve venne meno ogni spazio testicolare disponibile.

E poi noi eravamo blues, suonavamo Simpaty for the devil, con Carlos che aveva imparato a memoria l’assolo di Mick Taylor (versione dal vivo: Get yer yaya’s out), e di preti ci andava bene rev. Gary Davis. E tuttavia, raggiunta, non dico una certa maturità o un barlume di saggezza, ma almeno una certa esperienza dell’andazzo del mondo, insisto a chiedermi: ma come cazzo è che Bob Marley cantava We’re jammin’ in the name of the Lord (uacci uadi), e noi apostolici romani dovremmo aprire le palme al cielo, a mo’ di portacenere, lagnando un padre nostro (che sei nei cieli) da farci meritare un diluvio, se solo il Padreterno un giorno si sveglia con la luna di traverso?

Per carità, non è che io voglia mancare di rispetto, e in fondo si tratta solo di letteratura. Certo però che il cristianesimo teorico, quello della teologia, è una cosa seria, ma il cristianesimo pratico, quello vissuto in parrocchia ogni giorno, e per di più in una specie di paese, era incomprensibile. Lo era per giovani adolescenti colti, figuriamoci per gli infanti.

Negli anni protoinfantili, a casa mia, dove il più colto aveva fatto la seconda elementare, un mio zio paranoico, che viveva con noi, imponeva ogni venerdì il rosario, rigorosamente in latino. Doveva essere una cosa accettata per atavica cortesia, perché quando si sposò, andando a vivere altrove, l’usanza cessò di colpo, e mai nessuno fece segno di provarne nostalgia. Comunque, in mancanza della televisione, si passava il tempo recitando le cinquanta avemarie, ma perché in latino, consegnando alla mia ingenuità il compito di capire che cosa stesse succedendo? Santamaria materdei mi era abbastanza chiaro; orapro nobis peccatorum, credevo di capirlo; nunchetinora mi dava seri problemi, ma dove proprio non riuscivo a raccapezzarmi era il versetto dopo, morta pe la strada. Chi era morta pe la strada, e che ce ne importava a noi?

# 9

Avevamo cominciato senza pretese, i tre, a “fare un giro” (di blues) nel locale dove il sabato e la domenica suonavamo nelle feste pubbliche. Fuori, nel settembre sfaccendato, qualche amico passava, sentiva suonare, entrava e si aggregava alla banda, improvvisando con noi; radunammo altri sfaccendati, e venne fuori una jam di circa due ore, finita con l’entusiastico commento: “‘Ca madò, che ficata!”. Lì Carlos si pose filosofico:

“È assurdo pensare che tutto questo si perde. Lo abbiamo fatto e sparisce, non c’è più. Se ci facevamo una sega invece di suonare, era la stessa cosa: non riesco a crederci”.

“Vuoi cambiare il mondo suonando il blues?”.

“Io non voglio cambiare niente. Voglio che esista. Non l’abbiamo registrato e non ammetto che non esista più”.

“E che ci vuoi fare?”.

“Magari l’ha registrato Dio. Dio deve essere la memoria dell’universo, ci deve essere un’eternità in cui si possa riascoltare”.

“Bella roba, un’eternità tutta di presente, però presente di roba già avvenuta. Allora è meglio un’eternità per fare roba nuova: pensa che assolo veloce da puri spiriti”.

“Sì, assolo d’arpa”.

“Allora è meglio essere un ricordo registrato o un arpista vivo?”.

Pausa. Come per dire: ma vafangulo! Poi conclusione:

“Pagami una birra, va, che il vivo ha sete e se la merita”.

# 10

Quando me ne andai dal paese, per non tornarci più, lo spirito del 68 aveva vinto. Ognuno voleva cambiare il mondo a suo modo, e cominciava dando mazzate a chi voleva cambiarlo in modo diverso. Musica dal vivo se ne ascoltava poca, ed erano diventate di moda le discoteche.

Accompagnandomi al treno, Carlos mi disse: “Fai bene a partire. Dovevo farlo anch’io. Qui non c’è spazio per uno che sa soltanto suonare una chitarra. Sono un coglione”.

“Sai una cosa, Ca’, i coglioni sono sempre in coppia”

“Deve esserci un senso profondo in quello che hai detto, ma mi sfugge”.

“Tranquillo. Se il Padreterno non ha registrato quella jam, prima o poi la rifacciamo, e anche meglio. Statti bene, fra”.

Some dance to remember
some dance to forget…

Gianni Ferracuti

1967

“L’ingresso di via Lombardia 254 si trova tra i numeri 57 e 59 di via San Daniele”

(Autentica segnalazione, Udine 2003)

# 1

Stamattina mi sono colto in un istante di lucidità. Non è un vero satori – quello l’ho avuto nell’83. Ho solo messo a fuoco uno scorcio dell’anima che frequento di rado. Mi sono visto nella mia Ford ka rossa, comprata a rate e perennemente in riserva, mentre scendo a folle sulle vecchie strade di Trieste: autoradio Majestic con lettore cd a basso costo, ma che suona da dio e non salta nemmeno su un campo minato – Up from the sky a tutto volume: good evening mr. Corusoe.

Persino i caseggiati mal tenuti di Trieste si trasformano al tramonto, ed è piacevole girare a caso per passare un’ora prima di cena. Trovare Hendrix in offerta speciale al supermercato dà qualche brivido, ma perché perdere l’occasione? Se ha trentacinque anni, si nota poco – e magari il passato è solo un’utopia se, passata una vita, ogni nota ti ricorda la successiva, e riesci a tenere il ritmo con la mano sul volante, sperando che non parta l’airbag.

Così squadro dal basso i palazzi storici, a destra e a sinistra, nella luce radente del tramonto; il suono ondeggia da un altoparlante all’altro, attraversandomi come due pensieri ugualmente chiari e distinti, benché contrapposti – quasi una stereofonia mentale, stando tra due specchi paralleli, e prolungandomi all’infinito in due opposte direzioni, che non s’incontreranno più.

Sono sempre io (primo pensiero), trentacinque anni dopo. Continuo a pensare che Noel Redding era capitato lì per caso, e persino Daniele avrebbe potuto sostituirlo; Clapton non ha mai suonato un blues con le budella, eccetto forse Crossroads dal vivo; continuo a giocare inconcludente e sempre uguale, dietro la maschera di idee nuove, piccoli bluff quotidiani e cravatte intonate alla camicia.

Non sono più io (secondo pensiero), sono depresso, deluso, inconcludente comunque, emigrato, con un paio di progetti da svendita, tanto per passare il tempo, disposto persino a giurare che B. B. King è dio e Clapton il suo profeta.

Proiezioni contrastanti, nevrotiche scissioni o semplici segnali di una verità poligona – o tempi diversi che ci si ostina a mettere in sincronia. E se a volte tutto sembra chiaro e coerente, è perché qualcosa si è nascosto: un occhio si acceca, e l’altro constata soddisfatto che tutto è in ordine.

Non si dovrebbe tornare, non si dovrebbe partire. Dopo, tutto sembra uguale: le case, il paesaggio, la gente – pretendiamo che tutto sia rimasto com’era e come il virus della nostalgia lo ripone nella mente con ricordi purificati.

Sui marciapiedi del viale alcuni ingenui corrono respirando ossido di carbonio. Vengono puntuali per il traffico dell’ora di punta, al mattino presto, perché ci si infetta in modo più salubre, o al rientro, per rilassarsi con lo scarico canceroso dei pendolari. Accendo il filtro che isola il mio abitacolo dall’inquinamento, mentre al semaforo gli ingenui mi passano di lato senza fare rumore. Se fosse una scena da film, li farei scorrere al rallentatore, ma dovrei cambiare la colonna sonora, sullo sfondo del cielo grigio.

Si muovono a tempo, come un balletto o una teoria di ombre dell’altro mondo, che vanno senza peso. Alla fermata dell’autobus nessuno li degna di uno sguardo: potrebbero non esistere, sono una trasposizione di pensieri che seguono il loro corso, sono una metafora.

Mi ricordano la volta che decidemmo di andare a correre dopocena, per sconvolgere gli orari: fissammo a mezzanotte, per darci il tempo di digerire, e andammo. Eravamo sette, otto, con tute scure e scarpe di gomma che attutivano il rumore; uscimmo verso la campagna percorrendo strade laterali. Siccome c’è giustizia al mondo, cominciò a piovere come mai era piovuto nelle dolci colline dell’Italia centrale, ma noi si proseguì imperterriti, per coerenza e spirito guerriero, e perché jeunesse oblige, saltellando in fila indiana incuranti e persino divertiti.

Rientrammo dal paese vecchio su strade deserte: tacevano anche i cani, spaventati dalla pioggia. In silenzio passavamo lungo il viottolo che costeggia dall’esterno le vecchie mura di cinta, e superammo un’auto parcheggiata alla buona. C’era dentro una coppia che si era appartata e che deve aver dubitato della nostra comune natura mortale. La pioggia battente copriva ogni altro rumore; le luci elettriche distanti attenuavano il buio quanto bastava per trasformarci in sagome scure, ritmate dalla cadenza lenta di chi sente il peso di una lunga corsa.

Sfilammo accanto all’auto senza guardarla, come una sfida all’oggettività dello spazio-tempo: accesero i fari per confermarsi di vivere ancora nel vecchio mondo reale: la luce radente ci prese alle spalle e ci proiettò in ombre fuori misura, come se lo spirito delle antiche mura volesse alleggerire il nostro peso.

Pochi istanti dopo rientravamo in paese, riassorbiti dalla notte e dalla pioggia, lasciando alle spalle, al suo destino, un enigma irrisolto e futile.

C’è chi corre per diporto, chi per lavoro vuota i cassonetti, chi vaga senza meta perdendo le sue ore, ed io al centro del mondo, come tra due casse dello stereo, cercando di suonare la mia parte a tempo. Mitch Mitchell era incapace di dare un colpo secco sul rullante: sfrigolava lezioso sulla batteria come un manierista psichedelico, inseguendo il Maestro come un fronzolo, invece di dargli un ritmo marcato a cui ancorarsi. Ho sempre preferito procurarmi tempo libero piuttosto che ricchezze, ma sull’uso della mia libertà non do alcuna garanzia. Ho speso i miei talenti, senza che ne tornasse dietro un centesimo. Il caso non è contemplato nel sacro testo: non c’è guadagno e non c’è più il capitale. Il reato non è previsto, e forse questo mi assolve. Non giudicando, posso chiedere di non essere giudicato. Mi si lasci trasmigrare nel tempo e nello spazio, tra gli ingenui di altre ere.

# 2

All’aspetto sembra una libreria, o qualcosa di simile – forse è un circolo culturale a cui voglio iscrivermi, o devo lasciare l’indirizzo per avere informazioni.

Poi la scena si trasforma mostrando un’altra stanza: un soggiorno disordinato, mucchi di giornali a terra e mobili mai visti. Su un tavolino basso e rotondo, ingombro di tazzine da caffè, sto cercando di scrivere il mio nome, ma è un’impresa complicata e spreco fogli su fogli. Una volta non scrive la penna, una volta sbaglio, una volta non vedo bene e mi servono gli occhiali… Provo una certa angoscia.

Infine riesco a scriverlo, con caratteri molto grandi, come le lettere dei bambini che hanno cominciato da poco a tenere la penna – mi viene in mente ora. Non ho usato carta bianca, ma un foglio di giornale dov’è stampata una foto: sulla parte chiara del colore, un celeste che potrebbe essere un cielo. Sicché il nome si legge a fatica.

Ricordo allora, durante il sogno, che avevo già fatto l’iscrizione a quel circolo e, nel caos del tavolino, ritrovo l’appunto che avevo lasciato. Però c’è scritto un indirizzo vecchio, dove non abito più, e non c’è spazio per la correzione.

Poco dopo, sognando ancora, siedo sulla balaustra del lungomare del mio paese, anche se ora di fronte a me si apre un altro mare: al posto della distesa di sabbia che si adagia per chilometri invitando a passeggiare, c’è una costa rocciosa come in Croazia e in lontananza si perdono sentieri che a tratti seguono la scogliera e a tratti entrano nella macchia per rinfrescarsi. Sicuramente conducono a radure improvvise, da attraversare con imbarazzo, per non disturbare una conversazione di ninfe.

Si discute, seduti sulla balaustra, di un originale percorso che un’automobile potrebbe fare entrando nell’acqua, e, osservando con attenzione, l’idea sembra fattibile. Infatti ecco un’auto che s’infila sotto il pelo della superficie e scivola via verso destra.

Passando da uno scoglio all’altro, entro in acqua anch’io. Mi aspettavo che fosse fredda, invece è molto piacevole: mi ritrovo immerso in una corrente veloce, che mi porta nella giusta direzione.

L’interpretazione non mi è chiarissima, ma ora, fuori contesto, mi colpisce il cambiamento della costa, perché sono certo che la balaustra è quella del mio paese, del mio mare e della mia infanzia. Da ragazzo ci ho passato ore e giorni seduto a parlare con gli amici – ogni mezzora qualcuno chiedeva “che facciamo?”, e non si faceva niente: si stava, si parlava, si era.

La spiaggia della mia infanzia è lunga e larga, talmente lunga da non vederne la fine. Corre per chilometri tra mare e ferrovia – poco più in là le colline, alte abbastanza da mostrarsi al bagnante, ma non tanto da apparire minacciose-, costeggia fantasiosi stabilimenti balneari, qualche villa antica, e alberghi che si riempiono e si svuotano come un respiro.

È così lunga che non s’incontrano ostacoli: ci sarà sempre un tratto dove si può stare soli, o in compagnia a guardare un fuoco finché non torna il giorno. Vi si intrecciano e si disfano amori che, a raccontarli, sembrano il riassunto di teleromanzi di quarta serie, ma a viverli sembrano un’epopea al cui ricordo la vita futura, matura e ben sistemata, appare scialba e banale.

È come una strada aperta di cui si conoscono solo i pochi metri vicini: li proiettiamo lontano, un po’ perché il futuro è ancora un’ipotesi, e un po’ perché il presente è troppo vivo, e altro non lascia vedere.

È banale adesso notare che tutto è sparito rapidamente: è un piccolo luogo comune stantio e un po’ menagramo, ma se vogliamo giocare ai ricordi e cercargli un senso, eccoci qua, trentacinque anni dopo, su un’altra costa – rocciosa, in effetti, ma con mille sentieri imprevedibili, e la macchia con le radure misteriose che scopri solo quando arrivi sul limite.

Siedo su uno scoglio, dall’altra parte dell’Adriatico, immaginando più o meno che, oltre l’azzurro che riflette il sole del tramonto sugli occhi, c’è ancora la spiaggia sabbiosa e qualcuno che festeggia l’attesa della luna con un fuoco, la birra e un paio di chitarre.

Il mio fuoco ora è la piccola brace di una sigaretta tumorifera, che ha un sussulto di vita mentre aspiro, cacciando cattivi pensieri. Il fumo fugge nell’aria come la nebbia che, nei pessimi film, evoca il passato, e accetto il gioco di tornare indietro.

Ma tutto è vago: il fuoco, le sdraio disposte in cerchio, la luna a pelo d’acqua (o magari era un’altra luna), e gli stessi amici di oggi di cui so vita e misfatti. In realtà non ricordo quasi niente.

Le passioni epocali sono evaporate. Il tempo di finire la sigaretta, e nella mente c’è solo la chitarra di Carlos che improvvisa sul giro di do. È una variante un po’ country di Blue moon, con l’assolo che inizia con un fraseggio semplice e straordinario – e lo sento, lo seguo, senza più far caso alla gazzarra delle cicale croate, disposte a darci dentro senza posa, finché non muore il giorno, e anche oltre.

# 3

E insomma, dalla costa sabbiosa siamo partiti in molti, chi navigando con l’automobile, chi a nuoto, sfruttando le correnti, curiosi di conoscere l’altra sponda – dove appunto c’erano gli scogli, i sentieri, le macchie con le radure, e le cicale. E non poteva essere altrimenti, anche se ognuno immaginava una diversa traversata.

Carlos – questo lo ricordo – si era messo in testa di raggiungere la Yugoslavia con una zattera battezzata Kon Tiki 2. Ci si richiamava all’impresa del Kon Tiki 1, di cui al momento, a memoria, non ricordo in cosa consistesse, ma più concretamente si sperava nel finanziamento di un locale alla moda, che appunto si chiamava Kon Tiki. Era uno stabilimento balneare che, all’epoca, sembrava d’avanguardia e alternativo: aveva un arredo pacchiano in stile Africa nera, ma, nonostante questo, si ascoltava musica dal vivo e la compagnia era decente. Il proprietario, nell’occasione epica, si rivelò al di sotto delle aspettative: invitò i novelli odissei a tentare l’impresa a bordo di un pattino.

Non se ne fece nulla, ma fu il gran tema dell’estate: chi affermava, con ricca documentazione tecnica, che si trattava di una stronzata; chi, con fine esperienza politica, assicurava che le motovedette di Tito avrebbero affondato il coso… La sconfessione definitiva venne dalla locale radio libera. Si era di notte sul molo a pescare anguille, in un posto dove le anguille non c’erano, ma in compenso il segnale della radio arrivava perfettamente, quando il transistor assicurò che il Kon Tiki 2 era nato da un colpo di sole. “È invidioso perché lui non sa suonare”, commentò Carlos, e anche questa era un’ipotesi.

# 4

Nel 1967 avremmo dato l’anima per uno stereo decente. Si cercava di amplificare in qualunque modo, e non c’era dubbio che i Rolling Stones sarebbero andati in paradiso (altrimenti era meglio seguirli all’inferno). Però si era unilaterali e si lasciava poco spazio a musiche diverse. Un vantaggio della maturità è che l’estremismo si smorza e ci si permette il tocco di classe: Keith Jarret che canta A wonderful song di Elton John…

Frequentava la nostra scuola un tanghero che, invece di limitarsi a vivere tranquillo del suo, voleva far bella figura con gli altri, quasi a volersi sentir dire: perdincibacco ammirate come costui sia diventato un bravo rockettaro. Così, da perfetto pirla di provincia, ci dilettò decantando i pregi e le finezze dell’ultimo disco di John Elton…

Insomma, si era suscettibili in fatto di musica e non si ammetteva l’abbandono provvisorio a ritmi diversi da quelli con cui si muove il sangue: non sapevamo che tutti i ritmi affondano le radici nella stessa madre della musica e del mondo. Stan Getz e Astrud Gilberto, The girl from Ipanema…, con un sax invidiato da dio e una voce che gira la chiave della mente e dà il via alla visione: when she walks she’s like a samba… (basso e chitarra, con delicatezza, creano il ritmo, e ti muovi come lei – lento balanceo di un incredibile culo di mulatta sulla spiaggia assolata. La sua pelle nera si staglia controluce e sembra la vibrazione di mamma terra primordiale che partorisce ogni vita – nel caso, dando il meglio di sé – e la scaraventa nel mondo dal suo utero metafisico, attuale ed eterno).

Certamente non è una madonna. O, se lo è, deve essere nera dalla testa ai piedi, come la Madonna di Loreto, benché liberata da quel ridicolo vestito di lustrini che la imprigiona affinché i fedeli non si turbino, espansa dai numerosi parti e monumentale come una matrona del woodoo. In una piega delle nostre trippe, siamo tutti woodoo children e dondoliamo i fianchi nel cuore stesso della fluenza.

E questo è l’unico luogo in cui si può trovare un dio, se un dio c’è.

# 5

Posso ammettere che col mare abbiamo un rapporto sbagliato. La gente normale parla di “terre emerse” e capisce che l’intera superfice terrestre è una piccola zattera provvidenziale in mezzo al grande oceano; noi invece viviamo convinti del contrario: per noi il mare è un piacevole spazio tra le terre che bagna e rende vivibili. Le collega, persino. È un mare medi-terraneo, che noi adriatici non abbiamo mai chiamato nostrum (i tirrenici sì). Ogni popolo gli ha dato un nome, ma lui non ha mai riconosciuto i confini altrui e ha continuato a bagnare, collegare, comunicare.

Mi dicevano di un posto a Cipro, dove campeggia un cartello multilingue che inquieta il turista, evocando negli strati più arcaici del suo animo l’emozione che gli antichi legavano ai passaggi pericolosi. Dice: Qui finisce l’Europa – come se minacciasse la fine del mondo o l’inizio di una terra altra, che un antico cartografo avrebbe classificato con eleganza: Hic sunt leones. La realtà è più prosaica: il cartello lo hanno piantato due operai per dire che di là comincia l’Asia – la storia degli uomini ha tracciato una linea politica abbastanza stupida, e l’ufficio turistico l’ha tradotta in un tabellone dove il macaco mette in posa la moglie e i figli per la diapositiva. Ma il mondo degli dèi funziona in modo diverso.

Quando la cipride Venere nacque sul mare, in quale sponda sarà approdata con la sua conchiglia galleggiante, l’europea o la turca? Tra i gas tossici delle automobili occidentali in coda per la vacanza rilassante o tra i vapori di una fumeria clandestina di islamico hashish? Non lo sappiamo, né la cipride si poneva questi problemi. Dice il macaco: i turchi occupano l’isola che ha visto nascere Venere – come se Venere fosse occidentale. Ma nei tempi felici in cui l’occidente non esisteva, questo nostro oceano mancato, questo buffo progetto di mare realizzato a metà, o rubato per gioco all’oceano da un gigante primordiale con un mestolo ciclopico, era l’abituale dimora della madre dell’universo. La si poteva incontrare nelle sponde del sud, o nelle isole, o sulle verticali coste del nord, in forma di bella signora cui non dispiace la compagnia del giovane marinaio o dell’aitante guerriero. Il colore della sua pelle era un po’ più scuro di come l’ha dipinto Botticelli, ma è anche vero che amava cambiare aspetto.

Perciò il nostro mondo è diverso, e noi, rispetto alla gente normale, siamo sempre un po’ disadattati.

# 6

Carlos non ha compiuto imprese da ricordare e non è stato un eroe di paese. Non ha fatto nulla che lo distinguesse. Si gestiva alla meno peggio i problemi che si era ritrovato come gadget fin dalla nascita.

Siamo la generazione che ha visto il ’68, ma non lo ha fatto: eravamo ancora piccoli. Cominciammo a vederlo in televisione, in bianco e nero, perché in provincia arrivò qualche anno dopo, grazie allo zelo dei fratelli maggiori.

In qualche modo ci ritenemmo interni a quel movimento, quasi per dichiararci a vicenda la nostra maturità, e non ci rendemmo conto che il fermento originario, che era effettivamente nostro, veniva declinato dai fratelli maggiori con un’inflessione strana, una deviazione, una ricaduta nelle logiche di conflitto di un mondo superato. Oggi penso che lo spirito del sessantotto ha ucciso quello del sessantasette – e non è una battuta, ma un’indicazione: seguire il dito per trovare la luna…

Noi, che eravamo piccoli, non eravamo ancora caduti nelle trappole della Rivoluzione Con Maiuscola, dello scontro frontale, del colpo che abbatte il sistema… Piccoli e ingenui, eravamo legati alla fase precedente, più viva, pacifica e creativa. La fase in cui era stato inventato tutto. Poi vennero i politicizzati, gli scontri con la polizia, il morto, e la rivoluzione – che era già avvenuta – tornò sui suoi passi e pensò che non si potesse procedere pacificamente.

Era una balla. Il cambiamento era già avvenuto, il cambiamento è una cosa seria, che si fa con calma, andando per tentativi, e non si lascia nelle mani di capisezione e gruppettari. Lo spirito del 68, idiota e ideologico, imbrigliò lo spirito del 67, casinista e gioviale, e lo consegnò al sistema dicendo: eccoci qua, siamo i rivoluzionari. E alcuni dissero bravi, altri dissero al rogo – ma i cambiamenti erano già avvenuti e la nuova fase servì a fermarli. Non è difficile: basta che muoia un giovane in una manifestazione, poi si deve solo dividere e controllare.

Carlos aveva una sola aspirazione: liberarsi.

Si leggevano Miller e Kerouac, Ginsberg e i maudits Rimbaud e Baudelaire: soliti miti dell’inquietudine adolescenziale – direbbe il noto psicologo rispondendo alla posta dei lettori – miti, però, che insegnano a scrivere e inducono a pensare con la propria testa. Quando scoprimmo la musica di Hendrix, ci sentimmo installati nel nostro mondo. Del ballo liscio da sagra paesana non ci importava niente: nemmeno che qualcuno lo chiudesse in un lager: avevamo un’altra lingua e non perdevamo tempo a confliggere sui massimi sistemi. La brava gente, all’epoca si scandalizzava per l’abbigliamento, forse più che per le idee. Se oggi certe avversioni antiche per i capelli lunghi e le minigonne fanno sorridere, cercate di guardare meglio i vostri tempi da controriforma barocca: miracoli in diretta tv, piazze riempite da folle immense per la beatificazione di un padre arraffa qualunque, ricchi premi e cotillons per i bambini bravi, che i figli so piezz’e core, e bisogna onorare la mamma e il papà (e quindi anche il padrone del vapore e il gestore della baracca). L’intemperanza estetica tocca nervi scoperti (prima che la si neutralizzi trasformandola in moda) e oggi i tatuaggi e il piercing incidono sul decoro e la moralità.

Appunto nel 67 passò in paese il Cantagiro, uno spettacolo itinerante che per la prima volta dava spazio a gruppi musicali di tendenza. Il ciarpame era abbondante (confessiamolo), ma c’era del buono: i Nomadi, i primi Rokes, i mitici Corvi dal suono grintoso, insomma un ambaradan di capelloni, vagamente tendente all’anarchico, a Kennedy, papa Giovanni, Martin Luther King, e provos impegnati a far scappare gli impenitenti dal paradiso est-germanico. E le biciclette bianche di Amsterdam. L’inquadramento di masse proletarie sventolanti festevoli il libretto rosso di Mao non c’era ancora. Se avessimo avuto la cultura odierna, avremmo detto che Mao era un fottuto confuciano, mentre a noi piaceva un sano spontaneismo taoista. Il capello lungo e altri contrassegni tribali, secondo gli square, denotavano depravazione.

Benché dovrebbe essere chiaro a tutti che la storia insegna il contrario: Gesù aveva la zazzera fluente, mentre Hitler si rapava la zucca a spazzola.

Fatto sta che alcuni minorati locali andarono ad aspettare la carovana del Cantagiro, cercando di ricondurre alla ragione i depravati con spranghe e bastoni. La polizia impedì lo scontro e lo spettacolo si tenne regolarmente. La sera dopo i depravati dovevano suonare in un altro paese, a una trentina di chilometri di distanza, e i minorati, che non erano lesti di comprendonio, pensarono di ripetere l’impresa ingannando la polizia. Fu un bliz rapido, intelligente ed efficace – almeno dal punto di vista dei depravati che, capito l’ambiente, si erano preparati a riceverli e li pestarono con passione. La coerenza pacifista ne risentì un poco, ma è anche vero che a volte una piccola violenza è benedetta, se evita una violenza maggiore.

# 7

Ho imparato a riconoscere il momento. Viene al termine di una giornata strana e nervosa, passata senza concludere nulla e senza voglia di incontrare qualcuno.

Siedo a fumare in giardino, quasi opponendo resistenza, finché le luci notturne si impadroniscono di ogni percezione e, con un inizio lento e confuso, sbuffando come le vecchie ruote di una locomotiva a vapore, si delinea una teoria di ricordi che implorano una scrittura.

Sembrano danzare senza ordine, o forse seguono una coreografia associativa, come un gruppo di bambini accalcati davanti a una cinepresa, e li senti gridare, prima uno poi l’altro, per attirare la tua attenzione: ti volgi e li riconosci, come dopo una lunga assenza.

Sarebbe meglio distogliere lo sguardo e tirare diritto, come si fa coi postulanti, ma se sono qui, non chiamati, vuol dire che hanno trovato un accesso aperto, e ogni tentativo di chiuderlo sarebbe solo un patetico rinvio.

Affrontarli è comunque pericoloso. A voltarsi indietro si rischia di diventare una statua di sale e bisogna compiere la navigazione tra i propri passati senza perdere il flusso temporale.

Allora ci si sdoppia, come piccoli, innocui Jekill, da un lato ricordando, dall’altro plasmando i fantasmi perché possano essere pigiati nelle parole e trasformarsi in storie, ucciderli come ricordi, senza certezza che il sacrificio serva. Come una specie di centauro, resto sempre con un pezzo fuori dalla vita, per osservarla, in un gioco nevrotico di specchi e rifrazioni.

A volte è piacevole, anche se curarsi sarebbe più saggio.

# 8

Il mondo era bastardo e il mistero affascinava: credo che fosse un sintomo di salute. Almeno, non si nasce già squadrati e preadattati, e ognuno deve adattarsi da sé, a suo rischio e pericolo. Uno entra a gioco iniziato e vorrebbe almeno capire il senso: il destino, la vita, la morte, uno straccio di sopravvivenza… bisognava prendersi tutto in blocco, senza ragionarci sopra? In tal caso era meglio che si tenessero quel capolavoro di mondo e se ne andassero al diavolo: la donzelletta venga pure dalla campagna, dato il mortal sospiro, passando sotto i cipressi di Bolgheri alti e schietti, e si impicchi sul lago di Como, proprio dove il ramo volge a mezzogiorno, o Ermione.

La chiesa aveva le sue singolari paranoie, e Carlos era passato alla concorrenza: folgorato dalla moda orientale (il maestro Maharishi, i Beatles, l’India), vagheggiava su dharma e karma, senza che riuscisse mai a spiegarci questa faccenda dell’identità di atma e brahman.

“In ultima analisi, atma sarebbe io”.

“Esatto”.

“Però atma e brahman sono identici, quindi io sono brahman“.

“In un certo senso”.

“E allora com’è che non lo so? Oh, dico, non è mica una minchiata qualunque, questa è una cosa che ti cambia la vita. Perché dovrei stare qui a scazzarmi tutto il giorno invece di mandare il mondo a carte quarantotto e rifarmelo come piace a me?”.

“Perché non è così che funziona, salame. Il mondo è già come piace a te: è il karma oggettivo che procede senza fine. La tua ignoranza si disidentifica e si separa. Per ignoranza misconosci il processo”.

“Veramente io non misconosco un cazzo. Ti concedo che ignoro. Ma se uno mi illumina, non ignoro più. Arriva un maestro e mi dice: guarda che tu sei dio! Allora io mi dovrei riconoscere e direi: orca, ci ha ragione, dovevo essermi distratto. E poi com’è che io sarei dio e anche tu saresti dio, però io non sono te?”.

“Ma che cazzo stai dicendo?”.

A questo punto si cercava la metafora illuminante: “È come quando uno è coglione, ma non se ne rende conto, e non è che se tu glielo dici, lui smette di essere coglione; anzi, insisterà che il coglione sei tu, però, di fatto, è coglione”.

L’argomentazione teorica, effettivamente, ci difettava, ma la complessità della tesi metafisica sembrava un punto a favore del misterioso oriente.

“Quando facevamo le elementari veniva in classe un fottutissimo prete, che poi era anche un buon diavolo, faceva le domande e, a ogni risposta esatta, una caramellina (le liquirizie Saila da una lira). Se la domanda era difficile, due caramelline o addirittura tre. Una volta ne sparò una da finale dei campionati di catechismo e non rispondeva nessuno – qualcosa con lo spirito santo, che è la parte più difficile. Gelo in sala, tic tac del cronometro, il maestro allibito, convinto che comunque la figura da pirla ce la fa lui, tempo quasi scaduto… E questo impiastro di Carlos, che sta di banco con me, dice la soluzione sottovoce. Io mi facevo i cazzi miei, ma tu che avresti fatto? Ti passa la soluzione sotto il naso, sola soletta… Presa al volo e sparata al prete per fare il figurone, e mentre mi stanno portando in trionfo, arriva lui e dice: veramente l’ho detto prima io!”.

“Grande Carlos! Sputtanata pazzesca e addio caramelline”.

“Ma che? Il prete fa l’indagine, e un madonno che ci sedeva davanti conferma che l’aveva detto prima Carlos. Grande trattativa e poi l’onesto compromesso: l’avevamo detto insieme”.

“Cazzo, sei caramelline?”.

“No, maledetto prete, quattro: tre era il premio speciale se la risposta la sapeva uno solo”.

“Ma tu (Carlos) potevi anche fargliela passare: non ti bastava la gloria?”.

“La gloria? se era una caramellina, sì, ma tre erano un capitale”.

Comunque gli scorfani neri ne sanno una più del diavolo, e quando inventarono la messa beat, quasi quasi ci misero in crisi. Fortunatamente, sul piano musicale erano deboli. Mettevano due chitarre e una batteria di fianco all’altare, e noi andavamo lì con buone intenzioni. Il progetto era vago, ma vicino alla predica del reverendo James Brown nei Blues Brothers. La preteria invece aveva altri piani, tipo “Signore sei tu il mio pastor” (oh yeah), e in breve venne meno ogni spazio testicolare disponibile.

E poi noi eravamo blues, suonavamo Simpaty for the devil, con Carlos che aveva imparato a memoria l’assolo di Mick Taylor (versione dal vivo: Get yer yaya’s out), e di preti ci andava bene rev. Gary Davis. E tuttavia, raggiunta, non dico una certa maturità o un barlume di saggezza, ma almeno una certa esperienza dell’andazzo del mondo, insisto a chiedermi: ma come cazzo è che Bob Marley cantava We’re jammin’ in the name of the Lord (uacci uadi), e noi apostolici romani dovremmo aprire le palme al cielo, a mo’ di portacenere, lagnando un padre nostro (che sei nei cieli) da farci meritare un diluvio, se solo il Padreterno un giorno si sveglia con la luna di traverso?

Per carità, non è che io voglia mancare di rispetto, e in fondo si tratta solo di letteratura. Certo però che il cristianesimo teorico, quello della teologia, è una cosa seria, ma il cristianesimo pratico, quello vissuto in parrocchia ogni giorno, e per di più in una specie di paese, era incomprensibile. Lo era per giovani adolescenti colti, figuriamoci per gli infanti.

Negli anni protoinfantili, a casa mia, dove il più colto aveva fatto la seconda elementare, un mio zio paranoico, che viveva con noi, imponeva ogni venerdì il rosario, rigorosamente in latino. Doveva essere una cosa accettata per atavica cortesia, perché quando si sposò, andando a vivere altrove, l’usanza cessò di colpo, e mai nessuno fece segno di provarne nostalgia. Comunque, in mancanza della televisione, si passava il tempo recitando le cinquanta avemarie, ma perché in latino, consegnando alla mia ingenuità il compito di capire che cosa stesse succedendo? Santamaria materdei mi era abbastanza chiaro; orapro nobis peccatorum, credevo di capirlo; nunchetinora mi dava seri problemi, ma dove proprio non riuscivo a raccapezzarmi era il versetto dopo, morta pe la strada. Chi era morta pe la strada, e che ce ne importava a noi?

# 9

Avevamo cominciato senza pretese, i tre, a “fare un giro” (di blues) nel locale dove il sabato e la domenica suonavamo nelle feste pubbliche. Fuori, nel settembre sfaccendato, qualche amico passava, sentiva suonare, entrava e si aggregava alla banda, improvvisando con noi; radunammo altri sfaccendati, e venne fuori una jam di circa due ore, finita con l’entusiastico commento: “‘Ca madò, che ficata!”. Lì Carlos si pose filosofico:

“È assurdo pensare che tutto questo si perde. Lo abbiamo fatto e sparisce, non c’è più. Se ci facevamo una sega invece di suonare, era la stessa cosa: non riesco a crederci”.

“Vuoi cambiare il mondo suonando il blues?”.

“Io non voglio cambiare niente. Voglio che esista. Non l’abbiamo registrato e non ammetto che non esista più”.

“E che ci vuoi fare?”.

“Magari l’ha registrato Dio. Dio deve essere la memoria dell’universo, ci deve essere un’eternità in cui si possa riascoltare”.

“Bella roba, un’eternità tutta di presente, però presente di roba già avvenuta. Allora è meglio un’eternità per fare roba nuova: pensa che assolo veloce da puri spiriti”.

“Sì, assolo d’arpa”.

“Allora è meglio essere un ricordo registrato o un arpista vivo?”.

Pausa. Come per dire: ma vafangulo! Poi conclusione:

“Pagami una birra, va, che il vivo ha sete e se la merita”.

# 10

Quando me ne andai dal paese, per non tornarci più, lo spirito del 68 aveva vinto. Ognuno voleva cambiare il mondo a suo modo, e cominciava dando mazzate a chi voleva cambiarlo in modo diverso. Musica dal vivo se ne ascoltava poca, ed erano diventate di moda le discoteche.

Accompagnandomi al treno, Carlos mi disse: “Fai bene a partire. Dovevo farlo anch’io. Qui non c’è spazio per uno che sa soltanto suonare una chitarra. Sono un coglione”.

“Sai una cosa, Ca’, i coglioni sono sempre in coppia”

“Deve esserci un senso profondo in quello che hai detto, ma mi sfugge”.

“Tranquillo. Se il Padreterno non ha registrato quella jam, prima o poi la rifacciamo, e anche meglio. Statti bene, fra”.

Some dance to remember

some dance to forget